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“La Belt and Road Initiative”

51GIjsoDA4L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Accanto ai colossi c’è poi quella che l’Economist ha definito come la “generazione globale” di imprenditori cinesi, tanto audace quanto innovativa, e della quale presto «le industrie e i consumatori di tutti il mondo sentiranno l’impatto». Stiamo parlando di imprese altamente innovative, che ormai nulla hanno a che spartire con l’immagine della Cina dedita a imitazioni e contraffazioni; sono le “figlie” legittime di un Paese che investe massicciamente, ormai come leader globale in tecnologia, in realtà virtuale, robotica, intelligenza artificiale e guida autonoma. Oltre alle famose Baidu, Tencent e Alibaba c’è, ad esempio, Ofo, start-up del bike-sharing ormai operante a livello globale. Con un volume di pagamenti online di circa 9 trilioni di dollari nel 2016 (rispetto ai soli 112 miliardi degli Stati Uniti), la Cina ospita le più grandi aziende fintech al mondo.

La Belt and Road Initiative – La nuova via della seta e la Cina Globale, Diego Angelo Bertozzi, Imprimatur. Diego Angelo Bertozzi, collaboratore della rivista Marx21 e della testata Cineforum, nonché gestore del blog Tianxia per l’Antidiplomatico e già autore, sempre per i tipi di Imprimatur, di Cina. Da sabbia informe a potenza globale, torna a indagare le relazioni tra la tigre asiatica per antonomasia e il resto del globo, nel quale i prodotti lì realizzati sono sempre più diffusi, focalizzandosi in particolare sui rapporti con l’Italia, paese che per la sua posizione al centro del Mediterraneo viene ritenuto di importanza strategica in particolare da quando, ormai un lustro fa, il presidente Xi Jinping ha ufficializzato il progetto nevralgico della Nuova via della seta, un’ambiziosa idea della Cina popolare che più di qualcuno ha paragonato, cambiando quel che dev’essere cambiato, a un vero e proprio piano Marshall 2.0 in variante asiatica per lo sviluppo di infrastrutture. Il che, evidentemente, non può non suscitare critiche, obiezioni e preoccupazioni data la sempre maggiore tendenza da un lato all’egemonia economica e non solo e dall’altro alla sperequazione sociale: tutto questo viene raccontato con linguaggio semplice, chiaro e divulgativo e attraverso un impianto solido e interessante.

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“Trenta giornate”

51xa6Exr2iL._SX341_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La storia della pirotecnica nasce nel primo millennio dopo Cristo in Cina. A essere precisi tra il Seicento e il Settecento, quando Roma “non era più Roma” e Bisanzio era il baricentro della cultura occidentale. Costantinopoli rimase baluardo di un passato glorioso fino al 1453, quando l’impero ottomano s’impadronì del Corno d’oro nonostante l’uso del fuoco greco, una sostanza liquida altamente infiammabile, usata dai bizantini durante le battaglie navali e celata ancor oggi nel mistero più assoluto. Un’arma terribile, che non conosceva ostacoli e bruciava tutto provocando colonne di fuoco atroci e micidiali. Il lettore attento si starà domandando se non sia passato a leggere un altro libro in questo veloce riassunto e, per certi versi, mi troverebbe d’accordo. Ma quello che combinò Paoleo, inconsapevolmente e tuttavia con precisione a tratti “storica”, rimanda a quanto sopra accennato. Ma andiamo con ordine. Il “nostro” vive a un centinaio di metri dal campo della Virtus; un metro e settanta per cento chili, segni particolari: nessuno. Passioni: la Virtus e i fuochi d’artificio, soprattutto quelli di fine anno. Ogni occasione era buona per far esplodere qualcosa, fosse un petardo, una “miccia” o altre diavolerie.

Trenta giornate, Antonio Segna, Imprimatur. Malerio, Elpesse, Pompeo, Atoni primo, Teie, Digiuse, la voce narrante della storia, il fratello della voce narrante, Atoni secondo, Mariangelo, Linto, Joe, Atoni terzo, Marcape e Torba: eccola, la formazione della Virtus, che se la vede in campionato con Real Campese, Fulgor Tremignon, Tezze, Pozzoleone, Real Stroppari, Pro Illasi, Bonifacense, Pro Poianella, Alte Ceccato, Camisanense, Bolzano Vicentino, Real Brendola, San Marinense, Pro Montecchio e Vini Negrar. Sedici squadre, trenta giornate. Tra andata e ritorno. Nel profondo e misterioso, perché poco indagato dalla letteratura e dal cinema, Nordest. Ogni settimana uno scontro diretto: in palio la vittoria, la salvezza. Come nella vita. Specie quando si hanno vent’anni e si cerca il proprio posto nel mondo, e la quotidianità dello spogliatoio è la condensazione e insieme la metafora dell’esistenza di ognuno di noi, in tutti i suoi colori. Ironico, profondo, lirico: un gioiello prezioso, un’occasione da non sprecare. Come un rigore quando è già scaduto anche l’ultimo minuto di recupero…

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“Di profumata carne”

51PiNQVJmGL._SX319_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Non lo aspettava, Lucas. La sua presenza lo inquieta. Si alza più fulmineo di uno scolaretto intimorito dall’arrivo in classe del preside. Sta per completare il giro della scrivania per scostare la sedia e farlo accomodare, ma si inciampa nei suoi stessi passi. Ruzzola in avanti come un perfetto idiota a caccia di mosche inesistenti. Si ricompone a fatica, prova a darsi un contegno riassettandosi la giacca da pieghe immaginarie e sistemandosi il nodo della cravatta perfettamente in ordine. Il Giusto, che ha già preso posto di suo, gli intima di fare altrettanto e di comportarsi da uomo responsabile delle proprie azioni. Gli parla con le mani giunte in modalità di preghiera, ma non come segno di implorazione, bensì come messaggio non verbale mirato a incutergli soggezione.

Di profumata carne, Igor Damilano, Cinzia Lacalamita, Imprimatur. Lilith uccide per mestiere. Per professione. Per piacere. Per amore. Anche quando nessuno le commissiona il delitto. Perché ama la morte. Che le ha strappato la madre nel momento del parto. Il padre è un fuggiasco. Lilith è crudele. Ma deve fare i conti con Lucas, che è come un fuoco che le brucia sotto la pelle, che dà molto ma si prende tutto, che è per lei schiavitù, dipendenza, ossessione. Mentre il Sistema, come l’antica Moira, il fato contro cui nulla potevano finanche gli dei, si libra come una babelica costruzione alla ricerca della perfezione e di un suo sempre più stabile equilibrio… Potente, allegorico, travolgente, ben scritto e perfettamente e coerentemente bilanciato.

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“Il comunicatore”

41O7CRuu5tL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Alcuni caffè delle macchinette dopo, a un paio d’ore dall’arrivo nella città sul Meno, ci imbarchiamo di nuovo con la sensazione che i nostri vestiti siano intrisi di un profumo pericoloso da trasportare in giro per il mondo. Direzione Città del Messico. Prenotazione in seconda classe, ultima fila, adiacente alla toilette. Il posto migliore, in riferimento alla prassi operativa, anche se con qualche controindicazione di carattere prettamente olfattivo dato che, dopo le prime ore, la toilette è meta permanente di interminabili pellegrinaggi. Appena ce ne sarà l’occasione cercherò di riposare, per quello che sarà possibile. Domani ci aspetta una giornata intensa e poi di nuovo, come pedine girate nel verso opposto, il volo di rientro. Julio mi sembra rassegnato e non crea problemi. Meno male, perché otto ore filate di volo possono essere un’eternità a cui è meglio non pensare. Allaccio le cinture e mi metto comodo, per come posso in questi sedili a cui l’inclinazione è impedita dalla parete della toilette alle spalle. Quando tutti i passeggeri hanno sistemato i bagagli e imbavagliato le proprie manie preparatorie, il capo equipaggio, con tono liberatorio, può annunciare l’imbarco completato. Siamo pronti al decollo, finalmente. Buona notte a tutti, se Dio vuole. Anche a te, collega Testoni.

Il comunicatore, Maurizio Lorenzi, Imprimatur. Ispirato a una storia vera, è un romanzo giallo che come da migliore tradizione del genere sa valicare il confine del mero, ammesso e non concesso che questo aggettivo sia adeguato per il frangente specifico, racconto di avventure poliziesche per diventare altro, spiccando il volo dal trampolino di lancio della narrazione di un enigma e della sua risoluzione per fotografare la realtà e immergersi nei meandri più oscuri e reconditi dell’animo umano, in particolare in quello dell’intenso e affascinante protagonista, assai ben caratterizzato, un uomo, un poliziotto che ha scelto una vita randagia; specializzato in missioni internazionali, esperto di rimpatri di pregiudicati stranieri, viaggia per il mondo accompagnando gli estradati nella loro nazione di provenienza, mentre d’altro canto al rientro lo attende la routine in questura, le consuete indagini, la vita della provincia. Tutto questo, però, d’improvviso, muta. E cambia anche lui. Ed è costretto a porsi una domanda: è lecito far finta di non vedere? Da non perdere.

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“Il lato oscuro di Facebook”

51ENrgXY8AL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il cuore della compulsività risiede però unicamente nella facilità di utilizzo e nelle ricompense distribuite in modalità intermittente. Conosco bene questo meccanismo perché, al cuore del suo funzionamento, anche Facebook è chiaramente un grande videogame, anzi, probabilmente è il videogame più giocato nella storia dell’umanità. Anche Facebook risponde alle quattro regole sopra menzionate. Innanzitutto è molto semplice da capire: un solo clic e sei dentro, un tap sullo schermo e stai “giocando”. Facebook presenta un problema chiarissimo: bisogna raccogliere più notifiche possibile. Presenta delle soluzioni altrettanto chiare: per raccogliere più notifiche possibile bisogna pubblicare contenuti. Quindi il terzo punto: un utilizzo intenso di Facebook presenta sicuramente risultati a cascata: nessuno può sapere quello che potrà succedere una volta pubblicato un contenuto, magari una foto banale farà il giro del mondo; magari l’utente che si cimenta in una goffa interpretazione di una cantante di successo diventerà virale. Infine la quarta regola, molto importante: i “mi piace”, le interazioni, i messaggi, le condivisioni e tutto quello che possiamo notificare su Facebook, costituiscono esattamente risultati a cascata che si manifestano con elementi di casualità, imprevedibilità e ricompensa.

Federico Mello, Il lato oscuro di Facebook – Come Mark Zuckerberg usa le debolezze umane per fare soldi, Imprimatur. In libreria da oggi. La cosa divertente è lo stupore dei soliti so-tutto-io che invece come sempre hanno dimostrato per l’ennesima volta anche in questa occasione di essere più sprovveduti degli altri. Ma veramente qualcuno ha potuto pensare che tutto questo ambaradam fosse stato messo su solo per permettere a gente che si era serenamente persa di vista dopo decenni dall’ultimo accostarsi ai famigerati banchi di scuola di ritrovarsi e poter vedere rispecchiate negli occhi altrui le proprie squallide miserie? Suvvia, abbiate pietà, siate seri. C’è un limite anche all’indecenza. E all’imbecillità. L’ultimo scandalo è solo la punta dell’iceberg. E la scoperta dell’acqua calda. Facebook non è mai stato né ha mai voluto essere né ha mai dichiarato di essere un’associazione di filantropia. È una macchina per produrre denaro. Punto. Che va adoperata, come ogni cosa, con intelligenza. Se la si possiede. Ma del resto la nostra società ha subappaltato la privacy ai punti della tessera del supermercato, quindi di cosa vogliamo lamentarci? Mello però fa un ottimo lavoro: spiega con un linguaggio impossibile da non comprendere tutti i meccanismi della questione. Impeccabile e imperdibile.

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“Clara”

Clara_FRONTE_highdi Gabriele Ottaviani

Giornate afose. Fu una primavera calda e piena di colori; i fiori di maggio crescevano in ciuffi tanto fitti da soffocare. Il Rosenthal si riempì di bocci rosa e scarlatti, bambini, balie strette in bustini neri con bebè in braccio. Per la prima volta in vita sua, o così le parve, Clara lo notò. E soprattutto notò le donne incinte. Non si metteva certo a fissarle, ma di tanto in tanto capitava che qualche giovane signora elegante dalla vita più spessa di quanto lasciassero supporre i polsi sparisse tra la folla o ne emergesse. Più terrificanti erano le altre, quelle che prima non aveva mai visto e che non avevano la possibilità di nascondersi: una fioraia con un giaccone a pieghe, immensa oltre ogni immaginazione, che portava la cesta su un fianco; una proprietaria di bestiame che legava delle oche per le zampe arcuandosi all’indietro come un pesce, con il ventre gonfio che era il doppio di lei. Clara sapeva come si sarebbe risolta la cosa, o ne sapeva abbastanza. Ma sapere non implicava capire, comprendere fino in fondo. Che orrore guardare quei ventri…

Clara, Janice Galloway, Imprimatur. Traduzione di Caterina Barboni. Clara è una donna. È bella. È buona. È  colta. È devota. È una madre. Di numerosi figli. È una compositrice. È una pianista. È intelligente. È brillante. È una moglie. Dolce. Gentile. Solida. Paziente. Molto paziente. Anche perché suo marito è Robert Schumann. Un genio. Dunque una persona decisamente difficile da trattare (per carità, non che quelli che geni non sono siano facili, anzi, soprattutto perché spesso si credono geni, e quindi si lagnano del loro essere incompresi e rovesciano addosso a coloro che li amano tutta la frustrazione che possono, trattandoli come un sacco da palestra o una pezza per i piedi…). Il ritratto che esce da queste pagine è caleidoscopico e dolcissimo: da non farsi sfuggire.

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“I giovani salveranno l’Italia”

9788868306687_giovani_salveranno_altadi Gabriele Ottaviani

Ogni società, e quella italiana in particolare, è attraversata da numerose fratture che nascono da diversi tipi di diseguaglianze. Se negli ultimi anni la disuguaglianza economica tra chi ha troppo e chi ha poco è tornata al centro dell’attenzione, la frattura che condanna la metà della popolazione a una condizione di più o meno accentuata subalternità non è ancora diventata il fulcro di un dibattito condiviso. Parliamo ovviamente del divario esistente fra uomini e donne in termini di opportunità, diritti, protezione sociale e possibilità di incidere sulle scelte collettive. Sebbene negli ultimi decenni i saperi e le iniziative partite dai centri antiviolenza abbiano stimolato una diffusione più capillare della consapevolezza del problema, e sebbene movimenti internazionali come Non una di meno ne abbiano fatto un vessillo importante, crediamo che questo tema non sia ancora giunto al centro del dibattito pubblico in termini che ne rendano possibile una condivisione ampia.

I giovani salveranno l’Italia, Imprimatur. Ai giovani si dice sempre che il futuro è loro. Non si capisce quando potranno averne uno stabile visto che non riescono nemmeno ad accedere al mondo del lavoro e se dopo lunga e penosa traversia, e dopo essersi sentiti dire che sono troppo qualificati per qualunque cosa, che hanno pretese assurde visto che addirittura pretendono un salario e compagnia cantante, giungono a entrarvi i loro contratti vanno di tre mesi in tre mesi, instabili come una bilancia, pericolosamente pendenti come una spada di Damocle, ma vabbè. Non si capisce nemmeno che mondo troveranno, visto che le generazioni precedenti lo hanno trattato alla stessa stregua di quanto non faccia Catullo nel suo carme numero trentasei con gli annali di Volusio, ma va bene lo stesso. Diciamo. Non hanno la possibilità di decidere nulla o di fare un progetto che sia uno, anche misero, anche a brevissimo termine, e si devono sentir definire anche come sfaticati bamboccioni da gente che di norma non si è sudata un copeco che sia uno, ma continua ad andare bene. Anzi, no. D’altra parte, però, non si può che puntare su di loro. E soprattutto lamentarsi non ha mai risolto nulla. Quindi bisogna rimboccarsi le maniche e agire, metter a frutto il proprio talento e fare bene il proprio lavoro, perché così facendo si rende un buon servigio a sé e alla società, di cui tutti siamo parte. Del resto una pianta non si preoccupa di chi tu sia, pulisce l’aria per tutti… Senso Comune è un’associazione-movimento nata nel duemilasedici: i tredici autori di questo libro, giovani, preparati, che analizzano il reale con cura ed esprimono con chiarezza le loro opinioni, non lesinando toni vibranti da pamphlet, sempre più che ben argomentato, ne fanno parte. E il sottotitolo del volume già dice tutto del messaggio: Come sbarazzarsi delle oligarchie e riprenderci il futuro, a cura di Samuele Mazzolini, giovanissimo  ricercatore in Teoria politica presso la University of Essex, con testi di Michelangela Di Giacomo, Tommaso Nencioni, Stefano Bartolini, Enrico Padoan, Raffaele Bazurli, Irene Romiti, Letizia Nocera, Marcello Gisondi, Simone Gasperin, Stefano Poggi, Thomas Fazi e Paolo Gerbaudo. Da non perdere.

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“Lo impone il mercato”

51DyVn7grXL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Articolo 9 – La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. I contenuti dell’articolo 9 assumono un particolare risalto proprio per il loro inserimento nei principi fondamentali. Nulla di simile è rintracciabile, infatti, nelle più o meno coeve costituzioni postbelliche e non solo. È stato osservato che una similitudine e un precedente si possono rinvenire nella Costituzione tedesca di Weimar, dove, all’articolo 150, era previsto che i monumenti storici, le opere d’arte, le bellezze della natura e il paesaggio fossero protetti dallo Stato, e all’articolo 158 secondo comma che le creazioni della scienza, dell’arte e della tecnica tedesche dovessero essere valorizzate e protette. Ma non si trattava comunque di formulazioni collocate al vertice della Carta costituzionale come è invece accaduto nel nostro Paese.

Lo impone il mercato – Come i nostri governanti hanno stravolto i principi costituzionali, Daniele Perotti, Imprimatur. La costituzione italiana è la legge fondamentale del nostro stato. Si compone di centocinquantanove articoli. Nessun’altra legge può violarla. Neanche in minima parte. Neanche di una virgola. Se così accade, immediatamente decade. Viene dichiarata incostituzionale. Non può esistere. Perché non si può andarvi contro. Però la costituzione dice che l’Italia ripudia la guerra. Eppure i nostri soldati vanno in luoghi che certo in pace non sono. Dice che l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Che non c’è. Non si trova. Quando va bene è sottopagato. Quando va male, ovvero nella maggior parte dei casi, non è pagato per niente. Dice che tutti i cittadini hanno pari diretti. Che non ci devono essere discriminazioni. Che le opportunità devono essere pari. Per ognuno. E pare evidente che non sia proprio così. Anzi. Cos’è successo? Cosa è cambiato? Cosa si può fare? Cosa si deve fare? Perotti lo spiega, con un linguaggio chiarissimo. Indispensabile.

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“Sonò alto un nitrito”

41xjP6js0OL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

In effetti in quei tempi, quanto meno fra il 1867 e il 1875 data delle dimissioni del Cacciaguerra, a Ravenna e nei dintorni esisteva una cosiddetta “setta degli accoltellatori” cioè di assassini, formata da molte persone che erano contrarie ai Piemontesi e quindi anche all’annessione della Romagna al Regno d’Italia. In essa vi erano molti ex combattenti Garibaldini e altri certamente Mazziniani che, comunque in uno stato di povertà estrema, odiavano tutti i ricchi e comunque i rappresentanti del nuovo potere. Le modalità delle azioni di eliminazione fisica degli avversari, però, avvennero tutte tramite accoltellamento e mai tramite arma da fuoco. L’assassinio di Ruggero fu perpetrato, quindi, con modalità diverse e contrastanti rispetto a coloro che vennero uccisi per odio politico. Questa setta, della quale mai si parlò al momento dell’omicidio, arrivò persino all’assassinio del Procuratore del Re e di altri importanti personaggi. Fu debellata grazie alle confidenze di “un pentito”…

Sonò alto un nitrito – L’assassinio impunito di Ruggero Pascoli, Mario Burani, Imprimatur. Per tutta la vita ha ricercato il nido che ha perso. Che la vita gli ha svuotato degli affetti e colmato di dolore. Ha predicato che l’uomo dovesse mantenere intatto e puro il suo sguardo fanciullesco sul mondo, capace di stupirsi ancora d’ogni cosa, al di là del cinismo. E tutto è iniziato con quel delitto. Per cui non c’è mai stata giustizia. Faceva il fattore suo padre. L’hanno ucciso. Portava due bambole in dono e nella casa romita lo hanno aspettato invano mentre immobile additava le bambole al cielo lontano, in croce come Cristo o come una rondine, mentre la cavallina storna ha visto tutto, ma non può testimoniare chi sia stato a togliere la vita a colui che non ritorna. Mario Burani ricostruisce la vicenda in modo semplicemente eccellente e da numerosi punti di vista, perché molti sono i temi coinvolti: da non lasciarsi sfuggire.

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“L’amore al tempo dei voucher”

amore_voucher_fronte_lowdi Gabriele Ottaviani

La prima tranche di portate viene degustata tra convenevoli obbligatori. Nessuno intavola alcun discorso. Tutti si limitano a elogiare la cura per i dettagli che rendono i cibi, oltre che deliziosi, un piacere per la vista. «Allora, signori, prima di passare a cose più frivole e, perché no, anche a conoscerci meglio, avrei un discorso da fare…» si decide a dire Carmelo nel momento peggiore, ossia quando i camerieri entrano con il bis di risotto e linguine. Si è alzato in piedi picchiettando il coltello sul suo calice di vino per attirare l’attenzione, come se dovesse assemblare una folla e non una manciata di commensali. Il personale fa finta di nulla, serve sotto comando dello sguardo furioso di Assunta che incita alla fretta, pena la decapitazione. A servizio ultimato, Carmelo si schiarisce la voce. Aurora accenna un applauso, che lascia morire perché nessuno la imita. Il sorriso da paresi, finalmente, le si smorza, con il risultato di accendere quello di Jenny e dei suoi familiari: una piccola rivincita sottoforma di silenziosa derisione. Attilio non sa cosa aspettarsi, se non il peggio.

L’amore al tempo dei voucher, Beppe Liotta, Loredana Mazzone, Imprimatur. Il tempo d’oggi è liquido, precario, difficile, complesso, complicato, confuso, sbalordisce, stordisce, infastidisce, destabilizza, mette paura, non dà certezze né riferimenti o speranze che non siano effimere, ogni cosa pare sempre in procinto di liquefarsi come un orologio surrealista appena ci si illude di poterlo guardare per ottenere una risposta veridica e incontrovertibile, di sfarinarsi tra le mani come sabbia inutile per cementare qualsivoglia progetto, anche il più umile, ci si sente perennemente in dovere di correre, correre, correre, forsennatamente, sempre di più, più forte, più veloce, mentre il cuore pompa sangue a più non posso, e le gambe girano come mulinelli, solo per fare in modo di non ruzzolare indietro, di non perdere l’equilibrio, di non scivolare, di restare attaccati a quel poco che si ha perché quel poco è comunque qualcosa, non è nulla, è meglio di nulla, è quel quasi niente a cui abbiamo regalato in subappalto la nostra dignità per non sparire, per non morire, per non soffrire, per poter cercare di essere quel che si è, liberi ma senza contratto, schiavi con una cedola in mano. E in tutto questo ci si mette anche l’amore. Che pace non dà. Ma senza non è vita. Intelligente, brillante, profondo, ricchissimo di livelli e chiavi di lettura, L’amore al tempo dei voucher, epidemia forse perfino peggiore del colera marqueziano cui si fa bonariamente l’eco, per certi versi, è un’opera da leggere.

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