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“Il rumore del tempo”

julian-barnes.jpgdi Gabriele Ottaviani

Non era mai successo, ovviamente. Ždanov li aveva indottrinati da far sanguinare le orecchie, ma era troppo intelligente per permettere che le sue dita grassocce dissacrassero tanto una tastiera. Cionondimeno, la storia guadagnò credibilità a ogni ripetizione, finché qualcuno dei compositori in teoria presenti al fatto non arrivò a confermare che, sì, le cose erano andate esattamente in quel modo. D’altronde una parte di costui avrebbe voluto che quel colloquio in cui il Potere si era arrogato il diritto di utilizzare l’arma dei propri avversari avesse avuto luogo davvero. In ogni caso, non ci mise molto a finire nel canzoniere dei miti attendibili che circolavano al tempo. Quel che importava non era tanto se una certa storia era del tutto vera, quanto ciò che la storia significava. Senza contare che la veridicità di un racconto aumentava di pari passo col suo diffondersi.

Julian Barnes, Il rumore del tempo, traduzione di Susanna Basso, Einaudi. O bere o affogare. È un proverbio, e come tutti i proverbi nasce dalla realtà quotidiana. Dalla vita vera. Tu vorresti solo fare quello che ti piace, che ti fa sentire bene e libero, quello per cui hai talento, e che quindi puoi fare bene, per te e per la società. Perché fare pienamente il proprio dovere, svolgere il compito che è stato assegnato o che si ha avuto la possibilità, la fortuna e il privilegio di scegliere, rendere un servizio agli altri, fosse anche la condivisione di un’emozione, qualche cosa di immateriale, di nessuna o scarsa utilità pratica ma salvifica per l’anima, è la base per un mondo migliore. Tu vorresti. Ma non te lo permettono. Talvolta. Non vuol essere una giustificazione per i propri fallimenti, e certo il protagonista della nostra storia non è né un santo né una tremebonda donzella da salvare arrampicandosi sulla sua stessa treccia per farla uscire dal castello in cui è segregata. Ma talvolta non te lo consentono. Semplicemente. Banalmente. Freddamente. Squallidamente. E tu, uomo – artista: ma come possono coesistere arte e totalitarismo? – con tutti i tuoi limiti, che non sei tenuto a essere né hai desiderio di farti martire, perché tieni alla tua vita, che di tanto in tanto ti pare però vacua, e al tempo stesso tieni anche alla tua coscienza, straziata come il cadavere di Ettore dal feroce Achille, soccombi. Accetti. Oppure lotti. Ti impegni. Non ti arrendi. Sarà anche vero che il potere logora chi non ce l’ha, ma essere considerato nemico del popolo dalla sera alla mattina, topo stritolato in ingranaggi kafkiani, dopo che tutti ti hanno sempre esaltato per anni solo e soltanto perché la tua musica non è piaciuta – l’ha chiamata caos – al compagno Stalin e ai suoi baffoni è prova ardua a superarsi. È la vicenda di Sostakovic quella che Barnes racconta, con intensità straordinaria. Da non perdere per nessuna ragione.

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