Libri

“Ironweed”

51pGgw4wUKL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Non è rimasta traccia del dolore: le astrazioni sono le prime a cadere, sotto le nevi della riduzione.

Ironweed, William Kennedy, Minimum fax. Traduzione di Luciana Bianciardi. Héctor Babenco (Il favoloso Fittipaldi, Il re della notte, Lucio Flavio, il passeggero dell’agonia, Pixote, La terra è ridotta come un’arancia, Il bacio della donna ragno, Giocando nei campi del Signore, Cuore illuminato, Carandiru, Il passato, Words with Gods, Il mio amico Hindu) ne ha tratto un omonimo film che ha visto come collaboratore alla sceneggiatura lo stesso autore del romanzo, insignito del premio Pulitzer (e se ne sono letti pochi di così meritati, in tutta onestà, poiché si tratta di un vero e proprio capolavoro ricchissimo di chiavi di lettura e di interpretazione, simbolico, allegorico, raffinato, intenso, interessante, caleidoscopico, policromo, pieno di riferimenti fondamentali e di spunti di riflessione dal punto di vista etico, sociale, culturale, storico, psicologico, linguistico, politico), e che ha portato Jack Nicholson e soprattutto, per la settima di ventuno – per il momento… – volte, Meryl Streep alla nomination all’Oscar. Ironweed è la storia, ambientata nel millenovecentotrentotto nella Albany, spettrale, asettica e impersonale, punteggiata di tralicci come una qualunque Detroit male in arnese, capitale dello stato di New York di cui Kennedy, di chiara fede democratica, è cantore, di Fran. Che era una promessa del baseball ma è precipitato nell’abisso della disperazione. Ed è tornato nella sua città dove incontra una donna senza fissa dimora che lo accompagna nelle sue peregrinazioni. Banalmente imprescindibile.

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