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“Ritratti del coraggio”

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Nemmeno il suo colossale egocentrismo poté nascondere a Thomas Hart Benton la verità palese: la sua ultima legislatura era arrivata…

Ritratti del coraggio – Quando la politica era un’arte per statisti, John Fitzgerald Kennedy, Oaks editrice. Introduzione di Gennaro Malgieri. Traduzione di Henry Furst. Politica deriva da polis. Città. Ovvero luogo di incontro. Di confronto. Approdo di una comunità. Che giorno dopo giorno costruisce la sua quotidianità, il suo immaginario, la propria identità. Essere un politico è un mestiere nobile. Ci vuole coraggio. Si deve avere come obiettivo il bene, non la poltrona. Si deve guardare al futuro, alle prossime generazioni, al mondo che si lascia, non alla tornata elettorale successiva e agli appalti succulenti su cui mettere le mani. Oggi non è così, spesso, un tempo, sovente, lo era: JFK, presidente che non ha potuto completare il suo mandato, ha scritto otto biografie di otto senatori, uomini comuni divenuti straordinari. Da leggere, rileggere, far leggere.

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“Anima e corpo”

Cover500di Gabriele Ottaviani

Guardaci insieme, guarda cosa mi fai fare…

Anima e corpo, Lucy Lennox, Sloane Kennedy, Triskell edizioni. Traduzione di Andrea Dioguardi. Esplicito, sensuale, intrigante, intenso, avvincente, coinvolgente e convincente, il romanzo è la storia di Oz, che vuole dimostrare a tutti di non essere solo bello ma anche intelligente. Siccome però non riesce nell’impresa di costruirsi un futuro con le sue sole forze, bensì è costretto a chiedere aiuto al suo vicino, che lo attrae ma che sembra invece non provare assolutamente nulla per lui, lo sconforto pare impossessarsi di lui. Come sempre, però, niente è come appare: nel frattempo Jake, in fuga da un passato doloroso, sta infatti cominciando a considerare l’ipotesi di poter tornare a essere felice, ma… Da leggere.

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“Sani e salvi”

810q9aKugAL._AC_UL320_.jpgdi Gabriele Ottaviani

«Piccolo, stai bene?» domandò ancora, prendendomi la mano e strofinandola con le dita quasi avesse voluto scaldarla. Sperai ardentemente che non notasse quanto ce l’avessi sudata e appiccicaticcia, come d’altronde ero in tutto il resto del corpo. «Sì, no, sto bene. Scusa,» risposi. «E tu stai bene?» Aiden seguì la direzione del mio sguardo. Edward e la moglie se n’erano andati da un pezzo. «Sì,» mormorò. «Non volevo metterti a disagio. Scusami davvero.» «Ti va di parlarne?» chiesi. Si capiva che non voleva, ma invece di dirmelo annuì, poi si armò di coraggio, fece un respiro e bevve un sorso di vino. «Mi ha dato la colpa per quello che è successo a Danny. Ok, sapevo che l’avrebbe fatto visto che non ho detto a nessuno cos’è successo veramente, ma…» «Avevi comunque bisogno di lui per rassicurarti che non fosse colpa tua,» suggerii. A Aiden scappò una risata amara. «Da pazzi, eh? Anche se mi sentivo responsabile, non volevo che lui mi biasimasse.» Mi rincuorò che parlasse della sua colpa al passato, ma tenni quel pensiero per me e, giocherellando con le sue dita, dissi: «No, Aiden, non è da pazzi. «Non avete mai parlato di cos’è successo quella notte?» «Non ci siamo più rivolti la parola.» «Come?» domandai. «È rimasto dopo il funerale il tempo necessario per dirmi che era colpa mia se Danny era morto, dopodiché se n’è andato. L’ho visto solo un’altra volta, sulla sezione società del giornale, quando ha trovato una nuova moglie trofeo per sostituire la modella precedente.» «Avete sempre avuto un rapporto così?» Aiden scosse la testa. Rimase in silenzio quando la cameriera arrivò con i piatti. Infilzò il cibo con la forchetta, ma non cominciò a mangiare. «In realtà quando ero piccolo eravamo molto legati. Certo, era preso dal lavoro, ok, ma faceva del suo meglio per ritagliarsi un po’ di tempo per me e Danny. Ma quando ha scoperto che mia madre lo tradiva, è andato tutto a scatafascio.» «Non è stato presente?» chiesi. «Ci ha provato, ma credo non fosse facile per lui stare attorno a mia madre e Keith, il tipo per cui lei lo aveva lasciato. In sostanza si è buttato a capofitto nel lavoro. Andava tutto bene quando lo vedevamo nei weekend e simili, ma lui non era più lo stesso. Poi Danny è morto e…» Aiden scosse la testa, ma non finì la frase. «Ha detto che ha cercato di farsi sentire…» dissi piano. Aiden infilzò una patata. «Eh sì, dall’anno scorso più o meno. Chiamate in ufficio, perlopiù. Per chiedermi di incontrarlo… diceva che c’erano cose di cui voleva parlarmi.» «Ma non l’hai più richiamato.» «A che scopo? Per sentirmi dire ancora che cazzata ho fatto?» «Forse vuole provare a rimediare.» Aiden si mise a tagliare la bistecca. «Poco importa, è troppo tardi,» mormorò. Si fermò, mise giù le posate. «Scusa.» «Non scusarti,» lo rassicurai. «Ti capisco.» Ripensai a Billy e a tutte le volte in cui avrei voluto che si scusasse per davvero. Anche se per qualche miracolo fosse spuntato dal nulla e si fosse messo in ginocchio per chiedere di cuore di perdonarlo, implorandomi, dubitavo che avrei mai accettato il suo pentimento. Quindi era ovvio che non potessi biasimare Aiden per la sua rabbia. Aveva passato qualcosa che nessun ragazzo dovrebbe vivere e, nonostante la perdita, i suoi genitori avrebbero dovuto capire che avevano il compito di abbracciare il figlio rimasto, non di allontanarlo per qualcosa che, a prescindere dalle circostanze, non era colpa sua. E suo padre aveva fatto peggio ancora. Aveva incolpato un figlio per la perdita dell’altro prima di cancellarlo del tutto dalla propria vita. Non c’era da stupirsi che Aiden non avesse soltanto il fardello della morte di Danny sulle sue spalle. Com’era prevedibile, lui spostò la conversazione su di me, ricoprendomi di lodi per la mia performance di quella sera. Mi costrinsi ad accantonare i pensieri su Billy per concentrarmi sull’uomo che avevo di fronte. Trascorremmo il resto della cena parlando del più e del meno, e quando giunse l’ora di andarcene dal ristorante, Aiden mi cinse le spalle con il braccio e mi si avvicinò all’orecchio con le labbra. «È il momento giusto per ricordarti che stanotte mi devi non uno, ma ben due pompini?» Ebbi un brivido di piacere all’idea, poi girai la testa quanto bastava per incontrare le sue labbra. «Come se mi servisse il promemoria, genio. Secondo te perché non ho voluto il dolce?»

Sani e salvi, Lucy Lennox, Sloane Kennedy, Triskell, traduzione di Andrea Dioguardi. Aiden è un vincente. È ricco. È bello. È di successo. È libero come l’aria. Non c’è uomo che gli resista, anzi, lui non deve fare nulla, sono gli altri che direttamente si gettano, e non è un’iperbole, ai suoi piedi. Nessun impegno, no strings attached, solo il godimento sempre nuovo, diverso e appagante d’una notte. Eppure spesso quando pensi di avere tutto in realtà hai proprio poco, e il destino ha deciso qualcosa di diverso per te, di farti incontrare l’amore vero dall’altro lato del bancone di un bar che frequenti d’abitudine e dove un ragazzo fragile sta cercando salvezza e indipendenza, in primo luogo economica, per poter fuggire alle vessazioni di un compagno violento. E tu, che sei sempre apparso superficiale, hai occasione di mostrare la tua reale generosità e di aprirti con qualcuno che forse davvero può capire l’angoscia che provi, anche se a uno sguardo distratto non può sembrare niente di meno che assurdo il fatto che qualcosa possa rabbuiarti: ma in verità tu vuoi salvare per essere salvate… Chi però s’è scottato col fuoco ha paura anche dell’acqua, e diffida: ma si può resistere alla ragione del cuore? Intenso.

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“Persi e ritrovati”

41-erKMWV+L.jpgdi Gabriele Ottaviani

«Cosa vuol dire che dobbiamo aspettare?» domandai, impaziente. Scandagliai il cielo sopra il passo di montagna davanti a noi e mi sembrò tutto a posto. Certo, c’erano dei fulmini, ma si notavano a malapena. Non capivo perché Xander dicesse che non potevamo attraversare il passo per quel motivo. «Non è sicuro, Bennett. I lampi colpiscono gli oggetti più alti, e saremmo noi gli oggetti più alti. Un passo di montagna è il luogo peggiore in cui trovarsi durante una tempesta di fulmini,» rispose, togliendosi lo zaino. Si appoggiò a un albero e rimosse l’elastico per capelli, sciogliendo la sua chioma meravigliosa. Desideravo affondare le mani in quel morbido intrico di onde. «Pensavo che fosse pericoloso stare vicino agli alberi, quando ci sono i fulmini,» borbottai io, osservando il fitto intrico di pini che ci circondava. Mi tolsi anch’io lo zaino e lo lasciai cadere a terra. Stavamo camminando da ore e, al contrario di quanto avevamo fatto con i ragazzi, avevamo tenuto un’andatura molto più spedita e il percorso era più arduo. Sapevo che tutte le soste che Xander aveva voluto fare non erano state per il suo bene, e la cosa mi aveva fatto incazzare. Per qualche strano motivo, su cui non volevo indagare, volevo che mi vedesse come un suo pari… soprattutto lì. Nel suo mondo. «Bennett, riprendi fiato per un minuto,» disse, gentile. Se me lo avesse detto con fare incazzato mi sarebbe andato bene. Ma la certezza che fosse esattamente come pensavo – che lo stesse facendo per il mio bene – mi fece andare fuori dai gangheri. Risollevai lo zaino e risposi: «Smettila di perdere tempo, cazzo.» Poi marciai verso lo spiazzo aperto davanti a noi. Lo ignorai quando gridò il mio nome, ma non potei fare lo stesso quando mi afferrò per il braccio. «Che cazzo stai facendo?» urlò, tirandomi indietro. «Lasciami!» sbraitai, voltandomi per spingerlo via. Ma lui era più forte di me e mi riportò facilmente nel bosco, dove mi sbatté contro l’albero a cui si era appoggiato poco prima. «Ti ho detto che è pericoloso!» sbottò. «E io dico che è una cazzata,» ribattei. «Smettila di farmi da tata, Xander. Hai messo in chiaro le cose, va bene!» «Quali cose?» Le sue dita mi affondarono nella carne…

Con un titolo che ricorda un mare di canzoni, tra cui forse quella che per prima sovviene alla mente è quella dei Gabin con Mia Cooper, Lost and found, ossia Persi e ritrovati, come sanno essere solo certi legami, di Lucy Lennox e Sloane Kennedy per Triskell (traduzione di Francesca Bernini), dà inizio a una nuova serie che promette di essere piuttosto avvincente: sono passati infatti ben quindici anni da quando Xander ha vissuto la notte più orribile della sua vita. Ha chiesto aiuto al suo migliore amico e quello, che gli aveva promesso di restargli sempre accanto, ha fatto proprio il contrario di ciò che gli aveva giurato. La ferita è stata tremenda, ma il tempo forma calli e cicatrici, ci si indurisce e rinforza, si cerca di andare avanti, di rimettersi in sesto: ma quando la vita ci rimette dinnanzi a chi abbiamo amato e perso, anche tre lustri sono niente, lo spazio di un sospiro, il tempo di un rimpianto, di un rimorso, del dolore della nostalgia. Bennett, con tutto il suo carico di problemi irrisolti, è di nuovo di fronte ai suoi occhi, e… Emozionante.

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“Ironweed”

51pGgw4wUKL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Non è rimasta traccia del dolore: le astrazioni sono le prime a cadere, sotto le nevi della riduzione.

Ironweed, William Kennedy, Minimum fax. Traduzione di Luciana Bianciardi. Héctor Babenco (Il favoloso Fittipaldi, Il re della notte, Lucio Flavio, il passeggero dell’agonia, Pixote, La terra è ridotta come un’arancia, Il bacio della donna ragno, Giocando nei campi del Signore, Cuore illuminato, Carandiru, Il passato, Words with Gods, Il mio amico Hindu) ne ha tratto un omonimo film che ha visto come collaboratore alla sceneggiatura lo stesso autore del romanzo, insignito del premio Pulitzer (e se ne sono letti pochi di così meritati, in tutta onestà, poiché si tratta di un vero e proprio capolavoro ricchissimo di chiavi di lettura e di interpretazione, simbolico, allegorico, raffinato, intenso, interessante, caleidoscopico, policromo, pieno di riferimenti fondamentali e di spunti di riflessione dal punto di vista etico, sociale, culturale, storico, psicologico, linguistico, politico), e che ha portato Jack Nicholson e soprattutto, per la settima di ventuno – per il momento… – volte, Meryl Streep alla nomination all’Oscar. Ironweed è la storia, ambientata nel millenovecentotrentotto nella Albany, spettrale, asettica e impersonale, punteggiata di tralicci come una qualunque Detroit male in arnese, capitale dello stato di New York di cui Kennedy, di chiara fede democratica, è cantore, di Fran. Che era una promessa del baseball ma è precipitato nell’abisso della disperazione. Ed è tornato nella sua città dove incontra una donna senza fissa dimora che lo accompagna nelle sue peregrinazioni. Banalmente imprescindibile.

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“Il contratto”

41SiS2vp0GL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Sì, io e Hannah siamo amici. In effetti, è l’unica amica femmina che io abbia mai avuto. E sì, voglio che continuiamo a essere amici. Ma… Voglio anche andare a letto con lei.

Il contratto, Elle Kennedy, Newton Compton. Traduzione di Federico Cenciotti. Amarsi un po’ è come bere, più facile è respirare. Dice la canzone. E in effetti è vero. Non è facile amarsi. Non è facile essere amati. Non è facile raggiungere i propri obiettivi. A questo servono gli amici. Hannah è la studentessa ideale, ma si è innamorata di un ragazzo che non la vede nemmeno per sbaglio. Garrett ha un gran talento da sportivo e ci sa fare col prossimo suo, ma dei voti troppo brutti per poter sperare in un avvenire radioso. Facile che i due stringano un patto di mutuo soccorso. Facile anche che la situazione si evolva in un certo modo. Del resto, mettere la paglia accanto al fuoco non è mai una buona idea, a meno di essere degli incalliti piromani. Ma… Grazioso e lineare, da leggere.

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“Il tradimento”

514CQIFeeBL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

I suoi occhi sono pieni di vulnerabilità, ma resisto alla voglia di allungare il braccio e prendergli la mano. Non devo più prendermi cura di lui.

Il tradimento, Elle Kennedy, Newton Compton, traduzione di Emanuele Boccianti e Stefano Michetti. Allie è allo sbando. Non sa che ne sarà di lei. Il college sta finendo. Si è conclusa la sua storica relazione. Il campus le appare una prigione dorata. Una mattina si risveglia e, con la complicità di qualche bicchiere di troppo, si ritrova nel letto del ragazzo più popolare, in tutte le accezioni nelle quali può essere declinato questo pur semplice aggettivo, tra gli studenti. Lei sembra intenzionata a lasciarsi l’accaduto, del quale non ha pressoché memoria, alle spalle. Lui, invece… Semplice e non banale, si legge con facilità e piacevolezza.

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“Kennedy”

kennedy-600x750di Gabriele Ottaviani

Kennedy era in grado di recitare a memoria brani delle Georgiche di Virgilio, delle Mille e una notte, di Erodoto, Sancho Panza, del Nuovo Testamento, dei Riformatori tedeschi, di Adam Smith… lo stile del suo discorso inaugurale ricordava quello di Cicerone ed era un inno alla pace e alla libertà, a quel mondo “nuovo” cui bisognava essere pronti a gestire, a condividere.

[…]

Un mese prima dell’arrivo presidenziale, Adlai Stevenson, ambasciatore americano presso le Nazioni Unite e membro di spicco dell’ala liberal del Partito Democratico, era stato circondato, proprio a Dallas, da una folla adirata e violenta che arrivò addirittura a riempirlo di sputi e spintoni. Una situazione abbastanza pericolosa. Lo stesso Pierre Salinger aveva ricevuto una lettera minatoria che riguardava la visita di Kennedy a Dallas. Ma quella città non poteva essere compromessa nel suo tour. Lo scopo era proprio quello di bilanciare ed unire le forze democratiche conservatrici del Sud, e non visitare una città chiave come Dallas equivaleva ad alimentare le tensioni politiche che già spaccavano il Paese, soprattutto sulle tematiche annesse ai diritti civili. Il programma della giornata del 22 novembre 1963 era quello classico di un presidente in viaggio.

Un mito per generazioni. Un uomo fatto di luci e ombre. Come tutti. Un personaggio da film biografico. Un protagonista dell’orgia del potere. Un lungimirante precursore dei tempi. Un leader scaltro e concreto. Un cavalcatore di scandali. Un abile mediatore. Un figlio di papà con amicizie scomode e scabrose. Un donnaiolo impenitente. Un paladino dei diritti civili, indispendabili. Perché da quelli si vede il grado di progresso e civiltà di un paese. Un nume tutelare dei valori di libertà che globalmente si riconoscono all’America. La vittima di un omicidio in merito al quale non tutte le ombre, ancora, sono state dissipate, e forse non sarà mai possibile farlo. C’è persino chi ha inventato un mondo nuovo, in cui quel terribile delitto di oltre cinquant’anni fa non è mai accaduto. Una leggenda. Tutto questo, e forse ancora non basta per descrivere una persona il cui nome è condensato in uno degli acronimi più celebri della storia. JFK. John Fitzgerald Kennedy. Il giovane presidente democratico, cattolico e irlandese che succedette ad Eisenhower, gestì la crisi con Cuba che sembrava ad alcuni preludere a una nuova guerra planetaria, batté Nixon, fu amico di Sinatra e amò Marilyn Monroe. Kennedy – Un socialista alla Casa Bianca, Santi Cautela, Historica è un libro nuovo e interessante, che ne tratteggia puntualmente la figura e fa pensare.

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“Il libro blu”

3338630-9788845276293di Gabriele Ottaviani

Lei non immagina la torbida astuzia che si annida nella torbida mente di Arthur, le oscurità e le strategie e le menzogne. Hanno anch’esse un peso e una forma, e pulsano dentro di lui.

E io ho le mie, e oggi non lo salvo da se stesso.

Ci sono i truffati e i truffatori in questo romanzo. Ma sono davvero gli uni e gli altri quelli che sembrano, o la realtà che c’è alla base in verità è molto diversa? Sta al lettore scoprirlo: quel che è certo è che il libro in questione è caratterizzato da una prosa magnifica, che non si fa nessuna fatica a leggere ma al tempo stesso non è mai, nemmeno per un istante, banale. Non c’è una sillaba che sia fuori posto, non una parola è superflua. Sullo sfondo di un viaggio in transatlantico dall’Inghilterra verso altri lidi, un viaggio che, a voler usare un eufemismo, sa tanto di fuga, A. L. Kennedy costruisce un gioco di specchi di formidabile tenuta. Il libro blu, Bompiani (traduzione di Andrea Silvestri).

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