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“Un altro tamburo”

tamburo.PNGdi Gabriele Ottaviani

Poi rimasi incinta di Dewey, David fu licenziato e tutto venne allo scoperto.

Un altro tamburo, William Melvin Kelley, NN. Traduzione di Martina Testa. I diritti non devono mai essere dati per scontati. Non si deve mai smettere d’impegnarsi per loro, perché a perderli ci vuole un attimo. E non bisogna mai smettere d’impegnarsi nemmeno per la conoscenza. E William Melvin Kelley, morto ottantenne un paio d’anni fa, è troppo poco conosciuto. Ed è un vero peccato, perché la sua prosa è ottima. Autore afroamericano di racconti e romanzi, professore universitario, giornalista che ha analizzato con dovizia di particolari l’annosa, drammatica e ancora non del tutto risolta, cambiando quel che dev’essere cambiato, problematica della discriminazione e della segregazione razziale, tra i più autorevoli esponenti del Black Arts Movement, venticinquenne, cinquantasette anni fa, nel momento di massima tensione in merito alla questione dei diritti civili, esordisce, dopo gli studi a Harvard, proprio con questo romanzo modernissimo e preconizzatore che gli vale  il Rosenthal Foundation Award e il John Hay Whitney Foundation Award e che narra con potenza l’amore, il desiderio, la libertà, il dolore, l’impotenza, la rabbia, l’ingiustizia, il coraggio e l’orgoglio prendendo le mosse dalla vicenda di Tucker Caliban che, sul finire degli anni Cinquanta del Novecento, in uno stato immaginario ma tremendamente credibile dell’America che riservava finanche posti a sedere sui bus e bagni pubblici solo ai bianchi, vive e lavora, come del resto è stato per le generazioni della sua famiglia prima di lui, in una piantagione, di cui però è riuscito, con impegno, a diventare in parte proprietario. Ma… Evocativo sin dalla copertina, è imprescindibile.

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