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“Aldilà”

di Gabriele Ottaviani

«Cominciavo a dubitare che quella voce appartenesse davvero a lui. Diceva cose che lui non avrebbe mai detto. Dopo un po’, ho iniziato a scriverle, per non dimenticarle. Una faceva così: “Ho fatto un sogno stanotte, che non era del tutto un sogno. Un infarto aveva ucciso il sole e la terra era una crosta nera e vuota. Tutti i gatti che nascevano erano bianchi e non c’erano abbastanza mammelle per allattarli tutti”. Frasi di questo tipo, che non significavano nulla. A volte la voce si faceva imperiosa, cercava di darmi degli ordini: “Segui il sentiero dei rovi in fiamme” mi diceva spesso, ma quando chiedevo che cosa significasse la voce non rispondeva.»

Aldilà, Andrea Morstabilini, Il saggiatore. La letteratura dell’orrore è per noi più moderni come, cambiando quel che dev’essere cambiato, la tragedia per gli antichi: ha essenzialmente e prima di tutto una funzione catartica, dà voce ai nostri demoni, esorcizza le nostre paure, manifesta il male per indurci a compiere il bene, seduce i sensi e fa riflettere, libera e purifica. Uno scrittore si isola in una magione nel mezzo del nulla per dare vita al suo nuovo romanzo: ben presto però si accorge che non tutti i rumori che sente intorno a sé sono imputabili alla natura, al vento, allo sciabordio delle acque del fiume vicino, e si rende conto di non essere solo, che è circondato da presenze più o meno oscure, retaggi significativi, reminiscenze necessarie. Andrea Morstabilini, con estro e passionalità, regala ai lettori un’opera simbolica, potente, intensa e profondissima. Da leggere.

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“Stelle”

91SfBvleCML._AC_UY218_di Gabriele Ottaviani

Il legame fra l’Orso e il Carro è incredibilmente diffuso nell’emisfero boreale. Perfino l’antica Grecia ne aveva una sua versione, benché il contesto sia molto diverso da quello delle altre storie a tema orso. Il racconto si apre con Callisto, regina dell’Arcadia; il suo amore per la caccia era noto, tanto che spesso accompagnava Artemide, dea, appunto, della caccia (e della castità). Un giorno, durante una battuta, Callisto fu violentata da Zeus. Temendo l’ira della dea e amica perché aveva perso la verginità, non le disse nulla dell’accaduto, finché non divenne evidente che aspettava un bambino. Quando Artemide scoprì tutto, punì Callisto privandola della sua forma femminile e trasformandola in un’orsa. La vita della regina cambiò radicalmente e Callisto vagò per la foresta sotto le spoglie di una bestia feroce, finché non fu catturata da un gruppo di cacciatori e portata in dono al loro re. Un giorno, si intrufolò in un tempio dedicato a Zeus. I suoi carcerieri la inseguirono nel tentativo di ucciderla per essersi introdotta dove non avrebbe dovuto, ma Zeus ebbe pietà della regina e la portò in cielo. Da ultimo, la ribattezzò Arktos («orso» in greco), termine da cui deriva il nostro «artico». (La leggenda ha anche un finale alternativo: il figlio di Callisto sta cacciando nei boschi e sua madre, in sembianze animali, lo riconosce. Ma quando, travolta dalla gioia materna, la donna-orsa gli corre incontro, il ragazzo la abbatte.) Col tempo, le storie dedicate agli orsi celesti nate alle medie e alte latitudini migrarono verso sud. Con ogni probabilità, da questo mito è nata la costellazione greca dell’Orsa, ed è perfino possibile che i cacciatori siberiani abbiano seguito il Carro nel suo percorso notturno quando attraversarono (nella medesima direzione) il ponte di terra dello stretto di Bering che un tempo collegava l’Asia e le Americhe.

Stelle – Il grande racconto delle costellazioni, Anthony Aveni, Il saggiatore, traduzione di Giulia Poerio. Si sa, sono tante, milioni di milioni, e se un vecchio carosello ci ha detto per decenni che solo una vuol dire qualità, le stelle sono da sempre nell’immaginario collettivo un anelito e un riferimento: magari non esistono più da tempo, eppure la loro luce ancora ci giunge, conosciamo ottantotto costellazioni principali ma nel quotidiano ci preoccupiamo solo di dodici, quelle dell’oroscopo, aspettiamo il dieci d’agosto, magari rimembrando il Pascoli, per affidarci al loro salvifico bruciare lasciando una scia nell’atmosfera e una traccia nell’anima. Le stelle sono molto più di quel che appare, e Aveni dà alle stampe un saggio istruttivo come un’enciclopedia e avvincente come un romanzo, con una tenuta narrativa solida e fascinosa: da non perdere.

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“Mad in Italy”

81iv9rS7D0L._AC_UY218_di Gabriele Ottaviani

I Mondiali di Italia ’90

Dall’8 giugno all’8 luglio del 1990

Sequenza degli spot in onda prima della cerimonia di apertura dei Mondiali di Italia ’90 allo Stadio di San Siro, trasmessa da Rai 2: Miccole ai fiocchi di cereali Mulino Bianco, Jump di Mennen eau de toilette e after shave – in un solo prodotto il profumo e il dopobarba –, poi Crodino («È allegria, è simpatia, è fantasiaaa»), carta igienica colorata Foxy, in giallo, in rosa e anche in azzurro, poi il buio, poi l’annuncio, ed è un annuncio che precisa la stereofonia nelle zone già raggiunte dal segnale. Cominciano dopo una sigla in computer-grafica immortale e le riprese di San Siro dall’elicottero, i Mondiali di Italia ’90. «La scuola del calcio è quella della vita. Dei suoi sentimenti, dei suoi protagonisti, uomini del duemila, ma non marziani.» Non l’ha detto Gianni Brera, bensì Walter Zenga nell’agenda Smemoranda del 1990. Già piuttosto popolare come portiere dell’Inter, Gino e Michele gli avevano chiesto di vaticinare il suo futuro. Zenga immagina così il suo addio al calcio, che profetizza in un – per allora – lontanissimo 2005. Nato nel 1960, milanese di viale Ungheria, Zenga avrebbe dato l’addio al calcio italiano nella stagione 1996-1997, con titoli di coda davvero finali nel New England Revolution tra il 1997 e il 1999 e poi una bella carriera da allenatore e commentatore tv. Il 1990 è l’anno dei Mondiali di calcio in Italia, dove giocano «uomini del duemila, ma non marziani». Le facce  – le nostre e quelle dei giocatori  – sono cambiate. Nella memoria collettiva ci sono ancora quelle del 1982, facce proletarie, povere, di italiani di una volta, secchi, abbastanza bassi, e se pure erano anche ricchi – e lo erano infinitamente meno di un centrocampista di seconda fascia di oggi – si mostravano austeri, dignitosi. I nostri zii, i nostri nonni da giovani. A vent’anni ne dimostravano quaranta, vedi alla voce Giuseppe Bergomi. Tra chi c’era in Spagna e chi c’è adesso, nel 1990, tra l’Olimpico e il Meazza della partita d’esordio, siamo cambiati. Siamo stati qualcosa dal dopoguerra agli anni ottanta, poi abbiamo cominciato a cambiare, a cambiare proprio faccia. In una rappresentativa di calcio di un paese geopoliticamente ed etnicamente stabile, quasi del tutto privo di fenomeni migratori verso l’interno, questa cosa si nota molto. Siamo anche nel 1990, per cui «etnia» è una parola ancora utilizzabile. Negli Azzurri c’è quindi un campione abbastanza rappresentativo di giovani uomini in forma, atleti, bene o male della stessa età, bene o male tutti che arrivano dalla stessa area geografica, tutti bianchi caucasici, nessun nero, nessun asiatico, molti baffi lunghi, pochissime barbe, nessun tatuaggio. Dal 1982 al 1990 hanno proprio cambiato faccia, e anche fisico. Più muscolari, meno striminziti, più forti, pompati da un decennio nel quale un’intera nazione ha vissuto gioiosamente e avventatamente al di sopra delle proprie possibilità. Solo un giocatore conserva ancora le fattezze di un italiano d’altri tempi ed è Totò Schillaci. Grazie a lui, capocannoniere dei Mondiali, l’Italia arriverà alle semifinali, sconfitta in una leggendaria partita al San Paolo di Napoli contro l’Argentina di Maradona. Schillaci, siciliano, palermitano del CEP – Centro edilizia popolare – titolo di studio seconda media, sarà il protagonista del campionato. «Ci sono periodi nella vita di un calciatore nei quali ti riesce tutto. Basta che respiri e la metti dentro. Per me questo stato di grazia è coinciso con quel campionato del mondo» ha raccontato Schillaci al sito Storie di Calcio. Schillaci oggi se lo ricordano tutti soprattutto per i Mondiali di Italia ’90, anche perché, mai troppo amato in Italia dalle dirigenze delle grandi squadre, decise con un anticipo impressionante su ogni fenomeno di globalizzazione pedatoria di trasferirsi a Shizuoka, in Giappone, per concludere la carriera nell’esotica compagine della Jubilo Iwata. Schillaci in Italia era quello dal cui labiale si leggeva «Ti faccio sparare» indirizzato a Fabio Poli, attaccante del Bologna, durante un momento concitato di un Bologna-Juve. I cori dei tifosi avversari suggerivano che Totò rubasse le gomme alle auto lasciandole coi mattoni sotto, reato di cui era stato accusato suo fratello. Meglio un’altra isola dopo la Sicilia, meglio il Giappone. Schillaci ci rimane dal 1994 al 1997, con 86 presenze e 58 reti. (Negli stessi anni c’è anche un altro calciatore che emigra all’estero, anche se nella più vicina Germania, uno che ha la faccia da italiano di un altro tempo: Ruggiero Rizzitelli, a Monaco di Baviera, sponda Bayern dal 1996 al 1998.) Terza e ultima isola nel destino di Totò Schillaci, dopo la Sicilia e il Giappone, quella dei Famosi del 2004. Chissà, magari Totò trovò finalmente la pace lì su quell’isola, tra Rosanna Cancellieri e Aída Yespica, tra Sergio Múñiz e Dj Francesco, tra Valerio Merola e Alessia Merz, a litigare con Kabir Bedi o Antonella Elia. Alla fine vinse il superfluo e bellissimo Sergio Múñiz, uno di quelli che una faccia bella e sincera come quella di Schillaci non ce l’avranno mai.

Mad in Italy – Manuale del trash italiano – 1980-2020, Gabriele Ferraresi, Il saggiatore. Lungi dal trito ritornello per cui si stava meglio quando si stava peggio, c’è da dire una cosa: da un certo punto di vista la narrazione nazionalpopolare dell’Italia nel corso dei decenni è andata via via sempre più scivolando verso il fondo del barile, spostando l’asticella in direzione del deteriore, del corrivo, del pecoreccio, gettando alle ortiche decenni di elzeviri per rincorrere in una gara al ribasso i titoli dei tabloid, che non fanno cultura ma vendono e incassano. Si dice che sia nato tutto con le televisioni commerciali, ma forse quelle non sono state che il piede di porco che ha svelto le convenzioni bacchettone ma gravide di buon gusto che hanno soffocato un istinto già esistente ma poi definitivamente sdoganato: del resto anche negli anni del boom la grande commedia non faceva che stigmatizzare lo squallore. Si è passati però a vantarsene: è questo il problema. Con ritmo annalistico degno di Tacito Ferraresi conduce il lettore nei meandri di una realtà discutibile ma esistente, e di cui ognuno è parte, anche, talvolta, chi apparentemente non solo se ne professa distante, ma manifesta anche una certa sicumera nei confronti del mondo che lo circonda, in cui però si riverberano anche le sue miserie. Da leggere.

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“La città degli untori”

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Al numero 5 di via San Gregorio è rimasta in piedi l’unica memoria palpabile. Un muro esterno di fattura rinascimentale con sei finestre ingentilite da tendine di pizzo ha retto l’urto dei secoli. Dentro l’edificio ha sede la chiesa russo‑ortodossa di San Nicola, con un’infinità di piccole stanze che avranno ospitato gli appestati e ora sono diventate minuscole cappelle. Danno su un porticato dove un patriarca, forse, la barba bianca, la mitria dorata sul capo dalla forma di un vaso rigonfio, luccicante di pietre incastonate, sta celebrando la divina liturgia domenicale davanti a una ventina di fedeli. Si muove tra icone dal fondo d’oro e recita con lentezza mettendo mano a croci e ostensori lucenti. Sembra lui il redivivo padre Cristoforo che Renzo senza troppa fatica trova appena entra nel Lazzaretto. (Fortunato, poco dopo incontra Lucia e «gli mancarono le ginocchia, gli s’appannò la vista».)

La città degli untori, Corrado Stajano, Il saggiatore. Premio Bagutta dieci anni fa, questo viaggio per i vicoli più angusti, per i meandri più oscuri, per gli angoli più nascosti all’altrui sguardo, e a una luce capace di vivificare, salvare, schiarire, mostrare il reale e dissipare le tenebre del non detto e dell’indicibile, di Milano, la città in cui il Manzoni ambienta la sua simbolica pestilenza e che è pure al tempo stesso la tentacolare metropoli che è stata per l’Italia sia la capitale morale che quella, almeno in una prima fase, essendone il ben rodato e prestante motore produttivo, delle tangenti, quella città da bere che non può nemmeno concepire di fermarsi e di non lavorare, fatte salve poi eccezioni come pandemie che piovono fra capo e collo e, complici anche, verrebbe da pensare, a leggere le cronache, inadempienze di un sistema sanitario che parrebbe aver costruito una fama d’eccellenza su chi comunque poteva disporne avendo di suo i mezzi per permettersela, fanno strage di abitanti, è una significativa esplorazione della storia e della società, condotta con piglio energico da una grande voce narrativa.

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“Storia critica della televisione italiana”

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Tratto dal format argentino Caiga quien caiga («A chi tocca tocca»), il 22 settembre alle 14 (poi in seconda serata, alle 23.15 del giovedì, dal 30 novembre) arriva su Italia 1 Le iene, guidate da Simona Ventura. Accanto alla showgirl, ci sono Dario Cassini e Peppe Quintale (poi Fabio Volo e Andrea Pellizzari), oltre a vari inviati, tutti rigorosamente vestiti come i Blues Brothers. Ma all’inizio della loro storia le iene non graffiano, non mordono, accarezzano. Dall’appuntamento quotidiano alla seconda serata, cambiano faccia. Entrano nel mondo del calcio e prima delle partite fanno compiere ai giocatori gesti scaramantici, regalando la maglietta delle iene («Le iene portano bene»), e le squadre, alcune, iniziano a vincere; e allora dirigenti, presidenti, allenatori contattano la redazione. Enrico Lucci si apposta vicino a un marciapiede e intervista il cliente di una prostituta albanese: «Cosa ne pensa della presenza degli albanesi in Italia?»; risposta: «Le prostitute albanesi in Italia non dovrebbero nemmeno farle entrare», in un’inchiesta più giornalistica di quelle dei giornali. Sempre Lucci riesce a entrare nell’ambasciata turca ai tempi di Ocalan, a parlare con l’ambasciatore e a farlo brindare con tarallucci e vino. Il mago Berry si introduce nel nuovo aeroporto di Malpensa in una valigia. Poi è la volta delle interviste contro il galateo: il cronista finge di sistemare i capelli al malcapitato, gli asciuga il sudore della fronte, gli toglie la forfora dalla giacca. E la conduttrice Simona Ventura provoca le sue iene, le stimola a scovare i paradossi italiani, a continuare a nutrirsi di «carogne». Nelle prime edizioni le iene sono Cassini, Berry, Quintale, Pellizzari, Volo, Fabio Canino, Lucci, Teo Mammucari, Lillo e Greg; ma è solo l’inizio, molte si aggiungeranno in corsa, esordienti o recuperate da altre carriere. Il programma firmato dall’autore Davide Parenti è un lavoro di squadra, e così si spiega una formidabile tenuta nel tempo, accumulando stagioni e moltiplicando le edizioni fino a ottenere due prime serate della rete, generando tormentoni e ipotizzando spin-off. Dal 2001 conduce Alessia Marcuzzi, con Luca e Paolo; poi tocca a Cristina Chiabotto e dal 2007 a Ilary Blasi (accompagnata ancora da Luca e Paolo, da Fabio De Luigi, da Enrico Brignano, da Luca Argentero, Alessandro Gassman e Claudio Amendola, da Teo Mammucari; e ancora si aggiungono Pif e Nadia Toffa (lanciati proprio dal programma), Miriam Leone, Geppi Cucciari, Frank Matano (anche lui «iena»), Giampaolo Morelli, Giulio Golia, Matteo Viviani, e altri ancora. Il programma genera dibattito: da un lato, è premiato e riverito perché si fa carico di inchieste scottanti, affronta temi di rilievo, pone l’attenzione su aspetti che il giornalismo televisivo ufficiale sembra dimenticare; dall’altro, la facilità di accusa e l’insistenza su temi quantomeno controversi (come il caso Stamina o quello Xylella) hanno rischiato di legittimare posizioni antiscientifiche e complottiste. Ai temi importanti si alterna il cazzeggio, con sfottò, scherzi in candid camera, tormentoni e altri espedienti.

Aldo Grasso, Storia critica della televisione italiana, Il saggiatore. Con la collaborazione di Luca Barra e Cecilia Penati. Monumentale opera in tre volumi, come per il cinema il Mereghetti o il Morandini questo è il dizionario, non del grande bensì del piccolo schermo, quell’elettrodomestico che ha fatto e, per vie traverse, con alterne fortune, in modi diversi, ancora oggi, nonostante non sia più una novità, ma anzi mostri i segni del tempo e di una certa, seppur venusta, vetustà, fa la storia del costume, del linguaggio, del racconto dello spirito del tempo, della società. Il più noto e celebrato critico italiano parte dagli albori del tubo catodico per giungere ai giorni nostri, e con mano sicura ci fa da sapiente cicerone: da leggere.

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“Finzioni politiche”

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La misura in cui molti democratici di spicco percepivano il proprio partito come ostaggio di Jesse Jackson è difficile da sopravvalutare. Ricordo di quando uno dei 772 «superdelegati», categoria deputata a riportare il controllo del processo di nomination dall’elettorato delle primarie alla leadership del partito, disse che il discorso di Jackson alla convention di Atlanta nel 1988 era stato «un disastro» per il partito, che «aveva  fatto perdere le elezioni a Dukakis». Duane Garrett, avvocato e fundraiser di San Francisco, disse a Peter Brown della Scripps Howard che «Dukakis si sarebbe grandemente giovato di una guerra con Jackson durante la convention. Non per dare mostra di meschineria e piccineria, ma per mettere bene in chiaro che a comandare era lui». Buona parte della campagna di Clinton nel 1992 fu dedicata a creare situazioni in cui il candidato faceva quel che Dukakis non aveva fatto. Eleanor Clift, per esempio, in un talk show della domenica mattina, decretò il successo della risposta «Lei non è degno di stare sulla stessa piattaforma con mia moglie» su una scala «non-Dukakis». Il candidato, disse, «aveva dovuto passare il test Dukakis, mostrando un’emozione forte nei confronti della moglie». Il momento Sister Souljah, in quest’ottica, era un appello di Clinton per «mettere fine alle divisioni» che un tempo l’avevano allontanato da Jackson e per dimostrare che «comandava lui», che era capace di dominare, o di «rispondere» a una certa rabbia nera che per molti elettori bianchi è alla base stessa delle divisioni razziali nel paese. «È stato un gran colpo» concluse Mary McGrory sul Washington Post. «Clinton non ha affrontato direttamente Jackson. Non si è scontrato con lui su una questione cruciale per i neri.» Il fatto che Sister Souljah fosse un finto avversario contava ben poco, e quel che Clinton disse all’incontro della Rainbow Coalition (che i commenti di Sister Souljah sul Post erano «pieni di quell’odio che non fa onore», che erano un esempio «di accuse incrociate tra razze», e che «abbiamo tutti l’obbligo di richiamare l’attenzione sul pregiudizio non appena lo vediamo») era meno importante della copertura che ne diede la stampa, e del modo in cui questa venne sfruttata dal candidato: il messaggio era stato lanciato, e lui l’aveva ribadito, così come aveva ribadito la propria intenzione di fare «scelte forti»…

Finzioni politiche, Joan Didion, Il saggiatore, traduzione di Sara Sullam. Il candidato democratico avrebbe dovuto essere Gary Hart, incarnato a decenni di distanza dagli accadimenti in questione sullo schermo dall’ottimo Hugh Jackman, ma, rovinatosi la reputazione, come la stragrande maggioranza dei membri del partito dell’asinello, non per danaro (quello è di norma appannaggio repubblicano) bensì per una questione di sottane, nella fattispecie quella della modella Donna Rice Hughes, con cui si congiunse benché la legittima consorte fosse un’altra, nonostante gli endorsement piovuti su di lui nel tempo da più parti, persino dal piccolo schermo (fece un cameo nel seguitissimo Cheers! e a Shelley Long toccò pronunciare la battuta, nell’improvvida sceneggiatura, con cui lo definiva come il futuro presidente), venne sostituito, e fu un bagno di sangue (poco più di cento grandi elettori, un quarto di quelli di cui beneficiò Bush padre, che surfava sull’onda dell’edonismo reaganiano), con Michael Dukakis. Il pur ottimo politico, a lungo governatore del Massachusetts, cugino di un’attrice formidabile che non mancò di fare per lui campagna elettorale persino dal palco dei Golden Globe e degli Oscar, vinti con pieno merito per il cult Stregata dalla luna, l’anno prima di prendere parte al gioiellino Fiori d’acciaio, quello Steel magnolias che è una pièce di rara bellezza, che è tra i film preferiti, per stessa ammissione della diva del pop, di Britney Spears e che ha un cast a dir poco da urlo – del monologo straordinario della due volte premio Oscar Sally Field si fa persino vanto in The Kominsky Method un Michael Douglas che da anni non era così in parte -, pagò le dichiarazioni contro la pena di morte, quelle in difesa della memoria di Sacco e Vanzetti e tutta una serie di bufale. Proprio quelle narrazioni ipocrite e posticce che sono il tessuto di una campagna elettorale realizzata comme il faut, e che la regina del new journalism, una delle punte di diamante della scrittura, assieme alle altre stelle del gotha, ossia Annie Proulx (Cartoline, Avviso ai naviganti, I crimini della fisarmonica, Gente del Wyoming, Quel vecchio asso nella manica), Anne Tyler (Se mai verrà il mattino, L’albero delle lattine, Una vita allo sbando, Ragazza in un giardino, L’amore paziente, Una donna diversa, Il tuo posto è vuoto, La moglie dell’attore, Ristorante nostalgia, Turista per caso, lezioni di respiro, Quasi un santo, Per puro caso, Le storie degli altri, Quando eravamo grandi, Un matrimonio da dilettanti, La figlia perfetta, Una spola di filo blu), Elizabeth Strout (Resta con me, Olive Kitteridge, I ragazzi Burgess, Mi chiamo Lucy Barton, Tutto è possibile), Penelope Lively (Una spirale di cenere, Un posto perfetto), Marilynne Robinson (Le cure domestiche, Gilead, Casa, Lila), Jane Urquhart (Niagara, Cieli tempestosi, Altrove, Klara, Sanctuary Line, Le fasi notturne), Catherine Dunne (La metà di niente, L’amore o quasi, Se stasera siamo qui, Donne alla finestra), l’immensa Joyce Carol Oates ed Edna O’Brien (Ragazze di campagna, Un cuore fanatico, Lanterna magica, Le stanze dei figli, Uno splendido isolamento, Lungo il fiume, oggetto d’amore, Tante piccole sedie rosse), mette alla base dei suoi reportage, qui riprodotti, in merito alla tornata elettorale di trentadue anni fa, seguita per la New York Review of Books. Finzioni politiche, più attuale – tragicamente – che mai, è un vero e proprio monumento: impeccabile e imperdibile.

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“Nell’abisso”

9788842827252_0_221_0_75di Gabriele Ottaviani

L’irritabilità e la pomposità di Junior andavano scemando. Ora era possibile intrattenere con lui conversazioni più lunghe senza necessariamente saltare di palo in frasca (anche detto «flusso di idee») e senza la sua continua ironia polemica. C’erano argomenti importanti di cui discutere: salvare una carriera, sanare i rapporti con amici e familiari, evitare gli ospedali psichiatrici da quel momento in poi. Il tono di questi discorsi era serio, quasi malinconico. Mi chiesi se stesse diventando depresso o se, come sostenuto da chi lo conosceva meglio, questa fosse la sua vera natura: un giovane, riflessivo, pensieroso e introspettivo. Di tanto in tanto lanciava ancora l’occasionale frecciatina contro i miei privilegi da bianco: «Facile dirlo, per te» o «Scommetto che non hai mai passato un momento difficile». A volte esulavamo dall’ambito professionale e ci mettevamo a parlare di musica. Gli dissi che strimpellavo il piano. A entrambi piaceva il jazz.

Anthony David, Nell’abisso – Storie di menti spezzate, Il saggiatore. Traduzione di Camilla Pieretti. Anthony David è un neuropsichiatra di chiara fama a livello internazionale: ha studiato la mente, ne è appassionato, cerca di penetrarne il mistero, si impegna strenuamente per guarirla, laddove porti su di sé il segno del malanno. Sono sette le storie al centro di questo apologo della condizione dell’individuo che non si riconosce più in un altrove che non gli appartiene, in un mondo che lo respinge, in una realtà che non lo rappresenta, dimentico di una parte di sé, smarrito, senza identità, a pezzi, in frantumi, eppure al tempo stesso sempre intero, uno, unico, riconoscibile. E David, parlando di un uomo convinto di essere morto e di non conoscere la propria moglie, di una donna da sempre in stato vegetativo pur senza che il suo encefalo presenti danni, di un’altra tormentata da voci che vogliono che si dia la morte, di un’altra ancora che, a causa di un trauma, è perennemente scossa da terribili convulsioni, racconta di tutti noi, e della nostra paura di essere felici e di non meritarci la gioia. Sontuoso.

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“La leggenda dei giocolieri di lacrime”

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Ed ecco che in una via di Szeged appare uno strano carro. Passa rumorosamente per le strade innevate, si ferma un poco davanti alla sinagoga, al caravanserraglio, alle terme, sotto lo snello minareto, e intanto dal fondo della vettura si affacciano a spiare alcuni personaggi particolari. O forse sono figure del tutto normali. Insomma, ormai li conosciamo bene. Alla fine dei suoi giri, il carro si ferma vicino all’accampamento illuminato dalle torce dei tartari, che si trova poco fuori dal quartiere Palánk. Uno di quei personaggi, suscitando sghignazzamenti maligni da parte degli uomini di Iszmail, chiede di essere ricevuto dall’agha. L’orario è insolito. La sfrontatezza è insolita. Disturbare la caviglia ornata d’oro di sua maestà il Khan quando il sole se l’è già svignata dal cielo non dimostra coraggio, ma segnala piuttosto una stoltezza letale. Ovunque vadano, qualunque parte del corpo d’Europa calpestino, i tartari sono abituati a essere accolti con terrore, e a questo sentimento si accompagna solitamente anche l’odio nei loro confronti, che a volte può essere clamoroso e rumoroso, in altre occasioni invece è più nascosto, deducibile più che altro da certi tremori delle ciglia, certi picchiettii delle unghie. I viaggiatori sul carro sono cinque uomini comuni. Pazzi, temerari, oppure in possesso di qualche segreto in grado di difendere la loro vita ovunque vadano, con chiunque abbiano a che fare.

László Darvasi, La leggenda dei giocolieri di lacrime, Il saggiatore. Traduzione di Dóra Várnai. Ambientato, durante tutto il corso della dominazione, nell’Ungheria ottomana, il territorio mitteleuropeo occupato – e in gran parte sfruttato fino allo stremo – fra il millecinquecentoquarantuno e il milleseicentonovantanove dall’impero che fu anche di Solimano il Magnifico, questo monumentale romanzo, complesso e articolato ma mai arduo oppure ostico o respingente, anzi, dal respiro suggestivo, ampio ed epico, nell’accezione più omnicomprensiva del termine, rifugge ogni genere di categorizzazione tassonomica, squadernando dinnanzi al lettore una potenza evocativa e inventiva assolutamente non comune, che si deve non solo alle pressoché infinite possibilità della letteratura e del linguaggio, ma anche a un’impostazione ontologicamente visionaria: sono simbolici, scombiccherati e sgangherati saltimbanchi quelli che attraverso una terra che la guerra ha reso desolata si accostano sul loro circense e sbrindellato conestoga, un carro di Tespi sui generis, a ogni sorta di personaggio, ognuno con una dote assurda e fascinosa, intessendo una narrazione fatta di prodigi spaventosi e destabilizzanti, che rappresentano l’assoluta e inesorabile imprevedibilità della condizione umana.

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“Attraverso il paradiso”

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Mise giù il telefono e tornò alla Buick. La cameriera stava armeggiando con la macchina del ghiaccio e non appena lo vide riattaccò: «Non è che per caso sta per andarsene dalla città, no? Abbiamo il suo numero di targa, sa. Possiamo rintracciarla». Accese il motore e mentre usciva in retromarcia dallo spazio contrassegnato da uno sbiadito numero 33, nello specchietto retrovisore vide di sfuggita la ragazza dai capelli neri. Batteva l’acqua con i piedi e sorrideva proprio a lui. Stavolta agitò un lungo braccio sottile sopra la testa, come se li separasse una distanza enorme.

Attraverso il paradiso, Sam Shepard, Il saggiatore, traduzione di Andrea Buzzi. Attore formidabile, scrittore straordinario, drammaturgo eccellente, vincitore, quarantuno anni fa, del premio Pulitzer, Sam Shepard (Frances, Follia d’amore, Crimini del cuore, Fiori d’acciaio, Il rapporto Pelican, La neve cade sui cedri, Passione ribelle, Codice: Swordfish, Black Hawk Down, Le pagine della nostra vita, I segreti di Osage County, In dubious battle) ha cantato e incarnato l’America profonda, le illusioni, i disincanti, le promesse disattese, il sogno e il brusco risveglio, la fragilità della condizione umana, la frustrazione, il disagio, le aspirazioni, le bramosie, le disperate speranze, le utopie e il pionieristico cammino di una vita alla ricerca di sé, della propria accettazione, della propria autodeterminazione, del perdono per i propri difetti come nessun altro: quest’ennesima pinacoteca di ritratti vividissimi lo conferma, e raccontandoci di lontane praterie parla degli incontaminati orizzonti del nostro cuore. Eccezionale, sempiterno, immortale.

 

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“Passi falsi”

41Z-iCkT07L._SX335_BO1,204,203,200_di Gabriele Ottaviani

I letterati nutrono nei confronti di Jacques Crépet un sentimento di gratitudine le cui ragioni, imprevedibilmente, continuano ad aumentare. La conoscenza e il gusto per gli studi baudelairiani sono, per Crépet, una tradizione familiare. Con ciò che ama egli ha ereditato i mezzi di farcelo amare e di farcelo conoscere meglio di chiunque altro. Inoltre ha l’istinto che non gli permette mai di chiudere la partita con ciò che una volta è stato al centro della sua passione. Vi torna sopra. Si arricchisce di scrupoli. Non smette di vedere quello che è imperfetto nel suo lavoro per applicarvi idee nuove e farne il punto di partenza di ricerche nuove. Va al di là di se stesso nel timore di non essere all’altezza di un soggetto che è infinito. Alla sua edizione annotata dei Fiori del male, apparsa nel 1922, ha aggiunto un’edizione critica monumentale che riunisce i principali studi degli eruditi baudelairiani, tiene conto delle scoperte più recenti e lascia in ombra solo la parte inconoscibile della vita del poeta da cui ogni poesia trae la sua origine. Tale pubblicazione che Jacques Crépet ha condotto a termine con la collaborazione di Georges Blin, autore di un eccellente studio su Baudelaire, riporta felicemente l’attenzione sull’opera essenziale del poeta. Nella gloria di un grande scrittore c’è sempre un momento in cui la ricerca degli inediti distoglie l’ammirazione da ciò che solo la giustifica. Gli scritti più irrilevanti, i versi che si suppongono giovanili, tutto quel retaggio che il creatore rifiuta e che lo segue come un’ombra, fanno rinascere la febbre dei critici…

Passi falsi, Maurice Blanchot, Il saggiatore. Traduzione di Elina Klersy Imberciadori. Solo chi cade può dare altrui l’edificante spettacolo del rialzarsi, ha scritto Arturo Graf. Non c’è miglior sprone al progresso, difatti, del fallimento: e col fallimento chiunque scriva ha un rapporto stretto, continuo, costante, faticoso, intenso, contraddittorio. Si scrive perché si ha qualcosa da dire. Si scrive perché si pensa di poter esprimere qualcosa. Si scrive perché si ritiene di non dover rimanere in silenzio. Ma tutto ciò che si dice, in realtà, è nulla, e spesso proprio affermando qualcosa nei fatti la si nega, perché esprimendo la sua assenza se ne sancisce la presenza. Come il silenzio, appunto, che non si può dire, perché se si parla lo si infrange. Come il buio, che non può essere illuminato, perché la luce lo dissolve. La prima raccolta di saggi di Blanchot, brevi, icastiche, lapidarie, profondissime analisi monografiche, indaga l’arte dello scrivere e il suo potere: da non farsi sfuggire per nessuna ragione al mondo.

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