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“In questa Italia che non capisco”

In-questa-Italia-che-non-capisco-400x360.jpgdi Gabriele Ottaviani

La Basilica di San Pietro è enorme.

In questa Italia che non capisco, Mark Twain, Mattioli 1885. Traduzione di Livio Crescenzi. Marengo, Milano, Como, Lecco, Venezia, Firenze, Pisa, Livorno, Roma, Napoli, Pompei, Scilla, Cariddi e non solo. La sua penna geniale non ha bisogno di presentazioni, è sempre attualissima anche se appartiene al millennio scorso: Mark Twain, di cui non è mai abbastanza meritoria la ripubblicazione, ci conduce con mano sicura nel Bel Paese, che descrive con formidabile ironia, tratteggiando il ritratto di un territorio – nonché di un popolo – che fa della molteplicità la sua forza, molto cambiato per molte cose, per fortuna e purtroppo, e rimasto invariato per diverse altre, per disgrazia e grazie al cielo. Una vera delizia con un gran retrogusto di fiele però: perché se non riusciva a capire l’Italia un intellettuale come Twain, figuriamoci noi… O tempora, o mores: imprescindibile.

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“In questa Italia che non capisco”

cop huxley il geniodi Gabriele Ottaviani

Ce ne andiamo a Roma. Qui non c’è nulla da vedere.

Così Mark Twain a proposito di Civitavecchia, detta la lugubre (absit iniuria verbis), in In questa Italia che non capisco, a cura di Livio Crescenzi, come d’abitudine per Mattioli 1885, che in questi ultimi tempi – nella fattispecie anche con la punteggiatura di diverse e bellissime illustrazioni – sta ripubblicando l’intera produzione dello straordinario scrittore di lingua inglese. In sedici capitoli, in cui l’autore racconta il suo viaggio con i più vari mezzi di trasporto per Genova, Marengo, Milano, Como, Lecco, Bergamo, Venezia, Firenze, Pisa, Livorno, Roma, Napoli, definita brulicante di folla come nemmeno New York sa essere, e le località del suo golfo, il Vesuvio, Torre Annunziata, Pompei, Stromboli, la Sicilia, Scilla e Cariddi, il ritratto di Mark Twain è ironico, disincantato, divertente, sorprendentemente – talvolta a ragione, talvolta purtroppo – attuale, distaccato, con qualche stereotipo e un’abbondante dose di arguzia. Persino consolante, visto che se l’Italia non riusciva a capirla lui che è un genio, figuriamoci noi. Solo che questo dovrebbe essere uno sprone al cambiamento, mentre mala tempora currunt, non un alloro sul quale adagiarsi. Ma al tempo stesso si sa che la speranza, per definizione, non si arrende comunque, se non per ultima… Da non lasciarsi sfuggire.

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