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“Su con la vita”

Schermata-2019-07-30-alle-17.36.03-1di Gabriele Ottaviani

I figli nel bene e nel male si sono dileguati e i mariti giacciono dove il morso di zanzara del desiderio illecito non si può più grattare. Tutto quel che spetta alle vedove adesso dovrebbe essere loro – dimenticate onore, amore, obbedienza, frotte di amici: solo quiete e una lieve perturbazione del cuore ogni tanto. Ma parrebbe che il genere umano debba vedersi negare la felicità per sempre. Le vedove sono state liberate da una schiavitù solo per essere condannate a un’altra. Grazie alla scienza e alla tecnologia, grandi prolungatrici imparziali di ciò che non ha altra ragione di essere prolungato se non quella che può essere prolungato, vivono più a lungo solo per soffrire più a lungo.

Su con la vita, Howard Jacobson, La nave di Teseo, traduzione di Milena Zemira Ciccimarra. Non è mai troppo tardi per essere quel che avresti voluto essere, diceva il poeta, ma spesso e volentieri in verità non è affatto facile aderire nella realtà all’anelata immagine di sé medesimi: Beryl, però, arrivata a un’età che non è iperbolico definire veneranda, pare aver mantenuto il suo spirito del tutto anticonformista, quello che le ha fatto attraversare la vita sulla cresta dell’onda. Ha amato, è stata amata, si è sposata, più volte, ha avuto tre figli, di cui non si è mai occupata, e in particolare per uno di loro, come una delle due ragazze che le fanno compagnia ha modo di comprendere leggendo i diari della donna, che, neghittosa, non ricorda più nulla, o quasi, o almeno così sostiene, l’esistenza è stata un autentico disastro. Molti aspetti le sono del tutto ignoti, e l’incontro con un uomo che, viceversa, non ha dimenticato né dimentica mai nulla sembra davvero risolutivo, anche sotto alcuni risvolti completamente inattesi… Ironico, brillante, profondo, agrodolce: irresistibile.

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“L’enigma di Finkler”

51IMu6WJNZL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Sono timido, la vivacità mi mette a disagio.

L’enigma di Finkler, Howard Jacobson, La nave di Teseo, traduzione di Milena Zemira Ciccimarra. Con inoltre il corredo di un interessante, importante, ampio, approfondito e ben fatto glossario dei termini del lessico di formazione semita utilizzati nel testo e che caratterizzano e punteggiano in maniera significativa la narrazione. Julian è bello e inconcludente, Sam, suo amico/rivale dai tempi della scuola, è carismatico, deciso, determinato, risoluto. Julian è incostante, incapace di condurre a compimento qualsiasi progetto, in particolare in ambito sentimentale, è incline all’indolenza e al pessimismo, al vittimismo e alla fragilità, Sam è un filosofo, è pop e popolare, è autore di libri di incredibile successo, è per Julian il prototipo dell’ebreo come pensa che si dovrebbe essere, e in seguito a un evento traumatico ne diverrà il modello di comportamento, ma… Jacobson è un grande autore, e questo romanzo di respiro solenne che indaga l’animo umano nella sua molteplicità lo dimostra.

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“G”

download.jpegdi Gabriele Ottaviani

Credeva in Dio, ma solo per avere qualcuno dinanzi a cui castigarsi.

Kevern pensa che il fatto di non essersi mai sposato e non aver mai generato figli suoi sia in qualche modo legato alla consapevolezza di sentirsi il frutto di un’unione peccaminosa e scandalosa tra due consanguinei fuggiti per sancire il proprio reciproco amore e la legittimità del desiderio che li attanagliava. Come se fosse stato generato in mezzo alla paglia fumante della loro stalla, vicino agli utensili da falegname atti a produrre quei cucchiai degli innamorati, intagliati in un unico pezzo di legno e tradizionale pegno d’amore gallese degli uomini nei confronti delle rispettive fidanzate, che anche lui sa realizzare. Molte sono le cose che non capisce, che ancora non si spiega, ha un’esperienza delle vita che è limitata e sofferta. Come Ailinn. Non sa chi è. Non sa da dove viene. È sola e ferita. Violata da un mondo violento, feroce con chiunque, ovunque animato dall’autorigenerarsi di uno squallore imperante che fa esercizio di potere e prevaricazione sulle esistenze altrui, facendo sentire braccate le persone anche soltanto per aver scelto di innamorarsi, o comunque di lasciarsi andare al sentimento, che come tale è per natura sovversivo, perché non può seguire regole burocratiche. È un futuro prossimo e distopico il tempo in cui G, come la lettera che il padre di Kevern, quando si trovava a inizio parola, pronunciava sempre con due dita davanti alla bocca, romanzo dallo stile originale e potente, complesso ma non difficile a leggersi, anzi, tutt’altro, di Howard Jacobson edito da Bompiani e tradotto da Milena Zemira Ciccimarra è ambientato: ma in realtà parla di noi, del nostro tempo e delle nostre sovrastrutture, che rendo arduo progettare l’avvenire. Intrigante.

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“Il mio nome è Shylock”

untitled.pngdi Gabriele Ottaviani

Chi, storicamente, odiava di più chi? È come chiedere se è nato prima l’uovo o la gallina. Attenzione alla parola «antichi». La malvagità che ciascuno vedeva nell’altro – la fiera chiusura da una parte, e la fiera finzione di gentilezza dall’altra – risaliva a un tempo che precedeva l’ascesa del capitalismo e dell’usura. Ci si potrebbe chiedere piuttosto quale movimento di uomini e idee non precedesse. Forse le parole destabilizzanti dell’Apostolo Paolo. La pace prima di Paolo. Del resto, però, prima di Paolo non c’erano cristiani che gli ebrei potessero odiare o dai quali farsi odiare. Be’, se la malvagità era tutto ciò che i gentili vedevano, la malvagità sarebbe stata ciò che avrebbe fatto vedere loro di più. E loro? Loro in cambio gli avrebbero mostrato una pietà malvagia, come una pioggia di veleno. Intesa ironicamente, quella malvagità? E loro, intendevano ironicamente la pietà? Di una cosa era certo: non v’era stata ironia quando gli avevano rubato sua figlia.

Howard Jacobson, Il mio nome è Shylock, traduzione di Laura Pignatti, Rizzoli. Un classico non finisce mai di dire quello che ha da dire per definizione, almeno stando a quel che sostenne Italo Calvino, di cui ormai questa frase è diventata più celebre per la sua innata forza di slogan, in quanto ha natura di aforisma, degli stessi titoli del grande autore sanremese nato a Cuba, compagno di studi di Eugenio Scalfari. E chi c’è di più classico di Shakespeare? Jacobson riscrive, e avvalendosi di quel realismo magico che è proprio degli autori migliori catapulta nel ventunesimo secolo nientedimeno che Shylock, il mercante di Venezia, il personaggio per il quale il Bardo è stato accusato, in maniera che lascia a dir poco stupefatti, perché come sempre si dimentica di considerare il contesto, addirittura di antisemitismo. Per Shylock il tempo è passato, il risentimento no. È dunque l’interlocutore perfetto per un filantropo facoltoso, padre in crisi che si interroga sul sentimento della pietas in un camposanto del Cheshire… Da non perdere.

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“Uscirò vittoriosa da questa prova”

USCIRò-VITTORIOSA-DA-QUESTA-PROVA-22_04-DEFdi Gabriele Ottaviani

Papà mio carissimo, ho una notizia triste, caro papà. Dopo la zia, tocca a me partire. Ma non fa niente. Io sono su di morale, come tutti qui del resto.

Louise vive a Parigi. Ha ancora diciassette anni nell’agosto del millenovecentoquarantadue. Ha violato il regolamento antiebraico. Non ha la stella gialla sul vestito. È arrestata. Deportata. Prima a Fresnes. Poi a Drancy. Infine ad Auschwitz. Non torna. Muore il diciotto di febbraio del millenovecentoquarantatré. Nel frattempo scrive lettere. A familiari e compagne di scuola. Che commuovono fino alle lacrime. Perché i fiori recisi fanno male al cuore, sono bellezza pura condannata a morte. E perché non c’è traccia di pessimismo. Né di odio. Nadia, sua sorella, ha custodito questi scritti incantevoli e atroci per anni. Nel millenovecentoottantanove la prima pubblicazione. Ora ci pensa nuovamente Castelvecchi, con traduzione di Mirella Caveggia e introduzione di Francesca Sanvitale: il titolo italiano è retorico, ma splendido. Uscirò vittoriosa da questa prova, di Louise Jacobson. Imprescindibile.

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