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“Io, Daniela”

fdbdbs.PNGdi Gabriele Ottaviani

Il mio primo set – Una volta, in teatro di posa, alla fine della scena in cui urlo quando entra la zia in camera da letto, uscirono tutti, anche gli elettricisti, per andare a preparare la sequenza successiva. Io mi ero soffermata un attimo di più nella stanza perché dovevo raccogliere le scarpe e il beauty-case che avevo messo sotto il letto per non farli vedere nell’inquadratura. Franco, che prima stava dietro la macchina da presa in attesa della scena successiva, mi si avvicina di soppiatto e, mentre sono rivolta verso il letto, mi spinge da dietro facendomi cadere riversa sul talamo. Io, come un gatto infuriato, faccio una torsione con il corpo e sbatto lui sul letto. Era piccolino, per me è stato facile, non si aspettava quella reazione. Poi gli afferro i capelli per il ciuffo e gli sbatto la testa sulle volute della testata in ottone del letto. Franco mi dice con gli occhi sbarrati: “Basta! Stavo scherzando!”. Lo lascio andare, raccolgo velocemente le mie cose e me ne vado. Sento lui a mezza voce che mormora: “Ma è pazza?”. Non ne abbiamo mai parlato. E i nostri rapporti sul set sono stati improntati a un’estrema educazione. Non l’ho mai raccontato a nessuno. Oggi però vorrei giustificarmi per quella eccessiva reazione. Avevo appena vent’anni (che non erano i vent’anni delle ragazze di oggi!). Ero a Roma e vivevo da sola. Era il mio primo film. E se quella era un’avance, devo dire che non ne ho mai ricevute di simili, neppure negli anni successivi della mia carriera. E poi avevo paura. Tutti in famiglia mi avevano detto che il cinema era terribile, pericoloso, che c’era tanta droga, che una ragazza come me se la sarebbero mangiata in un boccone. Non avevo dato retta a nessuno e mi sarei mangiata i gomiti pur di non dover dare loro ragione. Franco non poteva sapere cosa c’era dietro quel visetto imbambolato e ne ha pagato le conseguenze. In fondo mi dispiace. Comunque, devo dire che su queste cose non ho mai avuto un grande senso dell’humor. Non posso dire molto di Giorgia Moll, tranne che mi piaceva e che la consideravo un’attrice famosa. L’avrò vista solo un paio di volte sul set perché non avevo scene con lei. Mi sembrava una donna bellissima, molto disinvolta. Pareva conoscere tutti. Non ho avuto occasione di parlarle. Al massimo ci siamo dette “buongiorno”. Jean Valmont per me era uno sconosciuto. Mi sono trovata bene a lavorare con lui. Era molto professionale. Ma non sapendo nulla dell’ambiente, all’epoca non pensavo in termini di professionalità, credevo fosse una cosa normale. Secondo gli standard (i ragazzi della mia età) a cui ero abituata, lo consideravo un signore affascinante. Sapeva che era il mio primo film ed è stato sempre molto gentile con me.

Io, Daniela, Daniela Giordano, Il foglio. Siciliana, figlia di un funzionario di banca, ha studiato lingue, ha preso parte a numerosi film, ha cessato definitivamente la sua carriera d’attrice nel millenovecentoottanta, quattordici anni dopo la sua elezione a Salsomaggiore, diciannovenne, come Miss Italia, ha vinto premi giornalistici, ha scritto trattati, ha lavorato nel campo degli impianti pubblicitari negli aeroporti, ha studiato astronomia, parapsicologia, ufologia, ha recitato per Dino Risi, Sergio Martino, Mario Bava, Paul Naschy, Giovanni Grimaldi, Ciorciolini, Fregonese, Zingarelli, Klimovsky, Caiano, Corbucci, Carnimeo, Olsen, ha fatto questo e molto altro ancora: e ora ha raccontato la sua storia. In modo brillante, interessante, avvincente. Da leggere.

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