Teatro

“Il ritorno a casa”

Il-ritorno-a-casadi Gabriele Ottaviani

Il testo è potente, doloroso e bellissimo. D’altronde, è Harold Pinter. Drammaturgo, scrittore, poeta, regista, attore, sceneggiatore, premio Nobel. Ed è forse il suo testo più duro, che ha mezzo secolo e non li dimostra affatto, anzi, sembra scritto domani. The homecoming, Il ritorno a casa. Funziona anche nell’interessante traduzione di Alessandra Serra. Una comunità maschile in cui la sola figura femminile è l’elemento perturbante. Personaggi semplicemente sgradevoli, feroci, squallidi. Non c’è amore, non c’è redenzione, non c’è speranza. Solo una miseria piccoloborghese atroce e amarissima. La cornice del Teatro Vascello di Roma è come sempre affascinante, la scena è allestita in modo a dir poco mirabile (tutto l’apparato tecnico – costumi, luci e, per l’appunto, scenografia – è eccellente), appare perfetta per costringere e far sobbollire sempre più imperiosamente al suo interno il coacervo di reazioni esplosive e funeste che Il ritorno a casa manifesta e descrive con precisione chirurgica. Tre lunghe ore, che tutto sommato però volano via. Ma c’è un ma. Grosso come la casa che ospita questi esseri abietti. La decisione registica che lascia a dir poco perplessi di fare di questo testo talmente formidabile che non può che non esaltarsi con l’asciuttezza un virtuosismo di maniera come raramente se ne son visti di così odiosi: la recitazione artefatta e artificiosa fa diventare i personaggi, dalle figure poeticamente e lugubremente disturbanti che dovevano essere, a macchiette insopportabili. Peccato. Per la regia di Peter Stein, con Paolo Graziosi, Alessandro Averone, Elia Schilton, Antonio Tintis, Andrea Nicolini e Arianna Scommegna.

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