Libri

“Avventure”

di Gabriele Ottaviani

Peccato che un corpo così attraente nasconda un animo così volgare…

Avventure, Luigi Malerba, Italosvevo. Pronto? – Ciao Emma, come stai? – Anna, sei tu? – Certo, chi vuoi che sia? – Hai ragione, scusa. Che mi dici? – E che vuoi che ti dica? – Guarda, non me ne parlare. – Ti capisco. – Son tutti uguali, gli uomini. – Che mascalzoni! – Misogini! – Deficienti! – Ignoranti! – Cafoni! – Imbecilli! – Apotropaici! – Eh? – Che cosa? – Che hai detto? – Apotropaici! – E perché? – Boh, così… – Ah, andiamo bene… E poi ti domandi perché quel Leone lì abbia deciso di farti finire sotto un treno… – Senti chi parla: la tua fine è ancora più ridicola della mia. Ringrazialo pure, il tuo Gustavo… – In effetti… Viva la faccia di Catherine, che li ha fregati tutti… – Quella strega! È riuscita a passare alla storia come l’innamorata romantica per eccellenza e invece è una carogna della peggior specie. Lo sai, sì, come lo tratta, quel povero Heathcliff… – Lo so, lo so. Ma lei è stata più fortunata. – Oddio, io tutta la vita nella brughiera… Piuttosto una malattia… – Non intendevo quello, io piuttosto che raccogliere erica tutto il tempo userei un porcospino come spugna per il bagno… – E allora quale sarebbe la sua fortuna? – Che l’ha inventata una donna. – Per quanto possa considerarsi donna una qualunque delle Brontë… Tra tutte e tre hanno meno fascino di un branco di scoiattoli che ti rosicchiano casa… – Vero, però ragiona… – Dici? – Pensaci bene… – In effetti mi sa che hai ragione… – Gli uomini hanno paura di noi, hanno paura dell’amore, della nostra libertà, dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti, delle nostre anime. Ci fanno fare le eroine, e pensano così di essersi messi a posto la coscienza. Consegnate all’immortalità. Da morte. Troppo comodo. Che cominciassero a tirar fuori gli attributi sul serio, ad ascoltarci, a rispettarci, a essere meno viziati e immaturi. Altro che tragedia. La vita nel tinello è quella vera, mica quella delle dive che stanno tutto il tempo attaccate alle tende! Anche perché, Anna, ma tu ce l’hai forse il tempo di attaccartici, alle tende? – Ma figurati! Io meno le vedo e meglio sto. Ogni volta che devo lavarle mi viene l’esaurimento! – Non dirlo a me… – Beh, tu l’esaurimento comunque ce l’hai un po’ facile… – Senti chi parla! – Beh, comunque dai, speriamo in bene. Chissà, forse le prossime generazioni… – Me lo auguro per loro… – Già… Grazie per avermi fatto sfogare. – Figurati, grazie a te. Ma già devi andare? – Eh sì, ho il gulasch sul fuoco… – Per carità, allora vai, che se si attacca alla pentola è un disastro! E stai tranquilla che non viene un cavolo di nessuno ad aiutarti. Soprattutto lui: quello basta che scrive… – Parole sante: ciao cara! Stammi bene. – Anche tu, per quanto possibile… – Cerca di uscire dal tunnel dei gigolò, tesoro… – Ci proverò… Tu invece fammi il favore di non passare dalla stazione, non si sa mai… Qualche anno fa l’autore del presente articolo si lasciò andare, nella seconda edizione di una sua raccolta di racconti, alla pubblicazione di un’intercettazione – all’epoca andavano di moda più di quanto non siano di tendenza oggi… – impossibile, prendendo spunto anche dal più che rodato e diffuso format delle interviste irrealizzabili ai grandi personaggi, che sono modelli e archetipi e che, come tutti i classici, non smettendo mai di dire quel che hanno da dire, continuano a solleticare la nostra curiosità e a proporre risposte sempiterne al male di vivere che sovente chi più chi meno tutti incontriamo, fra Anna Karenina e Madame Bovary, le Thelma e Louise della letteratura, che avevano bisogno di sfogarsi in merito al modo in cui gli uomini le osservavano e raccontavano, come se per una donna la libertà dovesse e potesse passare solo attraverso la morte, concetto orribile che fa ribollire il sangue nelle vene e che fa sì che anche quello splendido film di culto, universale e particolare, attuale pur se profondamente figlio del suo tempo, ben scritto, ben diretto e soprattutto ben interpretato, in realtà faccia assai rabbia, sul serio. Ora l’autore del presente articolo, benché il destino oltremodo benevolo lo abbia premiato con la vittoria del Premio Malerba, qualche anno fa, per la migliore sceneggiatura di quell’edizione, che in un certo senso prendeva le mosse da un racconto della medesima e succitata antologia, non è certamente degno nemmeno di allacciare i sandali di tale irriverente, formidabile, caleidoscopico, policromo e zampillante genio, acutissimo indagatore che tanto ci manca ma che per fortuna, grazie al prodigio della letteratura, che rende immortali, possiamo continuare a leggere, rileggere, far leggere: è stata dunque una meravigliosa scoperta, una sorpresa bellissima, un dono inatteso e sontuoso avere la grazia e la possibilità di sfogliare le belle pagine, rilegate assieme in una magnifica e nuova edizione, curata con sopraffina eleganza, delle Avventure di colui che al secolo era Luigi Bonardi, e che è venuto al mondo nella frazione di Pietramogolana dell’incantevole Berceto, in provincia di Parma. E qui la condizione umana è raccontata in tutta la contraddittorietà che la contraddistingue, nei dialoghi fra Sancio Panza e Anna Karenina, Frankenstein e Don Abbondio, Bertoldo e Turandot, l’Innominato e l’Uomo Invisibile, l’Otello di Verdi e quello di Shakespeare, cinque coppie che non hanno mai potuto incontrarsi, e dunque si incontrano, che non hanno mai potuto parlare, e dunque si parlano, che dall’impossibile traggono il più vero del vero. Travolgente e sublime.

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Libri

“E due uova molto sode”

cover uova.jpgdi Gabriele Ottaviani

Quando cominciò a parlare dei pomodori con il riso non considerò, evidentemente, che si trattava di un funerale. Oppure sì: e lo fece proprio per questo. Cioè ritenne che parlare dei pomodori, o della stesa di pasta frolla con cui – così disse – negli anni aveva cementato l’intera famiglia, fosse il modo più bello di commemorare sua nonna. Parlò per ultimo, a cerimonia conclusa: e dopo che gli altri avevano pregato, e ricordato la grande apertura, l’intelligenza e l’accoglienza che avevano caratterizzato questa donna eccezionale. Lui aveva invece pensato che la cosa migliore fosse parlare dei pomodori col riso. Il fatto è che i pomodori, sua nonna, li cucinava togliendogli il cappello, in modo che il riso sopra si bruciacchiasse. Ma non li faceva tutti scoperchiati: alcuni sì, altri no: così che si potesse scegliere.

E due uova molto sode, Giovanni Nucci, Italosvevo. Del resto tutto comincia con un uovo. Ci si chiede se sia nato prima lui o la gallina, ma la domanda è mal posta. Perché anche i mammiferi producono uova. È la prima cellula. Si incontra con lo spermatozoo e fa nascere la vita. È il nucleo, il fulcro, l’origine di tutto. Quando si comincia una discettazione e la si prende troppo alla lontana, andando a spiegarne le cause sin dal primo bagliore del mondo, del resto, per descrivere il procedimento retorico, si usa l’espressione latina ab ovo, sicché anche da questo si capisce quanto nell’immaginario e nel simbolismo con cui infarciamo ogni nostra quotidiana attività, spesso nostro malgrado o a sproposito, siano fondamentali. C’è chi le lava ossessivamente, non considerando che così le depaupera del film microlipidico protettivo che ne connota il guscio, chi ne usa solo l’albume, chi il tuorlo, chi ne va matto, chi ha per esse una vera e propria idiosincrasia, chi se ne abbuffa come Paul Newman in una delle sequenze più iconiche della storia del cinema, chi ne limita il consumo pensando che siano un ricettacolo di colesterolo, non considerando che non si capisce come possano esserlo, visto che per lo più le galline campano in veri e propri lager, chi teme che veicolino la salmonella e chi se le beve: le uova, femminili se tante, maschili se singolari, al contrario dell’eco, che nella molteplicità cambia genere così come le ortensie colore al variar dei minerali nel terriccio, e si accompagna all’articolo gli, sono il punto di partenza di questo pamphlet che è anche divertissement, allegoria della cultura e raccolta di racconti dottissima e filosofica in cui si omaggiano e si incontrano grandissimi personaggi e geni del passato. In breve, da non perdere, e gustosissimo. Come un bel panino con la frittata, semplice ed eccezionale…

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Libri

“Buongiorno mezzanotte, torno a casa”

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Che lo si ami o invece non lo si sopporti più, l’essere lontani da “casa” fa soffrire. In casi più fortunati, genera una malinconia traducibile in parole – dove la distanza gioca funzione di “fecondo tormento”, e l’inventare scorre e fluisce, parallelo al nostro re-inventarci altrove, in territori stranieri. Altrimenti è pena muta, nel tempo anche sorda (sorda a se stessa). Quella fu la prima volta in cui capì: lo sgomento esterrefatto della donna è la nuova maturità che incomincia quel giorno per lei.

Buongiorno mezzanotte, torno a casa (appunti su espatrio e creatività), Lisa Ginzburg, Italosvevo – Gaffi. Nostalgia, resilienza, sradicamento, lontananza, fantasia, immaginazione, ricordo, estraneità, quel giusto distacco che consente di vedere le cose per quello che sono, attraverso la prospettiva che meglio ne definisce l’ampiezza, la memoria e i suoi proteiformi inganni, la percezione distinta di un’assenza, di una carenza, di una necessità che si fa sempre più forte mentre il tempo passa, gli anni si assommano gli uni agli altri, depositandosi come granelli di sabbia sul fondo di una clessidra che nel momento in cui sarà capovolta rappresenterà soltanto una fine e non più un inizio, perché è impossibile cambiare direzione a una freccia nel momento in cui oramai è stata scoccata: sono questi solo alcuni dei tasselli che compongono il raffinato e splendente mosaico della prosa di Lisa Ginzburg, scrittrice, traduttrice e filosofa che non ha vissuto né vive sempre e da sempre nel medesimo luogo (conta ben diciannove traslochi nella sua esistenza fino al momento in cui scrive), e che indaga attraverso una trama raffinatissima di riferimenti e con sapida e meditabonda souplesse, tra diario, romanzo e saggio, i moti contraddittori – il titolo, splendido, spiega già tutto – dell’animo – di ogni animo, tant’è che la letteratura, da Joyce ad Anna Maria Ortese, fornisce una messe, qui riportata, variegatissima di esempi: del resto, chi scrive racconta l’essere, e tenta di rispondere alle domande che tutti ci poniamo in cerca di un senso – che si sviluppano attorno al concetto fisico e morale, reale e intellettuale, politico, sociale e culturale di altrove, che è la rappresentazione, in fondo, di quello che siamo, che vorremmo essere, che vorremmo che il prossimo pensasse che noi siamo. Da non perdere.

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cultura

La rinascita di Italosvevo

edizioni_italo_svevoPubblicazione a cura della redazione del comunicato stampa

ITALOSVEVO

Piccola biblioteca di letteratura inutile

La casa editrice storica di Trieste riprende vita con una collana raffinata, intelligente e dal sa­pore mitteleuropeo,

per smuovere dalla pe­riferia un impero culturalmente in crisi.

 

«Anche se Trieste non ha dato grandi valori creativi, è stata un’ottima cassa armonica, è stata una città di una sismograficità non comune: per capirlo, bisogna aver visto le biblioteche finite sulle bancarelle dei librai del ghetto… Tutta una grande cultura non ufficiale, libri veramente importanti e sconosciutissimi, ricercati e raccolti con amore, da gente che leggeva quel libro perché aveva proprio bisogno di quel libro.

Bobi Bazlen

 

L’energia intellettuale che da sempre caratterizza la città di Svevo, Saba, Bazlen e Stuparich, per una nuova editoria di cultura, intel­ligente e attenta alle esigenze dei lettori più raffinati.

La Italosvevo rinasce con una nuova collana di volumetti intelligenti e anticonvenzionali per contenere quel­la letteratura, di grande tradizione italiana, che non appartiene alla narrativa e difficilmente trova spazio nelle case editrici.

Volumi di piccolo formato molto cura­ti nella veste grafica, copertina in brossura su carta di pregio con lunghe bandelle, ri­legatura filo refe, tagli laterali in tonso.

Con questo nuovo progetto editoriale Italosvevo si vuole catalizzare l’energia culturale che nasce dalla storica tradizione letteraria di Trieste e che tuttora ne fa una delle città più attive e ferventi, per esportarla in tutto il Paese. Il progetto della Italosvevo, rilevata dall’editore Alberto Gaffi, la cui direzione editoriale è affidata a Giovanni Nucci, è di andare a cogliere questo fermento là dove storicamente è sempre, con una produzione letteraria particolarmente vivida, colta, intelligente e raffinata. Con un occhio di riguardo alla realtà triestina, pubblicando però indistintamente autori italiani e, se necessario, stranieri.

La collana che inaugura la rinascita della Italosvevo raccoglierà dei testi chiaramente letterari, ma non propriamente narrativi.  La «Piccola biblioteca di letteratura inutile» si muoverà negli spazi del reportage, delle divagazioni letterarie, divertissement, pamphlet, testi di letteratura filosofica o di saggistica dissacrante, brevi scritti morali. Nel segno della riflessione e della critica, dall’attenzione e dell’intelligenza, del sarcasmo e dell’ironia. La grafica curata da Maurizio Ceccato è moderna pur seguendo i dettami della grafica editoriale di più chiara tradizione.

I primi due volumi previsti in uscita il 18 febbraio 2016 sono di due autori quanto mai diversi e distanti per età, genere, provenienza e scrittura. Due testi ugualmente forti.  Hans Tuzzi, tra i più raffinati autori italiani, con Trittico ha voluto dare a questa nuova casa editrice tre racconti morali, incisivi e taglienti, con la forza della coscienza critica, come ci si aspetta da un grande intellettuale. Marco Rossari, traduttore dall’inglese tra i più quotati, scrittore ironico e iconoclasta, pubblica Piccolo dizionario delle malattie letterarie: una lista dei tic, dei mali, dei paradossi, delle fobie e delle compulsività degli scrittori, le diagnosi e i rimedi del mondo letterario impietosamente elencati in ordine alfabetico. Il libro di Rossari ha l’introduzione di Edoardo Camurri, padrino perfetto non solo per questo dizionario, ma per tutta la collana.

“C’è un grande dire del ritorno al vinile nell’editoria, del libro come oggetto e della qualità. Noi faremo libri particolarmente curati, con carta di ottima qualità e copertine molto belle, abbiamo deciso di lasciare le pagine intonse, come si faceva un tempo, da dover tagliare col tagliacarte, per dare l’idea di un oggetto da accudire. Però abbiamo anche la presunzione di pubblicare dei testi diversi da quelli che si trovano solitamente in giro.  Stiamo quasi andando a cercare quello che gli altri scartano, magari per mancanza di attenzione, o di coraggio. I grandi movimenti dell’editoria italiana di questi ultimi tempi stanno creando dei nuovi spazi, delle opportunità per un piccolo editore. Ma non avrebbe senso cercare di fare quello che già fanno gli altri, vorremmo dare spazio a quella letteratura che definirei “filosofica” che ha una straordinaria forza nella nostra tradizione letteraria, basti pensare a Manganelli,  Calvino, o a Sciascia… per non parlare di certe cose specificatamente triestine di Bazlen, Stuparich o Saba. Magari riusciremo a scovare qualche inedito di autori del passato, ma vorremmo più che altro indirizzarci su testi di autori viventi, magari considerati marginali nell’ottica un po’ univoca del mercato della narrativa. Tanto degli esordienti, o non particolarmente affermati, quanto dei grandi autori che hanno qualcosa di talmente particolare che i loro grandi editori stentano a pubblicare. Noi vogliamo usare la forza di una piccola e nuova casa editrice e unirla con l’incredibile brodo di cultura che ancora oggi si respira a Trieste, nella sua formidabile tradizione culturale e letteraria. E vogliamo andare dove gli altri stentano a volersi spingere.”

     Giovanni Nucci

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