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“Il ragazzo selvatico”

download (8).jpegdi Gabriele Ottaviani

In giugno arrivarono i pastori, e la mia solitudine cambiò.

Il ragazzo selvatico, Paolo Cognetti, Terre di mezzo. Trent’anni non sono un’età facile. Perché non hai più scuse. Sei assolutamente adulto. E quando ti manca la terra sotto i piedi, quando nonostante i sacrifici, gli sforzi e le umiliazioni ti sembra di rimanere sempre indietro, mentre i meno meritevoli ti sorpassano a destra, e di non avere in mano nulla se non sabbia che ti scivola via dalle dita inesorabilmente, è dura. E forse non resta altro da fare che partire. Per trovarsi. Ritrovarsi. Seminare, sperando di raccogliere la felicità dal terreno della solitudine. Paolo parte. In montagna. Per fronteggiare quella del suo dolore. Semplice, potente, bellissimo, vero, del tutto non retorico. Da leggere.

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“Il ragazzo selvatico” – Paolo Cognetti

Paolo-Cognetti-Il-ragazzo-selvaticodi Gabriele Ottaviani

Cominciai a tornare lassù sempre più spesso. E sempre meno, in quei giorni, mi sembrava necessaria l’esistenza di una casa. Ero diventato insofferente alla vita nella baita. Mi sarebbe piaciuto fare come i pastori di un tempo, che vagabondavano da un pascolo all’altro e si fermavano a dormire nei ripari offerti dalla montagna. Ne incontravo ogni tanto durante le mie esplorazioni: massi sporgenti alla cui base il terreno era stato spianato, e a volte chiuso da muretti a secco.

 

Paolo Cognetti ha un’ottima prosa, e con Il ragazzo selvatico, edito da Terre di mezzo, non fa che confermarlo, anche se ha cambiato completamente scenario: se nelle sue prime e più note opere il vero protagonista, al di là delle figure umane, era il paesaggio urbano, qui ci si sposta in un ambiente da cartolina. Almeno, in apparenza.

La natura incontaminata, quella nella quale si vedono ancora le stelle, di notte, perché non c’è l’abbacinante inquinamento luminoso delle nostre città, quella nella quale si sentono i profumi e i rumori del bosco, e soprattutto il rumore del silenzio, ormai in via d’estinzione come le lucciole e le foche monache, può essere infatti specchio e riflesso, canto e controcanto di un’anima alla ricerca di sé, tra luci e oscurità: la pietra e il legno sono gli elementi della sintassi di un discorso del cuore, in cui timidi e silenziosi animali sono depositari di segreti e possessori di un’acuta sensibilità, umana più che umana. Da leggere.

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