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“Giro di vite”

di Gabriele Ottaviani

Stare in loro compagnia era sempre molto piacevole, ma parlare con loro si rivelò, al solito, una prova superiore alle mie forze: presentò, all’atto pratico, difficoltà insormontabili tanto quanto in precedenza. Quella situazione si protrasse per un mese, con nuove aggravanti e note particolari, soprattutto quella, sempre più stridente, della consapevolezza venata d’ironia dei miei allievi. Non era – ne sono certa oggi come allora – un semplice frutto della mia infernale immaginazione: era facilissimo accorgersi che si rendevano conto della situazione difficile in cui mi trovavo, e quella strana relazione, in un certo senso, condizionò per molto tempo l’atmosfera nella quale ci muovevamo. Con questo non voglio dire che fossero insolenti o che si comportassero in modo inappropriato, perché non c’era da temere quel genere di cose da parte loro; voglio dire, invece, che tra noi l’elemento che divenne più palpabile fu quello del non detto e del non menzionato, e che tale cura nell’evitare certi temi poteva essere frutto soltanto di un tacito accordo. Era come se, di quando in quando, c’imbattessimo in argomenti davanti ai quali dovevamo arrestarci di colpo, abbandonando improvvisamente strade che si rivelavano vicoli ciechi, chiudendo, con un colpo secco che ci spingeva a guardarci l’un l’altro…

Giro di vite, Henry James, NUA, traduzione di Chiara Messina. Celeberrima novella dell’orrore adattata pressoché in ogni modo e maniera sin da quando in origine apparve addirittura a puntate nel milleottocentonovantotto sulla rivista Collier’s Weekly e poi nel libro Two Magics, edito a New York da MacMillan e a Londra da Heinemann, è oltre a essere uno dei grandi classici anche una pietra miliare e uno spartiacque, ricchissima di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione: rivive in questa nuova veste per Nua e non smette mai di solleticare nel lettore lo stimolo a indagare le profondità dell’anima. Imperdibile.

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“La morte non mente mai”

81NMwIwBaTL._AC_UL320_di Gabriele Ottaviani

Sono abbastanza convinto che i due casi non siano collegati…

La morte non mente mai, Ed James, Newton Compton, traduzione di Cristina Contini. Stremata, confusa, ma incredibilmente viva, a sei settimane dalla scomparsa, ritrovata pressoché esanime sul ciglio di una strada, Sarah Langton fa scalpore. Il problema è che non ricorda nulla della sua prigionia, quindi tocca alle forze dell’ordine indagare, ma è un brancolare nel buio che non porta da nessuna parte. Oltretutto altri ragazzi riappaiono d’improvviso dopo mesi di prigionia, e la rete che si va delineando è viepiù inquietante… Un thriller ad altissima tensione, perfettamente riuscito sotto ogni aspetto: imperdibile.

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“L’allievo”

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–          Sono molto orgogliosi di te.

–          Ma sono io a non essere orgoglioso di loro.

L’allievo, Henry James, Elliot. A cura di Angelo Molica Franco. È dunque in libreria un preziosissimo gioiello, una gemma sublime di un autore formidabile che non ha bisogno di presentazioni, un’assoluta garanzia di qualità, quale che sia il genere di riferimento: non si può, oggettivamente, non apprezzare la caratura di una prosa come quella di Henry James, che è bella come un paesaggio fiorito, un film di James Ivory, un’onda che spaventa ma affascina per la rombante potenza. In questo testo, forse in assoluto il più sottile e profondo non solo fra quelli da lui vergati, ma in generale tra le più intense disamine della relazione tra docente e discente, e ancor più complessivamente tra due anime inesperte della vita e un po’ inadatte a essa bisognose di essere salvate l’una dall’altra, si realizza un’analisi della psicologia della fragilità che è davvero raro incontrare. Da non lasciarsi sfuggire per nessuna ragione.

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“Leopardo nero lupo rosso”

91Ejejc+pgL._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

È giusto che tu sappia che l’ho ucciso…

Leopardo nero lupo rosso, Marlon James, Frassinelli, traduzione di Paola D’Accardi. Giamaicano che vive tra il Minnesota – dove insegna all’università – e New York, non dimenticando però di tornare di tanto in tanto nel suo luogo natio, l’isola caraibica di struggente e policroma bellezza, che con le sue suggestioni folkloristiche che afferiscono e rimandano a dimensioni altre, all’impenetrabile mistero dell’esistere che la scrittura si arrovella sempre, da sempre e per sempre per svelare, è certo pirotecnica ispirazione, Marlon James si dedica qui alla stesura di un fantasy, primo volume di una trilogia, già opzionata per una serie tv, ambientato in un’Africa ancestrale dove leopardi e lupi si mescolano con uomini dai poteri sovrannaturali, e… Magnetico.

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“Le leggi dell’abitudine”

unnamed (4).jpgdi Gabriele Ottaviani

Colui che vuole imparare a suonare il piano non solo muove le sue dita su e giù per premere i tasti, egli muo­ve l’intera mano, l’avambraccio, e persino tutto il corpo; e specialmente muove la sua parte meno rigida, la testa, come volesse premere i tasti anche con quell’organo. Spesso avviene anche una contrazione dei muscoli addo­minali. Principalmente, comunque, l’impulso è determi­nato dal movimento della mano e del singolo dito. Ciò ac­cade, in primo luogo, perché il movimento del dito è il movimento pensato, e in secondo luogo perché il suo movimento e quello del tasto sono quelli che cerchiamo di percepire, assieme al risultato di quest’ultimo nell’orec­chio. Più il processo è ripetuto con frequenza, maggiore è la facilità con cui il movimento si esegue, sulla base dell’aumento della permeabilità dei nervi messi in gioco. Ma più il movimento avviene con facilità, minore è lo stimolo richiesto per sollecitarlo; e più lo stimolo dimi­nuisce, più il suo effetto si limita alle sole dita.Pertanto, un impulso che inizialmente estende i suoi effetti a tutto il corpo, o almeno a molte delle sue parti mobili, si circoscrive gradualmente a un singolo e defini­to organo, sul quale produce la contrazione di un numero limitato di muscoli. In questo cambiamento i pensieri e le percezioni che danno avvio all’impulso creano relazio­ni causali interne sempre maggiori con un gruppo parti­colare di nervi motori. Per ricorrere a un’analogia, almeno in parte calzante, si può immaginare il sistema nervoso come un sistema di drenaggio, che si direziona nel suo insieme verso certi muscoli, la cui zona di fuga pare come bloccata. Allora i flussi di acqua tenderanno nel complesso a riempire i tubi di drenaggio che vanno verso questi muscoli e ripulire la zona di fuga. Nel caso di una “scarica d’acqua” improv­visa, comunque, l’intero sistema di canali si riempirà, e l’acqua strariperà ovunque…

William James, Le leggi dell’abitudine, MimesisTraduzione e cura di Denise Vincenti. Con una nota di Marco Piazza. Non c’è nulla di più rassicurante dell’abitudine. È un po’ come la lamentela, ci si adagia su di essa per definizione. È l’emblema della cosiddetta comfort zone, ossia quello stato psicologico nel quale le cose appaiono talmente familiari da far sì che ci si senta sempre e comunque, o quasi, a proprio agio, in grado di tenere pressoché tutto sotto controllo, limitando al massimo l’ansia e lo stress, garantendo un rendimento costante. Ma senza rischio non c’è crescita: insomma, il brodo è tanto buono ma se non c’è il prezzemolo non ha sapore, la vita è tanto bella ma se non c’è il coraggio non è saporita, ed è meglio un capitombolo che non provarci mai, per citare una canzone di fama. Non era mai apparsa in italiano prima d’ora questa riflessione sulle dinamiche, finanche vischiose, dell’abitudine che porta l’arguta firma dal più grande psicologo sperimentale americano: ora c’è, ed è da leggere.

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“Una morte da amare”

81YeOu+LgKL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Era troppo incredibile per lasciarsela sfuggire, doveva cogliere l’attimo.

Una morte da amare, Peter James, Longanesi, traduzione di Federica Garlaschelli. Jodie si è sempre sentita brutta. Per questo ha concentrato ogni suo sforzo esistenziale per diventare bella. Non è difficile, basta un buon chirurgo. Che però ha l’insana abitudine di farsi pagare. E quindi Jodie deve anche diventare ricca. Le strade sono due: o guadagni tanto o sposi qualcuno che guadagna tanto. Lei opta per la seconda scelta. Però anche i mariti hanno come i chirurghi un’insana abitudine: stanno sempre tra i piedi. Pertanto tocca eliminarli. E a Roy Grace, ispettore cui non mancano i grattacapi, sembra sempre più chiaro che per la sua città si aggiri una scaltra serial killer. Astuta, e molto pericolosa… Brillante.

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“Darker”

41iV5dT575L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Mi sveglio di soprassalto, il cuore che martella. Non per la paura, ma perché qualcosa del sogno mi ha sconvolto.

Darker – Cinquanta sfumature di nero raccontate da Christian, E. L. James, Mondadori, traduzione di Eloisa Banfi, Stefano Mogni, Vincenzo Perna. La storia è nota, ha reso la sua autrice straricca e famosa, è diventata un fenomeno anche sul grande schermo: Ana è una ragazza in apparenza piuttosto scialba, anonima e dimessa, Christian un plutocrate perverso. Si mettono insieme e la loro quotidianità è abbondantemente condita di bondage et similia: in vari episodi, prendendo le mosse, com’è noto, da una fanfiction di Twilight, l’autrice ne narra le vicende. E di solito il punto di vista è sempre quello di Anastasia: in Darker, invece, parla lui. Per gli appassionati.

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