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“Qualche altro giardino”

s-l225di Gabriele Ottaviani

Durante un prolungato soggiorno in Francia tra il 1979 e il 1980, mi trovai spesso a passeggiare nei giardini della Reggia di Versailles, mentre mio marito, l’artista Tony Urquhart, dipingeva accurati scenari di viali, parterre e foreste in lontananza. Con l’andar del tempo, la rigorosa formalità di quei giardini accese la mia curiosità, e in quella formalità cominciai a vedere la metafora del tipo di autorità dispotica che un re potente come Luigi XIV poteva esercitare. Alla fine conclusi che un uomo addirittura un re – che voleva controllare il mondo della natura a tal punto, presumibilmente, avrebbe voluto avere lo stesso controllo assoluto non solo delle persone che gli stavano accanto, ma anche della propria vita emotiva ed interiore. Di lì a poco mi detti a leggere tutto quanto mi fosse possibile sulla vita privata di Luigi XIV; in tal modo venni a conoscere nei dettagli la storia della seconda e, a mio parere, più interessante delle sue amanti, Francoise-Anthenais, Marchesa de Montespan, meglio conosciuta come Madame de Montespan. Madame de Montespan era una donna bella, intelligente e vivace la quale, quando la sua relazione con il re cominciò a vacillare, fu coinvolta in quello che divenne noto come “lo scandalo dei veleni” . Le poesie qui raccolte furono, per molti versi, un tentativo di guardare il paesaggio, la corte e lo stesso re con gli occhi di questa donna.

[…]

La mia veste nasconde

la struttura delle stanze

modella i pomeriggi

in grottesca geometria

tutto ciò che tocco

si gonfia ai bordi

queste lenzuola

quelle piume

la gonna di satin gettata via

appaio alle finestre

mi dissolvo sulle soglie

fuori della mia pelle

si muove il tuo polso

e diviene tra il silenzio

confusione

Jane Urquhart, Qualche altro giardino, traduzione di Laura Ferri, Del vecchio editore. L’immaginazione ha ali amplissime, che attraversano il cielo dei pensieri e regalano a uomini e donne sprazzi di libertà dalla consuetudine, dalla noia, dal male di vivere. Luigi XIV è forse il sovrano dei sovrani, la sua corte è l’emblema, il paradigma e la sintesi di tutto quello che si pensa si possa attribuire all’idea stessa della monarchia, del potere supremo, assoluto, fatto di lusso e lussuria. E lussureggiante è il giardino della sua dimora, nei cui corridoi si avverte distintamente il fruscio delle vesti delle amanti. In particolare Madame de Montespan, il cui ritratto emerge per intima delicatezza e insieme passione. Le composizioni originariamente raccolte in opere diverse, di trenta e più anni fa, redatte da Jane Urquhart, penna sublime, rivivono in questa opera da non perdere.

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“Sanctuary Line”

GGW057.pngdi Erminio Fischetti

Le finestre a nord, contrapposte a quelle a sud, riproducono e mescolano vedute marine, gli specchi rifrangono la luce del lago, e a volte i pioppi che costeggiano il lago tremolano sui vetri dei vecchi dipinti di paesaggi, incorniciati e appesi al muro del salotto.

[…]

Era riuscita ad apprezzare quel vezzeggiativo? È una delle cose su cui rifletto ora: se sia stata in grado di conservare un ricordo di quella tenerezza, o se quello che successe dopo abbia cancellato dalla sua vita tutta la tenerezza, e anche il suo ricordo.

Jane Urquhart è una delle più amate e rappresentative scrittrici canadesi. Ha vinto numerosi premi e il suo apprezzamento era arrivato anche in Italia verso la fine degli anni Novanta grazie all’ormai scomparsa casa editrice La tartaruga che ha pubblicato Cieli tempestosi, Altrove e Niagara (tutti fuori catalogo). Uno più bello dell’altro. Nel decennio successivo qualche altra traduzione passata abbastanza inosservata: la raccolta di poesie Qualche altro giardino per Del Vecchio, il romanzo sulla prima guerra mondiale Klara per Iannone, un’antologia di racconti in collaborazione con Mavis Gallant e Janice KulykKeefer, Donne in viaggio. Voci femminili del Canada per Le Lettere. Ora, dopo molti anni, è merito di Nutrimenti e della malinconica e poetica traduzione di Nicola Manuppelli se è arrivato anche Sanctuary Line, suo penultimo romanzo uscito in patria nel 2010 e ça va sans dire amatissimo da pubblico, critica e giurati di premi. Opera asciutta e poetica al tempo stesso, che racconta la storia di una famiglia, o meglio la percezione dei ricordi di una sua componente, Liz, orfana cresciuta con lo zio Stan, sopra le righe, un po’ alticcio, ma paterno e affettuoso a modo suo e la cugina Mandy, che ora non c’è più perché è morta in Afghanistan. Sullo sfondo c’è anche Teo, con il quale condividerà ben più del primo amore. Sono passati trent’anni e di quella casa dove ora è tornata per lavorare in un centro di ricerca sulle farfalle monarca ora c’è solo lei. E il passato ora è racchiuso tutto nella sua memoria e fra le pareti di quella casa sul lago. Ora silenziosa e solitaria.

La scrittrice in questo bellissimo (non mi stancherò mai di dirlo abbastanza!) e commovente romanzo racconta i meccanismi e i rapporti di una famiglia atipica, i toni con i quali vengono racchiusi e “riprodotti” i ricordi nella mente umana. Le parole della Urquhart sono fatte per penetrare nel proprio intimo e traslare le storie da lei raccontate con quelle del lettore, che si identifica e viene aiutato a rielaborare le proprie. È quasi come una seduta di terapia Sanctuary Line! Senza dimenticare che l’intera bibliografia della Urquhart è perfettamente armonizzata nel suo complesso, tanto che ogni suo romanzo è una sorta di prequel o sequel ideale di ognuno. A scelta e/o a piacimento. Si possono ritrovare sensazioni ed emozioni. È come se i suoi romanzi fossero uno solo e i suoi protagonisti, i suoi personaggi, che non sono direttamente collegati in realtà, l’evoluzione degli altri. Liz, Stan e Mandy possono essere tranquillamente i discendenti di Mary e Brian O’Malley di Altrove, che nel pieno dell’Ottocento abbandonarono l’isola di Rathlin in Irlanda per trasferirsi in Canada. Con loro portano un diverso bagaglio e una diversa sofferenza, ma è come se si leggesse in fondo ai loro occhi un’inquietudine simile. Questo determina non solo un fil rouge di autorialità da parte dell’autrice, che permea la sua complessità narrativa in un continuo rifluire delle sue storie, in una sorta di sliding doors emotivo. In realtà però lei non racconta sempre la stessa storia, ma è come se la sua intera opera volesse costruire un puzzle sull’amore e gli affetti dell’umanità. Questo implica un grande talento e una grande classe.

Inoltre, se per quanto detto finora la scrittura della Urquhart può essere accostata a quella di Alice Munro, come ribadito da tutti, la vera similitudine può essere letta con quella di Barbara Kingsolver per come mette in scena i rapporti fra l’uomo e la natura, il loro scontro e incontro, con in più la capacità di saper trasformare le parole in poesia. Ma se delle farfalle monarca anche la Kingsolver ha raccontato ampiamente nel suo La collina delle farfalle (edito da Neri Pozza) il più similare in rapporto al tema dei ricordi e alla complessità della percezione di essi può essere L’albero velenoso della fede (come Altrove, complice il titolo, ma non è quella la ragione, a L’albero di fagioliUn mondo altrove).

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