Libri

“L’incanto degli animali”

Screenshot_20200314-173432di Gabriele Ottaviani

Nei tessuti cellulari quali, negli artropodi, la pelle e l’epidermide degli organi interni, i gradienti di proteine si diffondono da una regione originaria attraverso gli intervalli tra le cellule, e la loro concentrazione, a distanze specifiche dalla regione originaria, stimola risposte precise nelle cellule. In questi sistemi cellulari i morfogeni sono proteine che si legano alle proteine recettore della membrana cellulare, le quali diffondono ulteriormente il segnale all’interno della cellula. In questo modo si producono per esempio i disegni colorati delle ali del moscerino. Questi disegni si basano su strutture già presenti, come le venature delle ali o i confini tra i segmenti, che funzionano da pre‑pattern. Tali pre‑pattern offrono una base materiale alla produzione locale di pigmenti o di strutture che si formano in quei siti. Si tratta certo di esempi di come possano formarsi i disegni, ma è chiaro che ciò può avvenire in molti altri modi. In particolare la formazione di disegni colorati nei vertebrati non è stata ancora compresa a fondo. Infatti nei vertebrati i disegni vengono prodotti grazie a cellule pigmentate che si spostano a grandi distanze fino alla pelle e lì si dispongono, come tessere di un mosaico, formando disegni straordinari per i quali il corpo dell’animale non fornisce quasi alcun punto di riferimento.

Christiane Nüsslein-Volhard, L’incanto degli animali – Bellezza ed evoluzione, Il saggiatore, traduzione di Luisa Nera. Un premio Nobel non si vince certo per caso, ed è passato esattamente un quarto di secolo da quando lei si è aggiudicata, per la medicina, il suo, grazie al lavoro svolto e allo studio indefesso portato avanti in merito a quel che concerne il ruolo della genetica nello sviluppo degli embrioni: biologa tedesca di prestigio planetario, conduce il lettore con mano sicura e con prosa non priva di accenti lirici attraverso un esotico ed emozionante viaggio nella storia dell’evoluzione, della varietà, della biodiversità, della ricchezza preziosissima del nostro mondo e della vita, della bellezza, salvifica per antonomasia. Maestoso.

Standard
Libri

“Il regno dei fossili”

61AVApgyufL._AC_UY218_ML3_di Gabriele Ottaviani

Quanto precede il vero avvisato concepisce l’angoscia. L’annuncio scoperchia il punto debole che è l’impotenza. Quanto accadrà è l’onnipotenza e nell’annuncio è un atto crudele. L’essere umano che ascolta è in potenza la vittima, e ha l’impotenza. Conoscere il quadro dei prossimi eventi peggiora le cose, forse; l’umore di certo. Aumenta il vero. Lo rende supervero perché immaginato, congetturato, vissuto in anticipo. La psiche sa farsi del male. Il male è dovunque, ma prima che il vero accada il male è malvagio. È la tortura dell’anticipazione. Il testamento è il gesto masochista dell’essere umano. Una lesione che si nasconde nell’altruismo. Il testamento è la morte prima della morte, la migrazione prima dell’upload, un’accelerazione delle cose che accadono senza la pazienza di attendere il vero. Non ti basta l’ora? Tu vuoi prepararti all’ora. E invece aiuti il coltello che ti passa, la malattia che ti ferma, il Mentor che ti spegne e trasloca…

Il regno dei fossili, Davide Orecchio, Il saggiatore. scrittore che rifugge le semplificazioni, le generalizzazioni e i generi stessi, confini convenzionali e spesso vacui per quel che concerne il significato che dovrebbe connotarli, le banalizzazioni e le classificazioni tassonomiche e manichee, Orecchio, la cui prosa è immaginifica e maestosa, intreccia continuamente realtà e finzione, la storia individuale e quella dell’Italia, attraverso le vite illustri e parallele di una bambina e di un monumento della prima repubblica, l’uomo di cui si è detto, e che con ogni probabilità è in prima persona stato, quintessenza, sintesi, emblema e summa dello spirito del suo tempo e del suo popolo, tutto e il suo contrario, ossia il proprietario della villa di cui d’estate, dal giardino del nonno, la piccola poteva sbirciare il profilo: nientedimeno che Giulio Andreotti. E… Da non perdere per nessuna ragione.

Standard
Libri

“Le nozze di Figaro”

Screenshot_20200314-173335di Gabriele Ottaviani

È mattina, nel giorno delle nozze di Figaro e Susanna; l’uno sta misurando la stanza in vista di sistemarvi il letto matrimoniale, mentre l’altra è intenta a provarsi il cappello che si è confezionata da sé per la cerimonia…

Le nozze di Figaro – Mozart massone e illuminista, Lidia Bramani, Il saggiatore. Musicologa di chiarissima fama, a lungo collaboratrice di Abbado, l’autrice racconta con dovizia di particolari con prosa limpida e divulgativa un aspetto pressoché sconosciuto della vita di Mozart, che è passato alla storia come l’eterno fanciullo geniale e sregolato, ma che in realtà era un finissimo e coltissimo intellettuale, profondamente calato nel suo tempo e partecipe delle istanze più illuminate: da non perdere per nessuna ragione.

Standard
Libri

“Smetti di leggere notizie”

Screenshot_20200314-173233di Gabriele Ottaviani

Le news ci cullano in una sensazione di calore che abbraccia l’universo intero. Siamo tutti cittadini del mondo. Ci accadono le stesse cose. Siamo tutti legati. Il pianeta è un villaggio globale. Cantiamo We Are The World facendo oscillare le fiammelle dei nostri accendini in perfetta armonia con migliaia di altre persone. Questo senso di vicinanza enormemente potenziato è molto confortevole, ma non è di alcun aiuto. La magia di una comunione universale estesa a tutto il mondo è una gigantesca illusione. Di fatto, non è il consumo di notizie a legarci ad altri esseri umani e culture. Siamo legati gli uni agli altri perché cooperiamo, intratteniamo scambi commerciali, coltiviamo amicizie, siamo parenti o ci vogliamo bene. Quando parlo della mia dieta di notizie, arriva immancabilmente il rimprovero: «Così, però, lei non prende parte al dolore dei più poveri del mondo, alle vicende di guerra e alle atrocità». Rispondo: tanto per cominciare, sono davvero tenuto a farlo? Di sicuro accadono disgrazie ancor più grosse in altri continenti o su altri pianeti. Non dovrei forse «prendere parte» anche a quelle? Dov’è il limite?

Smetti di leggere notizie – Come sfuggire all’eccesso di informazioni e liberare la mente, Rolf Dobelli, Il saggiatore. Traduzione di Silvia Albesano. Dirigente d’azienda e scrittore elvetico, Rolf Dobelli da molto tempo, e a guardare quel che succede ogni giorno sempre più viene da dargli assolutamente ragione, ha detto basta alla marea di informazioni, per lo più approssimative, superbe, false, confuse, sensazionalistiche, tossiche e inutili che ci bombardano quotidianamente: i mezzi di comunicazione di massa sono, per l’appunto, mezzi, quindi opportunità formidabili per migliorarsi, e di per sé né buoni né cattivi, bensì definiti solo ed esclusivamente in base all’uso, o all’abuso, che se ne fa. Questo testo, un vero e proprio vademecum, guida il lettore verso un percorso di liberazione, riappropriazione di sé e del proprio tempo, risorsa inestimabile, e di autodeterminazione: da non perdere.

Standard
Libri

“Mozart”

Screenshot_20200314-175318di Gabriele Ottaviani

È nel Settecento che i giovani nobili veneziani interpretano il ruolo del cicisbeo, magistralmente raccontato da Goldoni in Le femmine puntigliose con un incedere che subito ricorda, per la varietà della casistica enumerata, la mozartiana aria del Catalogo cantata da Leporello nel Don Giovanni, ma al femminile e sostituendo ai numeri delle immagini…

Mozart – Scene dai viaggi in Italia, Sandro Cappelletto, Il saggiatore. È l’anno millesettecentosessantanove, la rivoluzione americana e quella francese sono di là da venire, Wolfgang Amadeus Mozart ha tredici anni, è il più amato dalla nobiltà europea, è un prodigio ma non è più un bambino, la sua stella rischia di appannarsi. Il padre dunque decide di sparigliare: organizza un tour nella patria della musica, l’Italia. È un rischio, si rivela un trionfo, tra Rovereto, Verona, Mantova, Milano, Firenze, Roma, Napoli, Venezia, un viaggio non solo produttivo e remunerativo ma soprattutto un percorso di scoperta per un padre e un figlio che finalmente costruiscono un vero rapporto. Il saggio di Cappelletto è da non perdere, per tutti gli appassionati e non solo.

Standard
Libri

“Re in fuga”

Screenshot_20200314-173306di Gabriele Ottaviani

Lo jugoslavo Gligorić era il personaggio ideale per entrambi (Bobby si esprime in serbo senza problemi). Ma, quel giorno, la linea New York-Mosca-Belgrado diventa il non-luogo perfetto per una recita stravagante in perfetto stile teatro dell’assurdo. Si intendevano senza intendersi mai, a bella posta. L’unica cosa su cui sembravano trovarsi d’accordo  –  va da sé – è che dovevano giocarsi quella finale con Spassky, poco altro. Bobby voleva Buenos Aires con le sue bistecche giganti, un clima che adorava e una borsa decisamente migliore, molto alta. Petrosjan insisteva per non giocare lontano da Mosca, voleva restare in Europa, magari in Grecia. Preso in mezzo, Gligorić faceva da punching ball, rimbalzava. Sembravano una vecchia coppia che litiga per interposta persona (o due ragazzini che si rimproverano chissà quale grande dispetto tramite i buoni uffici della mamma). Materialismo dialettico più Beckett; braccio di ferro e puro e semplice gioco di ripicche. «Per me la cosa più importante è l’ambiente in genere, non i soldi» insiste Petrosjan tramite l’ambasciata di Gligorić. Fischer ribatte immediatamente che per il russo «i soldi non sono importanti perché ha lo Stato che lo sostiene» e Petrosjan, di rimando, usa lo stesso argomento al contrario: «anche Fischer ha uno Stato, si faccia sostenere da quello». Avrebbero potuto continuare all’infinito. Da ultimo è la Fide, la Federazione Scacchistica Internazionale, a scegliere, col sorteggio. Per la gioia di Bobby si gioca a Buenos Aires, al teatro San Martín, lungo l’Avenida Corrientes, in pieno centro. Nell’elegante sala liberty si respirava l’aria delle grandi occasioni…

Re in fuga – La leggenda di Bobby Fischer, Vittorio Giacopini, Il saggiatore. Antiamericano pur essendo americano, antisemita pur essendo ebreo, pedina nella partita a scacchi, è proprio il caso di dirlo, della guerra fredda in quanto campione perfetto da strumentalizzare per dimostrare la superiorità dell’occidente contro l’oscurantismo del blocco sovietico, in quanto genio capace di vincere, tra un arrocco e uno scacco matto, contro i più forti avversari, di fatto esiliatosi in Islanda, Fischer è stato ed è tutto il suo contrario: questa è la sua storia. Straordinaria.

Standard
Libri

“La Dragunera”

dragdi Gabriele Ottaviani

Si buttò sfinita sul gradino, la voglia di tenersi la testa per piangere e togliersi la stanchezza. Chiuse gli occhi e stette così un bello pezzo e così rimase anche quando qualcuno provò a tirarla per un braccio: «Signorina, signorina, si alzasse!». Aveva appresso la truscia della robba: qualche vestina, la poca biancheria che le era rimasta. La strinse e se la tenne vicina; lei là era e là voleva rimanere: «Si alzasse, è pericoloso, stanotte il terrazzino è crollato!». Con la scusa del sonno che le ballava davanti, resistette a non aprire gli occhi e si mise a dare colpi di gomito e con le mani, come per cacciarsi le mosche, a chi la teneva, finché quello non le lasciò il braccio e se ne andò, e lei rimase seduta. Là era, là voleva restare, anche se si era fatto buio, anche se il sonno la prendeva. Rimase lì, di notte…

La Dragunera, Linda Barbarino, Il Saggiatore. La Dragunera è una strega, una creatura perversa e irresistibile che ha irretito Biagio. Biagio è il fratello di Paolo, un bracciante che vive in una Sicilia aspra e difficile, ancestrale e sensuale: è sulle sue spalle di novello Atlante che grava il peso del suo mondo, della sua famiglia che svelle la vita dalle zolle riarse. Ma in lui germoglia anche l’amore tenerissimo e salvifico per Rosa, il cui solo desiderio è quello che le cose tornino come prima, quando non doveva, per vivere, fare merce di sé… Con una lingua che amalgama alla perfezione tutti i sapori del mondo Linda Barbarino confeziona un affresco scintillante della fragilità umana: eccellente.

Standard
Libri

“Acqua nera”

Acqua-Nera_prossimamente-350x495di Gabriele Ottaviani

Se ne era andato ma sarebbe tornato per salvarla. Se ne era andato raggiungendo a nuoto la riva per cercare aiuto… oppure giaceva tra le erbacce della sponda vomitando acqua in conati disperati cercando di ritrovare il fiato e di raccogliere le forze e il virile coraggio necessari per rituffarsi nell’acqua nera sino all’auto sommersa impotente come uno scarafaggio ribaltato e in precario equilibrio su un fianco nel fango viscido del fondo dove la sua passeggera intrappolata e terrorizzata aspettava di essere tratta in salvo, aspettava che lui tornasse ad aprire la portiera per tirarla fuori e salvarla: era così che sarebbero andate le cose? Sono qui. Sono qui. Qui.

Acqua nera, Joyce Carol Oates, Il Saggiatore. Traduzione di Maria Teresa Marenco. Nell’anno del Signore millenovecentosessantanove, per la precisione il diciotto di luglio, tredici mesi dopo l’assassinio del fratello Bob e sessantotto dopo quello del fratello John, è il momento per Ted, anche lui in politica con i democratici, di avere i riflettori puntati addosso per qualcosa di tragico (che gli ha di fatto stroncato la carriera, un po’ come, cambiando quel che dev’essere cambiato, accadde a Piccioni nella nostra DC degli anni Cinquanta quando si ventilò un coinvolgimento di suo figlio nel caso Montesi, orge, droga e delitti sul litorale frequentato dal generone capitolino). Si tratta del cosiddetto incidente di Chappaquiddick: dopo una festa sull’omonima isola del Massachussetts, presso Martha’s Vineyard, mentre sua moglie incinta è confinata a letto dopo due aborti spontanei (anche questa gravidanza non andrà a buon fine, e lei darà la colpa dell’accadimento proprio a questo episodio) e lui è alla guida della sua Oldsmobile Delta 88 con accanto la sua giovane collaboratrice, Mary Jo Kopechne, Ted, percorrendo Dike Bridge, un ponte a carreggiata unica, esce di strada. La macchina cade in mare. Cola a picco. Mary Jo muore annegata. Ted si salva e denuncia l’accaduto solo dopo molte ore. Viene accusato di omissione di soccorso e condannato a due mesi di carcere, poi sospesi. Pare che Mary Jo, quando fu ripescata, avesse del sangue sulla gonna, sulla bocca e nel naso. Prendendo le mosse da questo avvenimento la più brava di tutti dipinge un affresco memorabile e deflagrante. L’acqua nera è l’anima quando mente. Una riedizione imprescindibile per uno dei più maestosi capolavori di Joyce Carol Oates, colei che è scandaloso che non abbia ancora un Nobel, colei che con la parola può tutto, colei che è capace di tensioni narrative estreme con una semplicità lapidaria ed è nel gotha assoluto della letteratura planetaria, al vertice assieme a Joan Didion (Prendila così, Diglielo da parte mia, Democracy, Miami, L’anno del pensiero magico, Blue nights, Run river), Annie Proulx (Cartoline, Avviso ai naviganti, I crimini della fisarmonica, Gente del Wyoming, Quel vecchio asso nella manica), Anne Tyler (Se mai verrà il mattino, L’albero delle lattine, Una vita allo sbando, Ragazza in un giardino, L’amore paziente, Una donna diversa, Il tuo posto è vuoto, La moglie dell’attore, Ristorante nostalgia, Turista per caso, lezioni di respiro, Quasi un santo, Per puro caso, Le storie degli altri, Quando eravamo grandi, Un matrimonio da dilettanti, La figlia perfetta, Una spola di filo blu), Elizabeth Strout (Resta con me, Olive Kitteridge, I ragazzi Burgess, Mi chiamo Lucy Barton, Tutto è possibile), Penelope Lively (Una spirale di cenere, Un posto perfetto), Marilynne Robinson (Le cure domestiche, Gilead, Casa, Lila), Jane Urquhart (Niagara, Cieli tempestosi, Altrove, Klara, Sanctuary Line, Le fasi notturne), Catherine Dunne (La metà di niente, L’amore o quasi, Se stasera siamo qui, Donne alla finestra) ed Edna O’Brien (Ragazze di campagna, Un cuore fanatico, Lanterna magica, Le stanze dei figli, Uno splendido isolamento, Lungo il fiume, oggetto d’amore, Tante piccole sedie rosse). Sensazionale, un capolavoro e un caposaldo della letteratura.

Standard
Libri

“IlMistero.doc”

misterodi Gabriele Ottaviani

Mi alzai. Andai in bagno e trovai gli occhiali. Li inforcai. Mi guardai allo specchio. Ecco, fin lì tutto a posto. La faccia era la mia, questo lo sapevo. Quindi il problema non ero io. Mi versai il caffè e andai in soggiorno. Un divano, una poltrona, una lampada, un tavolo. Guardai dalla finestra. La casa era piccola. Ce n’era una delle stesse dimensioni sull’altro lato della via. Due file di bungalow modesti, d’anteguerra. Aceri in fiore. Sotto la veranda c’erano una scala posata sul fianco, un rotolo di tela cerata, un tavolino, una scopa, un mucchio di scaglie di vernice di colore chiaro. Il prato era inaridito, giallo. Andai nell’altra stanza. Doveva essere il mio studio. Una scrivania davanti alla finestra. Un computer portatile. Vecchi scaffali di metallo. Libri impilati ovunque. Storia, filosofia, narrativa. Cartoline e vecchie foto attaccate con la calamita agli scaffali. Un disegno da bambini, una specie di mezzo di trasporto arcobaleno – colori accesi e vivi a coprire ogni molecola del foglio – e palline tonde – facce sorridenti. Un vecchio divano verde. Un cuscino nero. Un cestino della spazzatura di metallo, vuoto, a parte qualche pallina di gomma da masticare appiccicata. Una sedia gialla. Mi sedetti. Premetti spazio. Il computer si accese. Lo schermo nero sfarfallò e si aprì un foglio bianco. Non c’era scritto niente.

IlMistero.doc, Matthew McIntosh, Il Saggiatore. Traduzione di Luca Fusari. Al suo secondo romanzo diciassette anni dopo Well, che in Italia è diventato Va tutto bene, Matthew McIntosh torna a fare splendida mostra di sé, certamente non ignaro né inconsapevole della lezione di Infinite Jest, la cui eco punteggia con dolcezza il fluire poderoso del testo, negli scaffali delle librerie con un’opera monumentale e che sfugge completamente anche solo alla semplice ipotesi di catalogazione all’interno dell’ambito di generi conosciuti e riconoscibili, in primo luogo dal punto di vista formale e strutturale, declinando in modo del tutto originale il significativo connubio tra forma e sostanza che sintetizza il gioco di specchi destabilizzante della nostra arrogante società in cui nessun punto di riferimento può essere ritenuto solido e saldo: un giorno un uomo si sveglia. In una casa. Che non riconosce. Tappeti, tende, suppellettili, libri, mobili: niente. Nemmeno osservare dalla finestra il mondo al di fuori lo aiuta in alcuna maniera. Una donna lo chiama amore. Lui non l’ha mai vista prima. Non sa chi sia. Lei lo bacia e se ne va. Lui ha la certezza di non essere mai stato in quel luogo. Sedendosi a una scrivania dove c’è un computer, sul monitor compare un documento, fatto di una sola pagina. Vuota. IlMistero.doc… Straordinario.

Standard
Libri

“Senza parole”

senza paroledi Gabriele Ottaviani

Esprimono il senso di esecrare termini altrettanto ricercati come abominare e aborrire, oppure varie parole o locuzioni di uso meno elevato o più comune: condannare e detestare; sdegnare, disdegnare, avere a sdegno e disprezzare; odiare e maledire, avere in orrore e avere in odio. Forme verbali non sempre però intercambiabili. Non si adattano tutte agli stessi contesti, e non sono identiche neppure per capacità di adattamento: alcune si avvicinano di più al significato di esecrare, altre un po’ meno. Fra le prime c’è abominare, contenente in sé un altro vocabolo religioso: abominare risale infatti al latino arcaico omonimo, un composto di ab- e omen (‘presagio’, ‘pronostico’) che significò, alla lettera, respingere qualcosa in quanto annunciatore di sciagure, segnale premonitore di malaugurio. Meno vicini a esecrare sono sdegnare, disdegnare, avere a sdegno e disprezzare, perché nello sdegno (o nel disdegno) o nel disprezzo è assente il profondo turbamento provato verso cose o persone di cui si ha orrore, per la loro natura intimamente malvagia o perversa, e quasi un religioso timore: disprezziamo qualcuno non perché sia di per sé moralmente orribile, ma perché lo riteniamo indegno della nostra stima o della nostra considerazione.

Senza parole – Piccolo dizionario per salvare la nostra lingua, Massimo Arcangeli, Il Saggiatore. Adepto, afflizione, apodittico, astio, azzimato, becero, biasimare, catarsi, comminare, esiziale, facondo… La lingua italiana è una cornucopia ricchissima di preziose primizie, ma spesso ce ne avvaliamo poco e male, tanta abbondanza si sta perdendo (degli otto tempi dell’indicativo sì e no ormai forse se ne usano con una certa frequenza quattro, tanto per fare un esempio), e come in ogni contesto anche in questo caso meno diversità c’è meno bellezza riusciamo a conoscere: Massimo Arcangeli, studioso di caratura internazionale dalla spiccata indole divulgativa, se è vero com’è vero che sono apprezzabili soprattutto coloro che scelgono bene, come recita una celebre affermazione, le parole da non dire, ci insegna moltissimo in questo agile e significativo testo, una guida irrinunciabile in tempi come quelli che stiamo vivendo, sempre più brutti e abbrutiti, abietti e sciatti – e il lessico usato correntemente riflette questo stato di cose – invitandoci a scoprire e riscoprire meraviglie a disposizione per poter meglio esprimerci, comunicare e dunque vivere, di cui forse ignoravamo persino l’esistenza. Da leggere e far leggere.

Standard