Libri

“Di turno la notte di Natale”

di Gabriele Ottaviani

Primo Natale – Il Natale in cui ho lavorato in urologia e in molti si sono massacrati l’uccello con grande fantasia…

Di turno la notte di Natale, Adam Kay, Mondadori. Traduzione di Gioia Sartori. Quando tutti festeggiano c’è chi lavora, e spesso lavora proprio perché gli altri possano continuare a festeggiare, salvaguardandone il bene primario, la salute: con brillantezza icastica, delicata e ironica, lacerante e commovente (d’altronde il canto di Natale per antonomasia, quello di Dickens, viene da qui…), talvolta tragicomicamente esilarante, Adam Kay, di Brighton, affermatissimo comico e valido – ne ha già dato prova – autore ma in un recente passato – del resto ha quarant’anni, non l’età di Enoc, il padre di Matusalemme – specialista in ostetricia e ginecologia in forza al National Health Service, racconta venticinque aneddoti incredibili, e infatti verissimi, accaduti agli angeli del vessato servizio sanitario nazionale inglese, che Boris Johnson, almeno prima di averne assai bisogno e di, pare, ravvedersi in parte, stava di fatto dismettendo come tanti e troppi prima di lui e non solo alle sue latitudini e come nemmeno la peggior Thatcher, e ce ne vuole, rendendo sempre più grama la vita dei lavoratori. Per ricordare e riflettere, divertendo con intelligenza e profondità.

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Libri

“Le farò un po’ male”

41VZlUb5wwL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ho la stessa sensazione di sconforto di quando vai dal preside, con i denti neri come il carbone, a negare di aver rubato la liquirizia.

Le farò un po’ male – Diario tragicomico di un medico alle prime armi, Adam Kay, Lastaria. Traduzione di Gioia Sartori. Giuro per Apollo medico e Asclepio e Igea e Panacea e per gli dèi tutti e per tutte le dee, chiamandoli a testimoni, che eseguirò, secondo le forze e il mio giudizio, questo giuramento e questo impegno scritto: di stimare il mio maestro di questa arte come mio padre e di vivere insieme a lui e di soccorrerlo se ha bisogno e che considererò i suoi figli come fratelli e insegnerò quest’arte, se essi desiderano apprenderla; di rendere partecipi dei precetti e degli insegnamenti orali e di ogni altra dottrina i miei figli e i figli del mio maestro e gli allievi legati da un contratto e vincolati dal giuramento del medico, ma nessun altro. Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, mi asterrò dal recar danno e offesa. Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo. Con innocenza e purezza io custodirò la mia vita e la mia arte. Non opererò coloro che soffrono del male della pietra, ma mi rivolgerò a coloro che sono esperti di questa attività. In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra l’altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi. Ciò che io possa vedere o sentire durante il mio esercizio o anche fuori dell’esercizio sulla vita degli uomini, tacerò ciò che non è necessario sia divulgato, ritenendo come un segreto cose simili. E a me, dunque, che adempio un tale giuramento e non lo calpesto, sia concesso di godere della vita e dell’arte, onorato degli uomini tutti per sempre; mi accada il contrario se lo violo e se spergiuro. È questo il testo del giuramento di Ippocrate, che con ogni probabilità chiunque abbia frequentato il liceo classico di norma al terzo anno si è trovato a tradurre, quantomeno in parte: è un brano che ha grande fortuna nelle antologie, e non solo. Il mondo è mutato però dai tempi in cui si pensava che fossero per lo più quattro umori a governare pressoché ogni azione e reazione del corpo umano, componente essenziale ma non unica dell’individuo, e quindi ne è stata proposta, per così dire, una versione più moderna, coerente in ogni modo nello spirito e parimenti tradita, purtroppo, negli sventurati casi di negligenza e infedeltà a quella che è prima che una professione una missione e una vocazione: Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, giuro: di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento; di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale; di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente; di attenermi nella mia attività ai principi etici della solidarietà umana, contro i quali, nel rispetto della vita e della persona non utilizzerò mai le mie conoscenze; di prestare la mia opera con diligenza, perizia e prudenza secondo scienza e coscienza ed osservando le norme deontologiche che regolano l’esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione; di affidare la mia reputazione esclusivamente alle mie capacità professionali ed alle mie doti morali; di evitare, anche al di fuori dell’esercizio professionale, ogni atto e comportamento che possano ledere il prestigio e la dignità della professione; di rispettare i colleghi anche in caso di contrasto di opinioni; di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica; di prestare assistenza d’urgenza a qualsiasi infermo che ne abbisogni e di mettermi, in caso di pubblica calamità, a disposizione dell’Autorità competente; di rispettare e facilitare in ogni caso il diritto del malato alla libera scelta del suo medico tenuto conto che il rapporto tra medico e paziente è fondato sulla fiducia e in ogni caso sul reciproco rispetto; di osservare il segreto su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell’esercizio della mia professione o in ragione del mio stato. Essere un bravo medico è importante, così come è fondamentale fare bene il proprio lavoro, quale esso sia, perché ognuno, se onesto e dignitoso, fa del bene all’umanità: ma non è facile. Adam Kay lo sa bene, perché prima di diventare un comico e uno scrittore pluripremiato – con pieno merito – per tv e cinema ha lavorato come medico. E ne ha viste di tutti i colori. Settimane lavorative da quasi cento ore, decisioni di vita o di morte da prendere nello spazio di un sospiro, stipendi da fame, liquidi corporei ovunque, rimproveri terribili quando si commette un errore microscopico e nessun elogio quando si fa qualcosa di straordinario: tutto questo e molto altro è in questo libro che non è solo esilarante, travolgente e magnifico. È necessario. Da leggere.

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