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“In esilio”

41thVSRxxaL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Circa la fine che faccio, dunque, pare che adesso debba decidermi fra la violenza improvvisa di un incidente, come è successo a Secondo, o un lento e progressivo spegnersi di ogni facoltà come invece è successo a Dino, mio nonno paterno, il quale sopravvisse a tre infarti per poi consumarsi lentamente nel letto con i polmoni affogati nel liquido pleurico. Arrivato a pesare quaranta chili, a ottantasei anni, non riusciva più ad alzarsi e passava le giornate guardando il soffitto. Prima dell’agonia, sebbene non fosse mai arrivato agli estremi di afasia eroica del Cugino L., ricordo di averlo sentito parlare una dozzina di volte appena, e sempre per proposizioni protocollari: «La minestra è sciapa», «oggi piove», «fa freschino». Per quanto il quarto di sangue oscuro gli avesse dunque impedito ogni loquacità in vita, è però notevole il fatto che, durante l’agonia, gli fosse venuta voglia di parlare assai di più…

In esilio, Simone Lenzi, Rizzoli. Livornese, cinquantenne, coniugato, non si riconosce più nel mondo che lo circonda. E quindi decide di andarsene in campagna. Di isolarsi, insieme alla compagna della sua vita, alla donna che l’ama e che ama e che gli è da sempre accanto. Perché ravvisa tutti i segnali di quella percentuale di stranezza e di alterità, quella porzione di sangue oscuro che in effetti appartiene a ognuno di noi. E mentre dunque si eclissa dalla quotidianità spersonalizzante ripercorre la storia dei componenti eccentrici e irresistibili del suo albero genealogico… Conoscere è ricordare, diceva Platone: e Simone Lenzi, con mano sicura e stile delizioso ed elegantissimo conduce il lettore laddove si annida il segreto dell’esistenza, a contatto con la feconda terra in cui affondano le radici, nelle stanze mai abbastanza solatie della memoria. Da non perdere.

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