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“Il signore delle furie danzanti”

di Gabriele Ottaviani

Ofonio era un greco ancora giovane, riccio di capelli, panzuto e sorridente. Aveva pelle scura, un grosso naso unto e sopracciglia folte; e poi ventre prominente, gambe corte e arcuate, mani ruvide e callose. Non era gran che, insomma, però aveva una dentatura bianchissima, un sorriso contagioso e, si diceva, un batacchio asinino…

Il signore delle furie danzanti, Luigi De Pascalis, La lepre. Come sempre l’arte, se di prestigio e di valore, parla alla contemporaneità anche, per non dire soprattutto, nel momento in cui inventa mondi altri, si proietta nel futuro o si rifugia nel passato: l’impero romano del quarto secolo dopo Cristo, ricostruito da Luigi De Pascalis con acribia formidabile, è una efficacissima allegoria delle contraddizioni del nostro tempo fluido, protervo, misero, senza punti di riferimento, delle sue abiezioni, della sua decadenza, delle sue aspirazioni al sublime sovente irreparabilmente frustrate, delle sue fragilità e frammentazioni. Emerge, dal Tevere ancora biondo, nell’anno trecentosessantasei, in una Roma che non è più capitale, in un impero che non è più unito, in un mondo in cui nemmeno la religione è più unica e sola, perché il cristianesimo, guidato da vescovi in conflitto reciproco, si è imposto, ma resiste il culto pagano, il cadavere di una sconosciuta, che ha un anello che fa pensare che fosse seguace di Dioniso: e Caio Celso, magistrato seguace di Mitra e appassionato della filosofia senecana, indaga, immergendosi in una realtà in cui nulla è come appare. Splendido.

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