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“Uccidendo il secondo cane”

uccidendo-il-secondo-cane.jpgdi Gabriele Ottaviani

Mi chiamo Marek Hłasko, ho ventidue anni, ho il vizio di scrivere e come tutti i vizi comporta dei rischi. Inizia così Uccidendo il secondo cane, graphic novel mirabile, che insegna, diverte, intriga, appassiona, di rara suggestione (merito d’un bianco e nero potentissimo), avvolgente, avvincente, emozionante, di forte impatto politico nell’accezione più alta del termine, per Oblomov, che si dipana nella Polonia, dove comunque teneri amori possono sbocciare come piante che spaccano l’asfalto del regime e fanno a pugni per uno spicchio di sole, del millenovecentocinquantasei, prostrata dai postumi della seconda guerra mondiale e avviluppata nelle spire del patto di Varsavia, indagata dall’occhio acutissimo del James Dean polacco, randagio, scomodo, pappone, sceneggiatore: Valerio Gaglione e Fabio Izzo realizzano un gioiello preziosissimo, travolgente, entusiasmante. In uscita anche in Francia, in anteprima a Lucca.

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Libri

“Consigli dalla Punk Caverna”

IMG-20190212-WA0002.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ma è ora di finire di essere maleducati e di presentarvi i ragazzi: Spino, età ignota, è l’unico lavoratore in Italia che è sottoposto all’originale orario solare, ovvero lavora quando c’è il sole al supermercato locale, ovviamente in nero. Lo mandano a chiamare quando arriva la bella stagione e i primi turisti cominciano ad affacciarsi dalle nostre parti. Spino è anche il nostro batterista e durante il suo lavoro giù al supermercato non solo si esercita nelle percussioni grazie ai flaconi di detersivi sugli scaffali ma provvede a rifornire di straforo la nostra dispensa. Un taccheggiatore giù al tacco d’Italia in pratica. Ruscio, l’ideologo del gruppo. Uno che quando c’è da mettersi anema e core non si tira mai indietro, peccato che non faccia altrettanto con il portafoglio. Sta al negozio di biciclette e di articoli sportivi e ha una vera e propria passione per le catene. E’ la nostra seconda chitarra. E assieme a Spino stanno portando avanti un esperimento che hanno letto su Wikipedia: somministrano a dei ragni di allevamento, cioè trovati in giro e poi chiusi in una teca di vetro, varie sostanze. L’esperimento originale parlava di Lsd ma quello ci costa troppo così hanno ripiegato su altri generi di sostanze come caffè, coca cola e birra. Il risultato è che sti ragni non riescono più a tessere geometricamente la loro ragnatela e producono invece delle tele paranoiche e irregolari, strane a vedersi. Poi c’è Pri-Pri, detto anche il Puorco, Doppia Pri, Two Pri e Pri al quadrato, scegliete voi. Pri Pri è un grafico pubblicitario che, non so come, è riuscito a diplomarsi presso un istituto di Galatina senza avervi mai messo piedi. Pri Pri, si avvicina alla scena punk dopo aver imparato a suonare i tamburi nella curva del Melpignano. Dopo aver vissuto da squatter nel sottoscala di un fatiscente centro sportivo subaffittato ai rom, dopo essere stato il centro di accoglienza degli obiettori di coscienza, abbandona tutto per ricominciare da capo in seguito alla visione di un film rivelazione: Zombie News, da allora si è dedicato alla grafica e alla musica. Pri and Pri è uno che ha anche la passione per le vore, fosse carsiche tipiche del Salento, che hanno mantenuto invariato nel tempo il loro eco sistema preistorico e dov’ è altamente probabile trovarvi il nostro buon vecchio Pri Pri dopo una delle sue colossali sbronze di birra Raffo; perché nelle vore fa fresco e forse la Raffo, anche se prodotta a Taranto, è una delle poche birre che Spino riesce a far uscire dal supermercato senza troppi problemi. Pri Pri inoltre è il possessore dell’unico pc che abbiamo. Il collegamento a Internet lo scippiamo in Wi Fi all’albergo a quattro stelle che si innalza dietro alla nostra pagliara. In origine gli sceriffi a quattro stelle avevano ben pensato di criptare e proteggere il loro collegamento poi forse a lungo andare visto che andavamo sempre a chiedere di collegare il nostro pc al loro cavo, hanno pensato che è meglio non far trovare un gruppo di punk intento a guardare porno estremo e a scaricare musica improbabile ai loro benestanti clienti, e anche a noi sta bene così, anche se a dire il vero un po’ ci mancano i tuffi nella piscina all’aperto dell’albergo. Per finire di parlare di Pri Pri, bisogna dire che per la legge del contrappasso si mantiene disegnando i volantini pubblicitari di tutti quei venduti gruppi di pizzica. Ai pizzicari non gliene frega niente che Pri Pri sia Punk, anche perchè Pri per Pri è il meglio che c’è in zona e a lui, in fondo nel rispetto dell’ortodossia Punk, su quei manifestini ci molla su qualche suo grumo mucoso che solo lui sa fare nel rimescolio della sua gola scaracchiando dopo aver bevuto una Raffo. Pri Pri è il nostro bassista mentre la pagliara per chi non lo sapesse è invece una costruzione mitica pugliese. È la nostra piramide a ziggurath con i suoi scaloni, è il nostro trullo molto più plebeo, è la nostra casa colonica. Costruita in pietra ad incastro, è una costruzione di un piano con un tetto piatto anche se rialzato. Ve ne sono molte ormai in disuso lungo le strade statali, erano le antiche case dei contadini, dei nostri nonni. Quegli stessi nonni che presi per fame, le abbandonarono per andarsene alla Svizzera o in Germania, a lavorare lasciando qui la famiglia. Mani abili che avevano costruito miracoli col tufo, andarono ad arricchire e a ingrossare le fila degli sfruttati su in quel Nord lontano e indifferente ai tamburelli tarantolati delle rosse terre bruciate dal sole. Ora a noi che restava in un pianeta invaso da migliaia di lavoratori male in arnese quanto noi? Davvero che vi resta da fare se non che vivere in una pagliara dimenticata e portare il nostro disagio giovanile in giro per una terra di emigrati grazie alla nostra musica? Questa è l’epoca in cui davvero non vogliamo cambiare le cose, non c’è niente da cambiare, o meglio sono così tante le cose da cambiare che già solamente cominciare a elencarle mentalmente per una lista scritta si rivela essere stancate. Meglio rimorchiare qualche turista svizzera attirata qui dalla fama ragamuffin del Salento e mostrarle nei nostri primitivi istinti sessuali la violenza punk in gang di gruppo…

Il punk non è solo un genere musicale: è un vero e proprio stile di vita, una visione del mondo. Fabio Izzo, che scrive bene e in modo originale, intenso, divertente, brillante, profondo, che tratteggia con precisione gli ambienti e l’animo umano, in cui scava con perizia e senza retorica, racconta di un Salento in cui Heyjoe, cantante e chitarrista dei White Rubbish – ma il sogno inconfessabile è di diventare un amministratore di condominio – appassionato di libri, si ritrova d’improvviso col cuore spezzato nel peggiore dei modi possibili, ammesso e non concesso che ne esistano di poco dolorosi. D’altro canto, però, questa potrebbe essere l’occasione per dare una svolta, finalmente, alla propria esistenza, insieme agli amici di sempre e non solo: se non fosse che il mondo non è generoso con chi rifugge schemi e convenzioni, o quantomeno vorrebbe tanto potersi permettere di farlo. E allora… Consigli dalla Punk Caverna: A noi punk non ci resta che Al Bano, Terra d’ulivi: una delizia.

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“Ieri, Eilen”

15400923_1226405267398146_3266309228500036255_ndi Gabriele Ottaviani

Lui diventerà padre.

Successe tutto in Italia, sul mar Mediterraneo, quella notte che decisero di sposarsi, sfidando la sorte e il destino, tutto e tutti.

Andando contro i piani di Twardoski e del diavolo stesso in persona.

Se sarà maschio sarà come Kurt Cobain.

Pensa.

Ci vuole un altro Kurt al mondo.

Sono passati sei anni da quando ha pianto quel giorno. Da qualche parte pioveva. I suoi ricordi sono stati contaminati. Cosa stava facendo? Guardava MTV. Era notte. Le prime pagine dei giornali. Fu così che perse l’innocenza. A Roma quando fu ricoverato non ci volle credere. Ma poi il 1994 fu l’anno dell’America scossa da Kurt che poi non si curò dei mondiali di calcio e del rigore sbagliato da Roberto Baggio. Eilen è bionda. Ci sono possibilità che suo figlio possa essere biondo? Ricorda che a scuola durante l’ora di biologia insegnavano certe cose, tipo i cromosomi o mangiare la pasta senza pane, non usare gli stuzzicadenti, ricorda questo tra una canzone dei Nirvana e l’altra, ascoltata proprio durante l’ora di biologia. Ah se fosse stato più attento ora saprebbe se suo figlio può essere biondo, ma se non avesse ascoltato i Nirvana forse oggi non avrebbe un figlio. Era un’altra epoca, un’epoca innocente fatta di canzoni di rabbia vera, grezza, grossolana, delle periferie, che si spostava al centro, riprodotta su mangia cassette piratate in casa. Il potere delle compilation. La fantasia della ricollocazione. Io questo album me lo rifaccio come voglio. Quando sto giù “Come as you are” deve precedere “Lithium”. Poche storie e poi per saltare a “Polly” dovevi consumare le pile e riavvolgere il nastro scappato tutto a matita. Quelle Hb che in fondo servivano più per quello che per altro. Questa era la sua innocenza.

Grande e perduta.

Padrona della tecnologia.

Fisicità. Emozioni che si potevano toccare in qualcosa, misurare mentalmente come gli 84 secondi rumorosi di avanzamento nastro veloce che ci volevano per arrivare a “Smells Like Teen Spirits”. Perché no, quella canzone non poteva, al suo tempo, aprire l’ascolto, anche se spalancò un’epoca.

Flashback

La luce in camera è assente. Viene da fuori. Proviene da fuori come loro. Tutto lì è estraneo. Le tende lasciano filtrare quel poco di luce che apre alla visione dei contorni, lasciando spazio alla fantasia e alla memoria per i dettagli.
– Mettiamo un po’ di musica?
– Musica?
– Si.
– Chi?
– I Nirvana!
– Chi?
– I Nirvana, la band di Kurt Cobain. Non li conosci?

Fine flashback

Ora, come potremmo chiamare nostro figlio. Il nome è importante. Vorrei che fosse qualcosa di comprensibile sia in Italia che in Polonia, che non dia altri problemi alla sua infanzia.

Ieri, Eilen, Fabio Izzo, Il foglio letterario. Lui viene dall’Italia, lei dalla Polonia. Si incontrano in Finlandia. Benedetto sia l’Erasmus, che ti fa studiare e conoscere posti che altrimenti forse non avresti visto mai, incontrare persone che in caso contrario non avresti incontrato mai. E invece il caso, il destino, il fato, l’imponderabile, ignoto e inaspettato, ti regala una storia d’amore bellissima. Ma si sa che il destino, il fato, l’imponderabile ama anche percorrere sentieri impervi, irti, pungenti di rovi che possono graffiarti la carne e farti male… Con una scrittura come sempre capace di raccontare senza melensaggini i sentimenti con asciuttezza, rispetto, decoro e credibilità, Fabio Izzo offre ai suoi lettori il racconto di una vicenda umana che appassiona e induce alla riflessione. Da non lasciarsi assolutamente sfuggire.

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“Doppio umano”

doppio umanodi Gabriele Ottaviani

Il razzismo è sempre un’arma a doppio taglio sia per chi lo usa che per chi lo sfrutta.

Doppio umano, Fabio Izzo, Il foglio letterario. Il poeta è l’albatro, diceva Baudelaire, maestoso in volo, nella dimensione che gli è congeniale, a disagio, goffo e fuori posto sulla nuda terra. È altra la realtà che gli appartiene. In verità però il fulcro del gran bel romanzo di Fabio Izzo non è nemmeno questo, ma un altro: attiene infatti all’etica, alla morale, a cosa renda possibile che chi sa toccare le corde dello spirito, andando oltre quel che appare, scrivendo poesie, lottando per le sue idee, che gli costano una vera e propria persecuzione, tanto che dal Camerun è costretto all’esilio, all’asilo e alla precarietà in Polonia, a ricostruirsi altrove un nuovo qui, una nuova casa, sappia anche scientemente, volontariamente, lucidamente compiere il male? Non è solo avvincente Doppio umano, scava profondamente nell’anima.

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“I cavalieri che non fecero l’impresa”

i-cavalieri-che-non-fecero-l-impresa-sito-220x314.jpgdi Gabriele Ottaviani

– Perché l’hai fatto?

– Perché devi fare attenzione, molta! Lei non è affatto quello che sembra, non è così dolce, una volta che ti entra nella testa ti inonda di storie e, soprattutto, non farla entrare nel cuore, questo mai, ricorda, ragazzo, questo mai!

– L’hai amata?

– Come nessun amore potrà mai essere, ma fai attenzione, ricorda, non è una donna qualunque, semplicemente non è una donna, lo sembra ma non lo è.

– Capisco.

– Forse puoi capire ma non sai. Non lo sai davvero. Però mi ha lasciato storie, storie e storie, mi sembra di impazzire a volte, l’ho tenuta solo qualche anno con me eppure era lì, è qui, sarà qui, nella testa e nel cuore. Appena vedi che ti inonda la testa, non fare come me, non trattenerla, lasciala andare. Ora vai e fatti trovare pronto, sempre!

I cavalieri che non fecero l’impresa, Fabio Izzo, Terra d’ulivi edizioni. Magnifico e geniale, verrebbe da dire, se non risultasse un po’ troppo altisonante. Ma in effetti non paiono esserci definizioni più azzeccate dopo aver letto con gioia questo romanzo che gioca con la lingua, la letteratura, la storia, il mito, la leggenda, l’ironia di un mondo che si crede tanto serio ma in realtà è solo misero e buffonesco. Sembra il palazzo di Cnosso a Creta, un labirinto vero e proprio, la trama di questo romanzo, perché a ogni angolo si pare un bivio, una possibilità, un gioco che gioco non è. L’arte, la guerra, l’amore, la storia: i grandi temi ci sono tutti, e non per far numero. Ogni cosa, qui, infatti, ha un senso. E non è così frequente. Hildebrando Aristolakis è l’ultimo discendente di una casata che, oltre ad avere evidentemente una certa avversione per i nomi semplici, intreccia la sua esistenza come la vite al palo che la sostiene col Monferrato, terra tranquilla ma solo in apparenza, di cui si chiede di conservare la memoria. La ballata di un giovane che vuole vivere la sua vita nonostante tutto sembri cospirare contro la sua serenità, un’esegesi di piccole epiche gesta e minime e comuni gioie, tra fumetti, Polonia, precariato, musica e pallone: c’è tutto questo, e molto altro ancora nel romanzo di Izzo, da non lasciarsi sfuggire.

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