Libri

“Il tatuatore di Auschwitz”

image001di Gabriele Ottaviani

«La uccide se lei lo respinge, in un modo o nell’altro. Suppongo che Cilka l’abbia già capito, altrimenti sarebbe già morta da un pezzo. Restare incinta è il rischio maggiore.» «È tutto a posto, non resterà incinta. Bisogna… sai… bisogna avere il ciclo mensile perché accada. Non lo sapevi?» Lale, imbarazzato, dice: «Be’, sì, lo sapevo. Solo che è una cosa di cui non abbiamo mai parlato. Mi sa che non ci ho pensato». «Né tu né quel sadico bastardo dovete preoccuparvi che Cilka o io aspettiamo un bambino, d’accordo?» «Dille che per me è un’eroina e sono fiero di conoscerla.» «Che cosa intendi con eroina? Non è un’eroina», ribatte Gita, un po’ seccata. «Vuole soltanto vivere.» «E questo la rende un’eroina. Anche tu sei un’eroina, tesoro. Che voi due abbiate scelto di sopravvivere è una forma di resistenza a questi bastardi nazisti. Scegliere di vivere è un atto di sfida, una forma di eroismo.» «Se è così, che cosa fa di te?» «A me è stata data la possibilità di partecipare alla distruzione del nostro popolo e ho accettato di farlo per sopravvivere. Posso solo sperare che un giorno non verrò giudicato come un esecutore o un collaborazionista.» Gita si china e lo bacia. «Per me sei un eroe.» Il tempo è passato in fretta e i due sussultano quando le altre ragazze cominciano a rientrare nel blocco. Sono completamente vestiti, quindi l’uscita di Lale non è imbarazzante come potrebbe essere altrimenti. «Ciao. Ehi, Dana, sono felice di vederti. Ragazze, signore…» dice mentre se ne va. La kapò, nella sua posizione abituale davanti all’ingresso dell’edificio, scuote la testa in direzione di Lale. «Devi essere fuori di qui quando le altre rientrano. D’accordo, Tätowierer?» «Mi spiace, non succederà più.» Lale gironzola per il campo quasi saltellando ed è sorpreso quando sente qualcuno che lo chiama per nome. Si guarda attorno per vedere chi lo cerca. È Victor.

Il tatuatore di Auschwitz, Heather Morris, Garzanti, traduzione di Stefano Beretta. Lale è giovane. È ebreo. Ha un compito. Marchiare nel campo di concentramento le donne. Quelle gli passano davanti, gli porgono il braccio, e lui rende la loro pelle per sempre diversa. Le fa divenire un numero. Un elemento seriale, da catena di montaggio. Un prodotto. Una cosa. Una bestia da lavoro, da soma, da macello. Niente. È prigioniero ad Auschwitz. Non guarda nemmeno chi si trova davanti a lui. Gli fa troppo male. Poi un giorno per un non meglio precisato motivo, forse semplicemente l’inevitabile forza del destino, perché non tutto è possibile a spiegarsi, anzi, incontra uno sguardo che non dimentica. Quello di Gita. Anche lei giovane. Anche lei prigioniera. E, contro tutto e tutti, iniziano a lottare e a stare insieme per sopravvivere all’orrore. È una storia vera. È il romanzo dei loro ricordi. È, semplicemente, sotto ogni aspetto, bellissimo. E di fondamentale importanza testimoniale, storica, civile.

Annunci
Standard