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“Il sensorio di Dio”

il-sensorio-di-dio.jpgdi Gabriele Ottaviani

Due erano le cose che Newton detestava in un uomo, ed erano l’indecisione e la tendenza a piagnucolare.

Il sensorio di Dio, Stuart Clark, Dedalo. Traduzione di Cristina Ingiardi. Keplero, Galielo e Brahe hanno compiuto imprese memorabili, eppure dopo cento anni ancora non tutto, anzi, quasi nulla è chiaro in merito al moto dei pianeti. Edmond Halley non è solo un astronomo ma anche un avventuriero, ha un bel temperamento ed è curioso di conoscere, sapere, capire, comprendere: chiede dunque aiuto al più brillante su piazza, Isaac Newton. Che però al momento ha una piccola mandria di gatte da pelare: infatti si è appropriato a tradimento di alcune intuizioni di Robert Hooke, il quale, tu guarda un po’ i casi della vita, non l’ha presa affatto bene e vuole che i suoi meriti siano riconosciuti (evidentemente avere piena e straordinaria contezza dei misteri e della natura del cosmo non mette al riparo dall’essere anche al tempo stesso dei poveri illusi, visto che a memoria d’uomo le persone che possono dire di aver visto riconosciuti con equità i propri meriti sono rare come una palma da dattero a Norrköping, ma vabbè…). Anche perché non è noto per il carattere docile, diciamo così: e del resto come dargli torto… Il problema è che questo incrocio di ripicche rischia di fare una vittima illustre: la scienza. Proprio mentre si ravvisano i prodromi dell’illuminismo e la religione continua a ricoprire un ruolo fondamentale, nel bene e nel male, quando commista al potere meno spirituale che c’è… Il secondo volume della trilogia conferma la felicità e la validità dell’operazione di Clark, che divertendo insegna e insegnando diverte. Non è per nulla da tutti.

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