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“La strega di Cetona”

cover (1)di Gabriele Ottaviani

Bianca rotolò con giocosa malizia e la gonna risalì, facendo biancheggiare le cosce. Lorenzo lasciò cadere la camicia e si gettò su di lei, schiacciandola nel fieno profumato. «Cosa fai?» mugolò Bianca, compiaciuta, mentre lui le mordicchiava l’orecchio e affondava la mano tra le sue cosce. «Prendo ciò che offri» rispose l’uomo con voce ingolata, mentre le baciava il collo. Bianca scivolò di lato, liberò una mano e gli offrì una scatolina di unguento, poi si mise carponi e sollevò la gonna per offrirgli le natiche pallide e nervose. Lorenzo guardò la scatolina e lei che attendeva a occhi chiusi. Un lampo di malignità gli accese lo sguardo. La verità era che la cagnetta non voleva lui quanto piuttosto umiliare la rivale. Gli sembrò giusto, allora, renderle pan per focaccia e strapparle la mitica verginità che si diceva difendesse con tanta gelosia. Lorenzo la rovesciò, le aprì le cosce e la penetrò prima che avesse il tempo di sgusciare via. «No, no, no…» piagnucolava Bianca, divincolandosi e tentando di respingerlo. La forza vinse facilmente la resistenza e il membro si aprì la strada, finché lei si acquetò in un pianto silenzioso. Dopo l’orgasmo, le passò una mano tra le cosce ed esaminò le dita macchiate di rosa. «Dopo tutto, eri proprio vergine!» commentò e le strofinò sul viso la mano sporca di sangue. Senza dire altro, con calma serafica infilò la camicia e raggiunse i braccianti sulle sponde del torrente. Volarono via due mesi, durante i quali la ragazza si tenne alla larga. Tutte le mattine scrutava il pagliericcio, cercando i segni delle regole, che desiderava più di quanto avesse desiderato il menarca. Finché il ritardo si trasformò in mancamento e seppe il prezzo che aveva pagato per umiliare la rivale.

Avvocato che ha da sempre la passione per la scrittura e il teatro, con raffinata eleganza e bello stile, che non lesina in dettagli e particolari, ricostruendo con accuratezza le atmosfere del sedicesimo secolo, quando l’Italia è devastata dalle scorrerie dei lanzichenecchi, Andrea Gasparri ambienta in una Toscana dal fascino suggestivo e selvaggio vicende di amori, passioni, morte e magia, di contese per lo stesso uomo, seduzioni proterve, malocchio, esili e vendette, induzione coatta alla vita monastica e donne, spesso vittime ma ancora più di frequente indomite e coraggiose artefici del proprio destino. La strega di Cetona, IoScrittore: da leggere.

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“Un giorno, quando sarò grande”

cover_fondidi Gabriele Ottaviani

Quando la bambina e il padre si riuniscono a formare la famiglia intera, cementata da sorrisi e carezze, Fausto comprende. Comprende finalmente cos’è l’invidia, il desiderio vorace di essere al posto di un altro, l’odio feroce verso qualcuno solo perché possiede qualcosa di irraggiungibile. Realizza che di momenti magici come quello, di cui forse quel bambino neppure si ricorderà mai, anche lui ne ha avuto qualcuno in una fase della sua vita così lontana che pare davvero di qualcun altro. Non riesce a metterne a fuoco uno in particolare, ma ricorda quel calore, quel senso di gioia e di completezza, di sicurezza assoluta che un bambino può provare solo tra le braccia della madre. Quella è invidia. Non c’è lo sbigottimento che istupidisce il viso dei suoi colleghi o la meraviglia che strappa loro un sorrisetto ebete mentre contemplano un oggetto. C’è invece una rabbia sorda, un senso di deprivazione che arde tra le ossa e lo porta inspiegabilmente a odiare quel bambino per la fortuna che gli è capitata e che quello sciocco neppure riesce ad apprezzare. C’è un desiderio sfrenato di essere al posto suo, di farsi abbracciare da quella donna, fosse pure la più estranea tra gli estranei, purché manifesti anche a lui un frammento di quell’amore, purché trasmetta anche a lui quel calore benefico, quel flusso magico capace di decidere in un istante l’esistenza di un individuo. Certo che è invidia, intensa e dolorosa come sa essere un sentimento che nasce dalla collisione tra desiderio e privazione. E Fausto si sente derubato. Perché vorrebbe anche lui un momento come quello. Perché in quel momento il mondo è perfetto, la vita è perfetta e non c’è altro, niente altro da desiderare. Ed è un frammento di vita così elevato da farsi eterno e da illudere di poter perpetuarsi in eterno.

Un giorno, quando sarò grande, Fabrizio Fondi, IoScrittore. Fabrizio Fondi, consulente del lavoro e scrittore pluripremiato, vive e lavora nella città nella quale è venuto al mondo, la bella Orbetello, e con stile duro, potente, coinvolgente e convincente racconta le vicende che sbocciano nella terra, che non dà frutto da sola come se si stesse nell’età dell’oro, bensì solo se lavorata con impegno e veemenza, del Frontone, una comunità che accoglie e aiuta ragazzi difficili, in balìa dell’esistenza, per il loro bene (che di solito è la scusa per fare quanto di più turpe sia pensabile…). Almeno così pare. Almeno così dicono. In realtà i maestri della comunità isolano i ragazzi, inculcano in loro il concetto che il mondo sia solo un luogo ostile, ingiusto, da cui è bene tenersi lontani, così come dai sentimenti. Ma non è possibile né giusto, specie quando si è giovani, rinunciare all’umanità, a costo di soffrire una volta e un’altra ancora, è molto più perverso tirare i remi in barca, nel bene e nel male. E allora… Straziante e commovente sino alle lacrime, è da leggere.

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“Non lasciar cadere il cielo”

coverdi Gabriele Ottaviani

Il cappotto, di morbido tessuto bordò scendeva diritto e comodo appena sotto le ginocchia. Agata se ne stava lì, la fronte e le mani poggiate al vetro, come una personificazione dell’attesa avvolta in calze di seta. L’uomo, tra i trenta e i quarant’anni, indossava una giacca di panno sbottonata su un comodo maglione sportivo. Era salito a bordo a Marsiglia e sembrava che non avesse voglia di parlare con nessuno. Se qualcuno gli sedeva accanto scambiava solo poche battute di cortesia, poi si reimmergeva nella lettura. Probabilmente era afflitto da qualche problema personale di quelli cui non si trova facilmente soluzione, ma sulla nave non c’era scampo, durante le lunghe ore di navigazione, tra pranzi, cene e sdraio sulle verande. D’altra parte restare chiusi in cabina assaliti dai pensieri sarebbe stato peggio. Per fortuna in un paio di giorni sarebbero arrivati a destinazione. L’uomo però era incuriosito: quella donna se ne stava sulla nave con l’aria di bastare a se stessa. Era affabile con tutti, ma non cercava la compagnia di nessuno. Leggeva, passeggiava, restava a riposare sulla sdraio al sole. Le piaceva la musica. Aveva notato che seguiva con piacere lo spettacolo che c’era stato dopo cena la sera precedente. Così si alzò per cercare il maestro di sala e ottenere un posto a tavola vicino a lei. Desiderava conoscerla, prima di arrivare a Napoli. Prima di cena, Agata scese in cabina a cambiarsi. Tra poche ore avrebbe riabbracciato i suoi bambini. Tornare a casa era rassicurante, avrebbe dovuto essere felice, invece si sentiva in difetto. Tanto che la sensazione prevalente era la delusione. Lisciò con i palmi delle mani l’abito di jersey nero, osservandosi allo specchio, appeso su un minuscolo scrittoio. Poi controllò il trucco e ripassò il rossetto sulle labbra. Infine ritoccò i capelli con gesti rapidi. Li aveva accorciati prima di partire e le stavano bene. Più moderni.

Non lasciar cadere il cielo, Vera Puoti, IoScrittore. Vera Puoti, dottoressa in lettere, pittrice, blogger, ex redattrice presso l’Istituto Geografico De Agostini, autrice che esordisce ora con la più ampia dimensione del romanzo, in maniera riuscita, con una prosa classica ma non meramente canonica, credibile, ampia, solida, curata, intensa, raffinata, semplice, chiara, avvincente, coinvolgente, avvolgente, ben caratterizzata sia per quel che concerne ambienti, situazioni e contesto, anche dal punto di vista storico, che per quanto riguarda la ritrattistica dei personaggi, narra la vicenda di una donna forte e appassionata a cavallo fra Napoli e Rio, quella di Agata che non ha saputo, potuto e voluto resistere, appena prima del deflagrare tremendo della grande guerra, al fascino di Carlos, brillante diplomatico brasiliano di vent’anni più grande di lei. Ma… Da non perdere.

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“Quando la guerra finì davvero”

cover_Marescadi Gabriele Ottaviani

«Che mestiere faccio? In realtà ne faccio tanti». «E quanti ne fate?» «Forse troppi. Ma forse alla fine è uno solo». «Uno?» «Sì, uno. Vedete, io cerco di risolvere i problemi». «Problemi?» «Proprio così, risolvo problemi». «E vi piace questo mestiere?» «È un lavoro come gli altri. Però è il mio. E sì, mi piace». «E che problemi risolvete?» «Problemi che per tanta gente non sono neanche problemi». «Non ho capito». «Non è facile da spiegare. E non credo valga la pena di farlo. In questo momento, però, faccio soprattutto politica». «Che mestiere è?» «Aiuto gli italiani a capire qualcosa su questa nostra Italia». «E li aiutate pure a capire la guerra?» «Anche questo, sì». «E li aiutate pure a capire quando se ne andranno i tedeschi?» «A quello ci pensano altre persone». «Chi ci pensa?» chiese Bruno iniziando a interessarsi al discorso. «Gli americani. I partigiani». «E chi sono i partigiani?» «Sono gente come me e te. Gente coraggiosa». «Sono anche bambini?» «Sì, ho visto anche bambini». Bruno cominciava a capire. Lui e Vincenzino erano i partigiani che avrebbero cacciato via i tedeschi dall’Italia. Poi gli venne un sospetto. Possibile che quell’uomo avesse capito dove stavano andando e a fare che cosa? Perché voleva sapere che c’era nel sacco? Forse perché lo sapeva già. Sì, lo sapeva. Non c’erano dubbi. Guardò prima Vincenzino poi l’uomo. E il coraggio si impossessò di lui. «Noi siamo partigiani!» «Lo so». «Noi la guerra la facciamo finire oggi». «So anche questo». Gli occhi di Bruno si velarono come Capri nei giorni di mare grosso. Avrebbe voluto abbracciarlo, portarlo al Vesuvio, farlo diventare un eroe come lo sarebbero diventati loro. Perché era l’unico che poteva capire. «E poi liberiamo pure a nostro padre, che è prigioniero».

Quando la guerra finì davvero, Marco Maresca, IoScrittore. Marco Maresca, docente di lettere in una scuola media e per anni impegnato nel settore delle organizzazioni non governative e senza scopo di lucro e della cooperazione internazionale, racconta con prosa intensa, credibile, avvolgente, avvincente, convincente, coinvolgente, vibrante ed emozionante la storia di Bruno e Vincenzino, due bambini, due fratelli che nella penisola sorrentina sul finire dell’inverno dell’anno del Signore millenovecentoquarantaquattro mentre ancora la guerra di fatto infuria e continuano ad attendere il ritorno del babbo prigioniero dei tedeschi cercando di tirare avanti come possono insieme alla mamma rinvengono una bomba inesplosa. Pericolosamente. Fortunosamente. E fortunatamente. Sì, perché hanno un piano…

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“Il tenore in bicicletta”

cover_piccalugadi Gabriele Ottaviani

La natura non fa salti. Sii umile, frena l’impazienza: praticamente il vecchio trombone gli aveva fatto capire che doveva studiare ancora un bel po’ prima che la sua voce potesse spiegarsi in quelle coloriture e in quei virtuosismi propri dei grandi tenori. Ma lui si sentiva già pronto da un pezzo. Cosa devo frenare ancora? pensò Lucevàn un po’ indispettito scendendo le scale. Io posso già cantare. È lui che frena perché non vuole essere abbandonato dal borsellino di Matelda. È proprio vero: l’avidità si preoccupa solo di alimentare se stessa, come i maiali! Novembre si era fatto piovoso e freddo e nella testa di Lucevàn, nonostante tutto, cominciò a balenare l’eco di una parola. Quella parola era mantenuto. Chissà se tutto questo sarebbe piaciuto al suo patrigno Egisto, che era stato un uomo buono e onesto come pochi e che gli aveva insegnato a studiare, a lavorare e a vivere tenendo sempre la schiena ben diritta. Nei suoi ricordi, papà Egisto aveva la bellezza, la compostezza, la maestosa dignità di un grande albero. E come un albero era nato, vissuto e morto nello stesso angolo di campagna. Erano le sei di pomeriggio. Un brivido di freddo percorse la schiena di Lucevàn che si affrettò a tirarsi su il bavero della giacca e si mise a scarpinare di buona lena per raggiungere casa. I tram continuavano il loro sferragliante andirivieni. Passò qualche auto. Gli sfilarono davanti anche due o tre carrozze coi mantici tirati su. I vetturini fingevano di dar di frusta ai cavalli per aumentare l’andatura. Gli zoccoli ferrati dei quadrupedi facevano cantare il selciato. I conducenti con in testa i cilindri di vernice scintillanti al bagliore dei lampioni, avevano le teste ciondolanti di sonno, i visi segnati dalle intemperie e i fanali delle carrozze già illuminati. Possibile – pensò ancora sparendo tra la folla della sera – che Matelda non si renda conto che sta facendo di me un piccolo puttano e non un grande artista?

Il tenore in bicicletta, Massimo Piccaluga, IoScrittore. Nato a Milano, giornalista di chiara fama, scrittore di romanzi e racconti, Massimo Piccaluga ambienta nella sua città, quella però del primo Novecento, la vicenda brillante, intelligente, piacevolissima e di ampio respiro di un ragazzo, adottato da una coppia di mezzadri nel Lodigiano e fuggito di casa perché i fratellastri lo sottoponevano a ogni genere di angheria, dal nome inconsueto che ricorda un celebre verso di una romanza per tenore della Tosca, Lucevàn, nato da un cantante lirico, che non sa di averlo messo al mondo ma che gli ha trasmesso l’irrefrenabile impulso alla melomania, e da una madre dall’umile lavoro morta appena sedicenne ma che lo visita in sogno. E irresistibile come l’amore istintivo e schietto per le sette note è anche la sua corsa, in sella alla fida bici, da cui mai si separa, alla ricerca della felicità attraverso le alterne fortune della vita e della storia. Da non farsi sfuggire.

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“Il tremore del falso”

download (1)di Gabriele Ottaviani

Il sole è già alto quando m’incammino lungo il Mugnone che volentieri mi fa strada verso la nuova casa di una delle più illustri attrici del nostro Teatro. Fatico a trovarla – dimentico del numero civico – finché scorgo due operai lavorare in un grazioso giardino: un trionfo di calle e boccioli di rose pronti a fiorire. Stanno montando una Madonnina azzurra su un cumulo di pietre costruito a suon di calce e cazzuole che i due – in tuta da lavoro molto sporca – utilizzano alquanto malamente, ma con pervicacia, per fissare la statua in cima. Immagino siano due giovani volenterosi di famiglia borghese prestati generosamente a una mansione di cui poco sanno, o nulla. Mi sporgo alla cancellata e chiedo loro se possano aiutarmi a trovare la signora Irma Gramatica. I due si guardano con meraviglia, poi sembrano sorridere alla mia pur semplice domanda. Uno dei due mi si rivolge con voce rude e profonda e, da sotto il cappellone, chiede: «Voi buon uomo, che cosa cerchereste dalla signora Gramatica?» Io, che son amico della Irma da più di vent’anni, mi sento un poco offeso da quel tono sgarbato, e già son pronto a una rispostaccia. Ma quando “egli” si avvicina, le parole mi muoiono in gola perché scopro sotto quel travestimento niente di meno che la nostra Irma!

Il tremore del falso, Sebastiano Cenere, IoScrittore. Sotto l’affascinante pseudonimo di Sebastiano Cenere si cela un gruppo di scrittori, sceneggiatori e documentalisti che dà voce con armonia davvero convincente alla biografia romanzata accattivante e piacevolissima di due delle più grandi protagoniste della storia dell’arte della recitazione, e in particolare del teatro, il luogo dove, non certo per caso, tutto è finto ma niente è falso: Irma ed Emma Gramatica. Due sorelle. Due dive. Due sodali. Finché nella loro compagnia non viene assunta la giovane Caterina, con cui Irma, ormai decisa a ritirarsi dalle scene, va a vivere, facendone la figlia che non ha mai avuto e la compagna ideale. Emma si ritrova dunque d’un tratto sola, e medita, nell’ultimo spettacolo, di imbandire quella che per antonomasia è una sapida pietanza da servirsi rigorosamente fredda… Elegante, divertente, brillante, profondissimo: da non perdere.

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“Io non ti lascio solo”

41oChsci2nL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Getto lo sguardo fuori dalla finestra. L’ombra del crepuscolo avvolge il paese. La scientifica ha messo sotto sopra la casa e la tenuta. Non ha rilevato nulla di anomalo. Impronte del padre e del figlio ovunque. Nessun segno di sangue o altro. Se fosse stato rapito solo un fantasma potrebbe farlo senza lasciare alcuna traccia. Stesso risultato del nucleo cinofilo. Hanno allargato il raggio di ricerca di qualche altro chilometro. L’ipotesi del bambino di due anni in fuga o perso nei boschi può essere archiviata. L’uomo appostato dal medico non riporta nulla di anomalo. Attività ordinaria da contadino, anche con tutti quegli agenti dentro casa. È dotato di un binocolo a infrarossi, controllerà gli eventuali movimenti anche di notte.

Io non ti lascio solo, Gianluca Antoni, IoScrittore. Quando un caso resta aperto è come un’eco che non cessa mai di ripetere il suo lugubre suono, una ferita i cui labbri non riescono ad aderire, un dolore che non passa: perché è molto peggio non sapere che conoscere anche la più orribile delle verità. La storia che tormenta il maresciallo De Benedittis, a cui ormai non manca molto per godersi la pensione e di conseguenza il più che meritato riposo, è quella di Tommaso. Un bimbo di due anni. Scomparso. Da trent’anni. E mai più ritrovato. Finché un giorno non vengono rinvenuti i diari di due ragazzi, e… Intenso, emozionante, convincente, coinvolgente, ben scritto da ogni punto di vista.

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“Infondate ragioni per credere all’amore”

511PiwR96LL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Rossella è tornata a casa per le vacanze di Natale: mi ha tenuto due serate sveglio fino a tardi per raccontarmi di Londra, del clima natalizio e delle decorazioni che rendono la città magnifica. Mi ha raccontato delle persone che ha conosciuto, soprattutto di Chantal, la nostra seconda cugina, con cui ha fatto amicizia; della bellissima casa in cui abitano a Earl’s Court, del ristorante e di come si diverte a fare la cameriera. È diversa da quando era partita: sembra più donna, più sicura di sé, più a suo agio in quello che fa e dice. Ha portato dei regali di natale per tutti: a me un bellissimo golf di cachemire e una sciarpa scozzese. Mamma ha ricevuto una scatola di tè pregiati e non finiva più di ringraziare Rossella, perché lei adora il tè e dice che a Lucca non si trova nulla di buono. Oggi è arrivata anche una scatola che aveva spedito per posta: contiene gli addobbi natalizi che vuole mettere qui in casa nostra perché dice che così belli si trovano solo a Londra. Mentre eravamo solo noi due mi ha confessato che Pierluigi è andato a trovarla; di nascosto a tutti, quest’estate, si è preso un albergo vicino al ristorante e così si sono visti per una settimana.

Infondate ragioni per credere all’amore, Pina Bertoli, Ioscrittore. L’amore è tutto. Ci fa fare di tutto. Anche cose che riteniamo impossibili. Che non avremmo mai nemmeno immaginato. E non conosce barriere. Non si ferma davanti a nulla. Scavalca d’un balzo le convenzioni, ostacoli che paiono insormontabili ma che in realtà non hanno invece affatto ragion d’esistere, perché nulla hanno a che fare con la purezza d’un sentimento che salva, rinforza e vivifica. Francesco e Maria sembrano due creature che vengono da due mondi diversi, altro che Marte e Venere, come si dice che succeda in genere agli uomini e alle donne che non sono destinati a capirsi, ancora peggio, due rette sghembe, che non giacciono nemmeno sullo stesso piano. Ma invece l’incontro avviene, e la loro bellissima storia ha tutti i colori dell’emozione, ed è raccontata con una sensibilità vibrante che appassiona. Da leggere.

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“Leningrado: la congiura dei ricordi”

51YzNxthcPL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Quando Cristina le si avvicinò per presentarsi, non accennò né stupore né curiosità. Indicò con la mano ossuta il posto vuoto di fronte a sé, come per invitarla a una partita. «Non sono qui per sfidarla, so che è un’abilissima giocatrice. Desidero parlarle… di suo figlio. Sono Kristina Danilova, una psichiatra di Leningrado». «Kristina Vladimirovna Danilova, campionessa al torneo giovanile di Leningrado nel 1963». La psichiatra fu sorpresa da quella citazione precisa del suo trascorso da scacchista. E solo per cortesia decise di sedersi di fronte alla donna. «Olga Antonovna, io so che ha perso suo figlio in un lager. Mi dispiace molto. Io non sono qui per conto del partito o degli organi. Sto cercando di aiutare un uomo che è stato allievo di suo figlio negli anni 50. Si chiama Volkov. Dovrebbe ricordarsene, era citato nel suo testamento e credo che sia stata lei a fargli recapitare un vecchio disegno». Olga mosse il pedone in D4, la classica apertura del gambetto di donna, senza proferire parola. Cristina non giocava a scacchi da anni, ma intuì che quella era l’unica via per comunicare…

Leningrado: la congiura dei ricordi, Claudio Leonardi, IoScrittore. È uno dei dieci romanzi che hanno vinto la settima edizione del torneo letterario online IoScrittore del Gruppo editoriale Mauri Spagnol ed è stato inoltre uno dei protagonisti del contest d’illustrazione L’avventura di scrivere, nato dalla collaborazione tra IoScrittore e Romics, perché da esso ha tratto ispirazione l’artista Camilla Zaza. E pare davvero una congiura terribile, degna di Catilina o di un suo perfido epigono o sodale quella che è costretto a rivivere di continuo nel corso della sua esistenza Ivan Volkov, illustre astrofisico internato dal regime sovietico in un manicomio di Leningrado riservato a dissidenti e alienati mentali, prigioniero da sempre e per sempre di un solo ricordo: un’amnesia davvero singolare e perversa. Ancora più singolare è però il fatto che l’apparato del regime faccia tutta la pressione che è in suo potere per fare in modo che a occuparsi del caso sia solo ed esclusivamente Kristina Danilova, che certo è una brillante psichiatra, ma è specializzata nello studio dei neonati. Perché tutto questo? Da leggere.

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“Quelle del Quarantanove”

517m3D3vcCL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Cominciavamo a sperare che lo sbirro se n’era dimenticato – o che magari s’era beccato una fucilata che l’aveva mandato all’alberi pizzuti. Invece il sovrintendente Leonardi è ricicciato di prima mattina, accompagnato da uno dei suoi sbirri, per interrogare il sé dicente Cardini Filippo. E che non facessimo tante storie, perché lui ha aspettato pure troppo. La signora non si lascia impressionare e lo invita a accomodarsi: così il signor sovrintendente si toglierà il dubbio una volta per tutte e la farà finita con questi assurdi sospetti. Leonardi sale alle soffitte, entra nello stanzino dove sta Filippo e richiude la porta, lasciando di sentinella l’altro sbirro. Restano chiusi lì per un par d’ore. Poi Filippo ci ha raccontato tutto. All’inizio Leonardi vuole sapere dove è nato, chi è la sua famiglia e robba così. Filippo gli spiega che viene da un paese vicino a Pisa. Suo padre è allevatore, abbastanza benestante per farlo studiare; infatti da due anni studia abbotanica all’università di Pisa. È venuto a Roma, come tanti altri studenti italiani, per contribuire a difendere questa nostra bella e giovane repubblica. Leonardi allora gli fa l’interrogazione su questa abbotanica, per vedere se davvero è studente come dice. Filippo risponde senza problemi, e dentro di sé si fa pure una risata: lo sbirro pensa di essere un dritto, ma è ignorantissimo di abbotanica e Filippo potrebbe raccontargli qualsiasi cosa, pure che i fagioli crescono sull’alberi.

Quelle del Quarantanove, Marco Amato, Valerio Maria Fiori, IoScrittore. Valerio Maria Fiori, nativo di Camerino ma romano d’adozione, copywriter, sceneggiatore e autore, ha molte cose in comune con Marco Amato, che da tre anni a questa parte fa l’insegnante di scuola media. Il loro romanzo – un viaggio avvincente e ben caratterizzato sotto ogni punto di vista nel Risorgimento italiano attraverso gli occhi di donne forti e tenaci che vennero però nascoste e ignorate dalla storia ufficiale, che, si sa, non solo è fatta dai vincitori, ma anche, per non dire, soprattutto, dagli uomini, non perché siano loro i più valorosi tout court ma semplicemente perché sanno fare più squadra e raccontarsi meglio fandonie per dare spago al proprio sessismo e alla propria vanagloria – si è aggiudicato il Premio Vanity (Vanity Fair Italia) per il miglior personaggio femminile nell’ambito del Torneo letterario online del Gruppo Editoriale Mauri Spagnol (Gems). È la storia, credibilmente raccontata anche dal punto di vista linguistico, che è aspetto niente affatto da sottovalutare in un tale contesto, di Vincenza Diotaiuti. Il cognome è rivelatore: è un’orfanella. L’hanno cresciuta e battezzata le suore. Siamo a Roma, nel milleottocentoquarantanove, l’anno della repubblica romana, che viene istituita mentre lei, che tutti chiamano Cencia e che per vivere batte, è in carcere. Quando le porte della prigione si spalancano dinnanzi a lei, di nuovo finalmente libera, ammesso e non concesso che la sua esistenza possa dirsi tale, è destabilizzata: il mondo è cambiato. E lei vuole farne parte. Conosce una donna straordinaria. È bella. Dotta. Fascinosa. È una principessa. Si chiama Cristina Trivulzio di Belgioioso. Le offre un lavoro in ospedale, tra rivoltosi feriti da medicare. E uno di loro ha un paio di irresistibili occhi azzurri… Una piacevolissima sorpresa.

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