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“Il sapore del successo”

burnt-di Erminio Fischetti

Burnt ha tutti i difetti che un film non dovrebbe avere: non ha un’identità, non ha personaggi ben definiti, non è né dramma né commedia, non nel senso che mescola entrambi ma proprio che non prende una direzione precisa, e soprattutto è in bilico fra l’essere un film brutto e un film scialbo. Passato dal Torino film festival, è la classica tipologia di pellicola americana ambientata in Europa con cast internazionale (anche il nostro Riccardo Scamarcio in un non-ruolo in cui parla un inglese a noi meridionali familiare) dove si lanciano battute scomposte e si alternano manicaretti, ipertrofia dell’ego e problemi con i capi, le di loro figlie o le aiuto cuoche. Protagonista l’ormai onnipresente Bradley Cooper, che si diletta nel ruolo del piacione fintamente dannato e insopportabile. Una sciocchezzuola diretta da John Wells che alla seconda regia dopo I segreti di Osage County è meglio torni a fare il produttore (gli era riuscito benissimo in passato). Qui infatti non dirige gli attori – non è capace, si vede – ma fa più che altro il maitre di una sala vuota che dice dove portare piatti. Nemmeno fosse una puntata di Gambero rosso: per inciso, lì la fotografia e i primi piani sono migliori. E poi viene una rabbia indicibile per tutto il cibo che il protagonista ultra-egoriferito lancia addosso al prossimo suo o peggio nella spazzatura. In barba a tutti coloro che davvero ancora oggi crepano di fame. Senza dimenticare lo snobismo ostentato, ripetitivo e inqualificabile che fa sì che vengano lanciate battute tipo è Parigi 2007, questa cucina è passata di moda. Ma le polpette di nonna no?

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