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“Bubelè”

Cover Bubelè. Il bambino nell_ombra. A. Nysenholcdi Gabriele Ottaviani

L’ex deportato fece la sua Norimberga contro i salvatori! Al termine di una seduta di battibecchi in tribunale, Nunkel perse la sua qualità di tutore. Mio zio divenne il mio tutore legale e tutto un consiglio di famiglia venne costituito. A mio zio venne riconosciuto il diritto di portarmi a casa sua ogni domenica. Veniva a cercarmi. Fin dal mattino. Il giorno del Signore! Ci recavamo in tram al suo appartamento, e da lì dai rari conoscenti che i miei genitori avevano già frequentato a Guèr. C’era stata una diaspora di quello shtetl nel mondo, alcuni suoi sopravvissuti si trovavano a Bruxelles. Si sentiva talvolta l’odore di una cucina pesante e grassa che mi dava nausea. A tavola, lui da solo era Gargantua e Lamme Goedza insieme. Non sarebbe più morto di fame. Doveva essersi fatto questa promessa. “Ess!” Mio zio mi portava al cinema. Ad ogni quartiere ce n’era uno di nuovo che fioriva in quell’età d’oro dei cinematografi. Aveva trovato il mio punto debole. Una sera avrei dovuto già tornare a Ganshoren, e il film non era terminato, un Errol Flynn pieno di piume in “Lo sparviero del mare”. Mio zio mi tirò per la manica, era da un pezzo che saremmo dovuti ritornare. Volli restare fino alla fine. Come se avessi voglia di restare con lui! Sentivo che si rallegrava. Ma non gli piaceva l’idea di oltrepassare l’ora. In fin dei conti poteva farmi piacere! Prendendo i miei desideri come ordini, era occupato a far passare i capricci di un bambino davanti alle esigenze legittime dei suoi genitori di adozione, anche se questi non avevano il diritto di tutela. Non potevo uscire dal cinema. Lo schermo era una finestra aperta. Tutto era vero. L’universo era lì. Lo toccavo, il mio sguardo era una mano che poteva afferrare a distanza quello che succedeva. Sipario.

Bubelè – Il bambino nell’ombra, Adolphe Nysenholc, Il pozzo di Giacobbe, traduzione di Silvia Cerulli. Nato ad Anderlecht, Bruxelles, il ventiquattro di novembre di ottant’anni fa, figlio di emigrati polacchi deportati e uccisi ad Auschwitz, docente, scrittore, studioso, semiologo, esperto di Chaplin, saggista, drammaturgo, uomo dal multiforme ingegno, Nysenholc è un autore di grandissimo pregio. Il testo è vibrante, intenso, commovente, emozionante, raffinato, elegante, forte, potente, curato nel dettaglio, sentimentale senza sentimentalismo, buono ma non buonista, simbolico, lirico, allegorico, immaginifico ma anche assai concreto, ampio, vario, caleidoscopico: parrebbe contraddittorio, e in effetti lo è. Perché è dalla contraddizione, dalla dialettica, dalla dicotomia, dall’eraclitiana unione dei contrari che l’uno senza l’altro non hanno senso di essere che trae la sua grazia splendente. Perché parla del tempo contraddittorio per antonomasia. L’età dell’infanzia. Dell’adolescenza. Quella della formazione della coscienza. Dell’individualità. Dell’identità. Del vorrei ma non posso, perché ancora non sono. Delle promesse che ancora non esistono e che già si teme che non saranno mantenute. Che può trovarsi ad affrontare anche le più terribili tempeste della storia. Da non perdere per nessuna ragione.

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“Donna sacerdote?”

Donna sacerdote.Vittorio Mencucci.Il pozzo di Giacobbedi Gabriele Ottaviani

L’uomo però non pensa soltanto a riempire lo stomaco, sente il bisogno di sedersi a tavola condividendo il cibo con le persone che ama e di conversare con loro in un’esperienza che, partendo dall’istinto, si arricchisce di sentimenti e di dialogo. Nei primi tempi del cristianesimo è dominante il linguaggio di cena e di pane condiviso, anche se non manca una lettura sacrificale, propria del contesto culturale in cui gli evangelisti scrivono.

Donna sacerdote? Ma con quale Chiesa?, Vittorio Mencucci, Il pozzo di Giacobbe. Nel medioevo la donna è considerata inferiore all’uomo per natura. Dunque non può decidere. Non può amministrare alcunché. È stata creata da una costola del maschio per essergli d’aiuto. Di sostegno. Di conforto. Quindi senza di lui non esiste. Non c’è. Non serve. Non ha vita in quanto tale. Non ha identità. Poi i tempi i sono cambiati. E non ci siamo evoluti. Purtroppo. Anzi, forse c’era più rispetto all’epoca dei carolingi, visto ciò che la cronaca ci propone quotidianamente. L’assurdità in realtà è stata spazzata via con ignominia, come è sacrosanto che sia: c’è ancora chi ha idee idiote, ma contro quelle purtroppo non si può far nulla, la madre dei beoti è sempre incinta, ed è raro che ogni parto non sia molto più che plurigemellare. Oggi come oggi nessuna persona mediamente dotata di sale in zucca può anche solo ammettere che ci sia qualcuno che possa pensare che la donna sia inferiore all’uomo. Però è ancora esclusa dal sacerdozio. Perché se Cristo è l’uomo, dunque lo sposo, e la Chiesa è la sposa, pertanto donna, il ministro che agisce rappresentando in quel momento il divino deve essere maschio. Questa la giustificazione. Che sta in piedi come un tavolo senza gambe. E infatti ciò in merito a cui ci si deve interrogare è qualcos’altro: banalmente, il maschilismo. Per carità, è sessista finanche la grammatica (rose e margherite possono essere bianche, ma se si tratta di tulipani e rose che hanno lo stesso colore potranno essere insieme solo rossi, mai rosse), ma il trascendente dovrebbe guardare oltre il contingente, librarsi più in altro. E questo libro lo fa. È arioso. Non dogmatico. Non cattedratico. Istruttivo. Intelligente. Da leggere.

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“Don Lorenzo Milani”

Cover.Don Lorenzo Milani.S.Proniewicz.Ill. S. Fabris.Il pozzo di Giacobbe.Collana Ilpiccolo greggedi Gabriele Ottaviani

Forse non tutti sanno che Lorenzo Carlo Domenico Milani Comparetti è il nome completo di colui che ricordiamo più brevemente come don Milani. Lorenzo nacque a Firenze una domenica, il 27 maggio 1923, in una colta famiglia borghese. Il papà si chiamava Albano ed era medico. La mamma, Alice Weiss, si occupava della famiglia e dei figli. I due si erano sposati nel 1919 con rito civile e non avevano battezzato i figli perché Alice era ebrea. Lorenzo, come il fratello maggiore, Adriano, e la sorella più piccola, Elena, nacque in casa. A quel tempo solo i bambini delle famiglie povere nascevano in ospedale. Lorenzo fu un bambino fortunatissimo perché la sua era una famiglia benestante al punto da possedere tre case: una grande palazzina a Firenze, una piccola villa in campagna e una casa sul mare. A quell’epoca in tutta la città di Firenze ci saranno state non più di quindici auto: chi ne possedeva una era ricco. Papà Milani ne aveva due.

Don Lorenzo Milani, testi di Sylwia Proniewicz, illustrazioni di Silvia Fabris, Il pozzo di Giacobbe – Collana Il piccolo gregge – Piccoli semi. Don Lorenzo Milani è una delle personalità più straordinarie che non solo la storia della Chiesa, ma anche quella del nostro Paese abbiano mai avuto la grande fortuna di conoscere. Papa Francesco, pochissimi giorni fa, si è soffermato a lungo sulla sua tomba, in forma strettamente privata. E si è augurato che il prete che lui ha chiamato esemplare ma che in realtà di fatto a Barbiana è finito esule perché troppo scomodo ricambi dall’alto dei cieli questo gesto d’amore, di fede, di speranza, di carità, di condivisione, pregando per lui. Don Milani, di cui fra quattro giorni ricorre il cinquantesimo anniversario della sua morte, avvenuta a soli quarantaquattro anni, è un modello di impegno religioso, etico, morale, umano, cristiano, laico, civile, di ascolto degli ultimi, di accoglienza per la comunità: il suo messaggio non può rischiare di cadere nell’oblio. E bisogna conoscerlo sin da bambini. Come propone questo testo bellissimo, semplice, chiaro, creato con cura e amore. Da non perdere.

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“Lettera ai cappellani militari – Lettera ai giudici”

515Xi6oRlSL._SX342_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

L’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni.
Lettera ai cappellani militari – Lettera ai giudici, Lorenzo Milani, Il pozzo di Giacobbe. Si tratta di due testi fondamentali, che sembrano scritti domani e che non possono non far riflettere, nei quali un uomo di Dio, di cui si è da poco festeggiato il novantaquattresimo anniversario della nascita e del quale a breve sarà celebrata la ricorrenza del cinquantesimo anniversario della sua morte, davvero dà senso alla sua missione, la comunica, la trasmette, la vive e la fa vivere, mettendosi nei panni degli altri, degli ultimi, invocando la speranza, ultima virtù che resta quando tutte svaniscono, salvezza estrema del genere umano. Questa versione oltretutto ha un’ulteriore importante particolarità perché si tratta della prima e unica edizione critica – e raramente si è avuta l’occasione di entrare in contatto con un apparato di note così preciso, puntuale, divulgativo, approfondito, chiaro, ampio, significativo – dei testi succitati, edizione curata con passione e attenzione certosina, appare evidente, da Sergio Tanzarella, e anticipata nel Meridiano Mondadori – in cui Tanzarella è uno dei cinque curatori, occupandosi per lo più dell’epistolario – dedicato a don Milani in forma ridotta per motivi di spazio, e dunque riedita in un volume a sé stante, un’opera agile, formativa, perfetta, monumentale in tutte le accezioni del termine, una vera e propria orazione e testimonianza d’impegno civile, accessibile a tutti, che fa meditare lungamente sull’imprescindibilità dal punto di vista etico della non-violenza, che poi sfocia nell’impegno a favore dell’obiezione di coscienza. E per la prima volta in assoluto Tanzarella si avvale persino degli atti, mai consultati da alcuno finora, del processo subito da Milani e Luca Pavolini a cavallo fra il millenovecentosessantacinque e il millenovecentosessantasei. Da non perdere.

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Alberto Mandreoli: Salò, l’inizio di una tragedia

Foto Alberto Mandreolidi Gabriele Ottaviani

Convenzionali ha recensito Il fascismo della Repubblica Sociale a processo. Sentenze e amnistia (Bologna 1945-1950): ora abbiamo il piacere di approfondirne i temi con l’autore, lo storico Alberto Mandreoli.

 

Che cosa ha rappresentato la Repubblica sociale nella storia italiana?

La Repubblica sociale italiana, Stato vassallo sorto sotto l’ala opprimente della Germania hitleriana, è nata all’indomani dell’8 settembre 1943, giorno in cui fu firmato dal maresciallo Pietro Badoglio l’armistizio con le truppe alleate, già sbarcate in Sicilia. Se l’8 settembre con le sue conseguenze ha condotto una nazione allo sbando (espressione della storica Elena Aga Rossi), la nascita della RSI ha rappresentato l’inizio di una tragedia. La guerra civile: italiani contro italiani, con l’esercito tedesco in casa. Giorni di enorme confusione e di grande smarrimento, ma anche tempi di discernimento e di scelte tra il legittimo e l’illegittimo: al sud il governo provvisorio guidato da Badoglio, al nord la Repubblica sociale. Molti soldati e antifascisti di diverse ispirazioni politiche, consapevoli della necessità di agire, si ritrovarono uniti perseguendo un unico obiettivo: liberare l’Italia dal nazifascismo. Questo fu fatto con armi e anche senz’armi.

 

Perché in tanti vi aderirono?

Affascinati dal carisma del Duce e assuefatti dal ventennio che aveva dato loro lavoro, cibo e dignità, molti decisero di schierarsi con la RSI e, questa volta, pronti ad affrontare la “bella morte”. Quanti di loro sopravvissero alla guerra civile non rinnegarono quel periodo che aveva segnato per sempre la loro esistenza. Anzi lo rimpiansero con nostalgia. Come, per esempio, Piera Gatteschi Fondelli, generale del Servizio Ausiliario Femminile, che scrisse molti anni dopo nel suo memoriale: «Ho vissuto il periodo più bello della nostra Patria, il ventennio di Mussolini. Ebbi l’onore della sua fiducia e credo di aver fatto fino in fondo il mio dovere. Alle mie Ausiliarie, che ho e sempre avrò tutte nel mio cuore».

 

Attualmente qual è lo stato degli studi storici sul fascismo?

In questi ultimi anni, in ambito scientifico e divulgativo, sono stati pubblicati libri interessanti e approfonditi su Benito Mussolini e sul “suo” regime. Diversi, i temi affrontati in questi volumi: le origini del “fascismo” e la mentalità propria di un’ideologia (Emilio Gentile), le responsabilità italiane sul fronte greco-albanese e la pulizia etnica condotta dalle autorità fasciste in Croazia e Dalmazia (Gianni Oliva); i crimini contro la popolazione libica ed etiope (Angelo Del Boca), il carattere oppressivo e la collaborazione della RSI con l’alleato tedesco anche attraverso la persecuzione degli ebrei (Mimmo Franzinelli), l’origine e lo sviluppo della RSI nelle sue diverse forme (Mario Avagliano-Marco Palmieri), la guerra operata senza pietà dalle truppe italo-tedesche in Toscana, Emilia-Romagna, Liguria, Piemonte contro la popolazione civile (Luca Baldissara-Paolo Pezzino).

Secondo lei in Italia si parla in maniera obiettiva del ventennio mussoliniano?

Lo studio scientifico e la ricerca storica rischiano di rimanere circoscritte in un ambito ristretto, scarsamente conosciuto ai più. Questa situazione ha delle motivazioni: in Italia, dal dopoguerra fino ad oggi, un discorso serio e obiettivo sul fascismo non vi è mai stato in ambito politico-civile. Al di là delle dichiarazioni ufficiali, pronunciate nei giorni che ricordano la Liberazione, non si sono mai fatti i conti con un regime, sorto in Italia per opera di italiani, che ha condotto una nazione intera alla distruzione e alla morte. Questo fenomeno, la mancata “Norimberga italiana”, per dirla con un’espressione dello storico Michele Battini, ha radici lontane: ad esempio, l’amnistia promossa dall’allora ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti fu un vero e proprio “colpo di spugna” sui crimini fascisti. Questo perché bisognava andare avanti a tutti i costi e voltare pagina. Ben diversa è stata la presa di coscienza avvenuta in Germania nel dopoguerra in merito alle atrocità operate dai nazisti durante il secondo conflitto mondiale. A ricordare ciò che ha rappresentato per i tedeschi un regime oppressivo ci sono tanti monumenti e musei e si organizzano continuamente mostre e convegni. Così non è in Italia o comunque quel che si fa non è ancora sufficiente.

Quanto è durato il lavoro di ricerca che l’ha portata a scrivere il suo libro? E attraverso quali fasi si è sviluppato?

La ricerca è durata circa due anni e mi ha condotto in sette Archivi di Stato, dislocati nel centro e nord Italia. Primo archivio da me visitato è stato quello di Bergamo dove è conservato il fascicolo intestato a Lorenzo Mingardi e Armando Quadri, gerarchi fascisti implicati nell’eccidio di Monte Sole, conosciuto anche come strage di Marzabotto, avvenuto tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944. Lo studio delle carte processuali –  i verbali dei dibattimenti e delle testimonianze, quindi – mi ha permesso di ricostruire la rete di potere e di oppressione che i fascisti della RSI hanno tessuto a Bologna e provincia: Dino Fantozzi (prefetto e capo provincia); Giovanni Tebaldi e Marcello Fabiani (questori), Giorgio Pini (direttore de Il Resto del Carlino e sottosegretario agli Interni nella RSI), Renato Tartarotti (capitano della Compagnia autonoma speciale).

Qual è il compito della Storia?

In altre parole, potremmo domandarci a cosa serve la Storia e quale utilità possa avere per noi. Credo che il primo compito della Storia è quello di farci conoscere il passato con profondità. La Storia, quella personale e quella dei grandi popoli, fa parte di noi e della nostra esistenza e non può essere trattata con superficialità. Altro compito è quello di indagare il passato con rigore e onestà intellettuale. Raccontare la verità dei fatti consente di svolgere un’azione positiva e sana sulla realtà presente. Infine, la ricerca storica non può scollegarsi da un discorso etico che ha inevitabili conseguenze sul nostro presente: quanto le nuove generazioni hanno bisogno – attraverso la trasmissione storica – di riscoprire i temi, così decisivi e significativi, della responsabilità personale e della coscienza individuale, chiamata a dire dei sì e dei no dinanzi alle sfide del presente e ai “totalitarismi” di oggi.

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“Il fascismo della Repubblica Sociale a processo”

Cover.Il fascismo della Repubblica Sociale a processo 2di Gabriele Ottaviani

Sono presenti al rastrellamento elementi del RAP, delle brigate nere “Facchini” e “Pappalardo” e del comando provinciale GNR. Nell’elenco stilato dal vice brigadiere compaiono i seguenti nomi: Marcello Fabiani, indicato come “stratega” dell’azione, il capitano Gaddo Jermini, il maggiore di P.A. Agostino Fortunati dirigente della sezione politica della Questura, il tenente del battaglione “volontari della morte” Alberto Noci.

Il fascismo della Repubblica Sociale a processo – Sentenze e amnistia (Bologna 1945-1950), Alberto Mandreoli, Il pozzo di Giacobbe. Chiudere i conti con il passato non è mai facile. A maggior ragione se il passato è una guerra. Una dittatura. Che ha devastato un paese intero. Dopo un conflitto è necessario ricostruire, ma soprattutto c’è all’ordine del giorno una questione che viene vissuta come una esigenza imprescindibile da parte di coloro che hanno subito sulla propria pelle la protervia dell’oppressione: il cambio della classe dirigente. Collusa, compromessa, corrotta. Questo in Italia non è avvenuto. Troppi si sono riciclati, troppi si sono rifatti una verginità. Le corti straordinarie d’assise e le corti d’appello, negli anni fra il millenovecentoquarantacinque e il millenovecentoquarantasette, hanno prodotto una messe di materiale semplicemente straordinario, che Mandreoli indaga con perizia certosina focalizzandosi sull’area del Bolognese, una delle zone più significative dal punto di vista dell’analisi di certi fenomeni politici all’interno del territorio italiano, in quanto area in cui nel biennio rosso si ebbero numerose manifestazioni di protesta, territorio di partigiani ma decisamente prossimo a quella Salò che si proclamò capitale di uno stato che si opponeva alla liberazione alleata, regione cosiddetta rossa per antonomasia: partendo dalle carte processuali l’autore realizza una puntualissima esegesi che riesce a raccontare quali particolari fenomeni siano stati alla radice degli eventi che hanno determinato la necessità dell’intervento della giustizia, indispensabile per ricomporre la normalità. Con tono divulgativo e narrativo molto solido Mandreoli getta luce in particolare, al di là degli steccati ideologici, sulle vicende delle persone: da non perdere.

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“Sulla pazzia del nostro tempo”

cover-lev-tolstoj-sulla-pazzia-del-nostro-tempodi Gabriele Ottaviani

 

Occorre quindi tornare alla religione. Sarà un passo avanti se le varie religioni si accorderanno su alcuni principi comuni ed essenziali: amore di Dio e amore del prossimo.

 

Sulla pazzia del nostro tempo e del mezzo per rinsavire, Lev Tolstoj, traduzione e commento a cura degli Amici di Tolstoj, note e postfazione di Sergio Tanzarella, Il pozzo di Giacobbe. Che l’autore di numerosi dei più importanti romanzi – e non solo – della storia letteraria mondiale abbia attraversato nel corso della sua esistenza una crisi profonda dal punto di vista etico e morale che lo ha portato a riflettere su di sé e sugli altri, sul suo ruolo in quanto essere umano e artista nella società, sulla consapevolezza del compito e della responsabilità di testimonianza dello scrittore, che dà voce al silenzio e corpo all’immateriale, è cosa nota. La riscoperta della fede e della parola evangelica, in corrispondenza del giro di boa dei cinquant’anni d’età, di Lev Tolstoj lo porta a ragionare, sviluppando la convinzione che Dio, il cui disegno è per natura, specie per chi crede, imperscrutabile, incomprensibile per le limitate capacità dell’intelletto umano che, come già sosteneva Immanuel Kant nei suoi scritti, può solo accontentarsi di approfondire quella conoscenza che rientra nei confini delle sue possibilità e facoltà, faccia di lui, uomo come tutti, con i suoi pregi e i suoi difetti, le sue doti, i suoi talenti da non sprecare, le sue incertezze, cadute e difficoltà, colpe e peccati che lo rendono indegno di un amore totale, uno strumento di divulgazione. Il messaggio non può che essere salvifico, improntato a un’ascesi verso il trascendente, a riconsiderare le priorità, gli aspetti di dubbia e trascurbabile importanza. La raccolta qui presentata propone al lettore – in Italia questi testi non hanno pressoché prima d’ora avuto una vera e propria diffusione – un compendio variegato come una pinacoteca che si configura come un’indagine delle molteplici sfaccettature dell’animo umano. Un libro che indubbiamente conduce a un superiore grado di coscienza.

 

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“Il cristiano tra potere e mondanità”

144413.jpg.origdi Gabriele Ottaviani

È proprio questo funzionariato che conduce alla corruzione spirituale i cui risultati si vedono concretamente in una prassi dai mille equivoci, nella quale le priorità diventano le forme e gli orpelli, le cornici e non il quadro, il calice e non il suo contenuto, la stessa ricerca ossessiva di una propria perfezione che ignora gli altri e il mondo e che pone se stessi al centro di tutto. Un egocentrismo spirituale che conduce ad una apparente santità formale dove tutto è perfetto, ma non ci si accorge che manca “soltanto” la vita, che la distanza dagli altri è siderale e che la loro presenza è avvertita come puramente accidentale e ingombrante. La scelta secca è tra l’abito perfetto, di buon tessuto e sempre ben stirato, e l’abito sgualcito e un po’ liso della gente comune, tra chi pensa che l’evangelizzazione sia una conquista e chi la comprende come un servizio che non prevede né trionfi, né successi.

Il cristiano deve vivere nel mondo, ma ha il dovere di farlo senza mai dimenticare di trasmettere al prossimo il messaggio di pace, di amore, di fratellanza, di rispetto e di solidarietà universale che gli deriva da Gesù, e che, come è fondamento della sua religione, deve esserlo, se il cristiano è realmente e sentitamente osservante e coerente – non che laicità e bontà d’animo siano inconciliabili, sarebbe falsissimo sostenere un’argomentazione del genere – con ciò in merito a cui professa la propria fede, anche dei suoi comportamenti quotidiani. Anche l’anima, come il corpo, come ogni organismo, può ammalarsi, rovinarsi, corrompersi, specie quando l’avidità di beni materiali offusca la mente e i sensi. E anche per l’anima esiste la possibilità di guarire, esistono cure e rimedi. Anna Carfora e Sergio Tanzarella, Il cristiano tra potere e mondanità – 15 malattie secondo papa Francesco (introduzione di Nunzio Galantino), Il pozzo di Giacobbe editore: un volume agile, leggibile, interessante per tutti, che parla proprio di questo e fa riflettere.

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“Francesco e i pentecostali”

2.Cover.Francesco e i pentecostali 2di Gabriele Ottaviani

Oggi si incontra l’impossibilità di concepire visioni globali e univoche del mondo. L’idea della “morte di Dio” (Nietzsche) ha procurato l’eclissi di ogni riferimento stabile e metafisico sia al sistema religioso che alle categorie interpretative della realtà. L’“essere” non ha più coerenza e forza dimostrativa. Sembrano aver perso ogni legittimazione i “meta-racconti”, l’illuminismo, l’idealismo, il marxismo (cf. J.F. Lyotard). Il “soggetto” uomo non è più il cartesiano cogito, ergo sum, ma si è ridotto al dasein di Heidegger, «l’essere bruciato dal tempo». Il discorso “etico”, essenziale per la sopravvivenza dell’uomo, si svolge ormai “al di là del bene e del male”. Il capitalismo contemporaneo è perciò sfrenato. La postmodernità è frutto ed è artefice dei «sistemi totalitari che producano l’elusione dell’uomo, escludendo l’uomo concreto come soggetto dell’esperienza del mondo», direbbe V. Havel. E il mondo sembra essere rimasto senza certezza e la Chiesa senza fede. Nell’epoca della scienza sperimentale si pensa che la “metafisica” non abbia ragione d’essere. L’idea di un Essere assoluto e immutabile non entra più nei percorsi del pensiero umano. Nella Chiesa sono stati emarginati tutti coloro che erano capaci di pensiero critico, impedendo così un responsabile discorso di fede e favorendo un analfabetismo religioso di comodo. Nell’attuale supremazia del capitalismo, si va alla ricerca di assicurazioni mondane trascurando l’idea di salvezza dell’uomo. A motivo della globalizzazione, la società multietnica accoglie la diversità piuttosto come separazione che come integrazione. E c’è il grande smarrimento. L’uomo d’oggi sembra rimasto senza ripari e senza speranza. Eppure, magari inconsapevolmente, l’uomo del nostro tempo cerca ancora una scorta per difendersi dagli attacchi del tempo e dalla malvagità della storia. Rimane intatto il Vangelo e infallibile. In Gesù di Nazareth non è tanto l’uomo che viene divinizzato, quanto Dio che viene umanizzato. E questo perché «Dio ama di amore eterno» (Ger 31,3) l’uomo. L’incontro di Dio con l’uomo è unicamente una creazione d’amore. E l’uomo ha il benessere del vivere e la fiducia, se si sforza di fare sempre la pace. La gioia della vita è l’amore reciproco. Dio ama infinitamente e diventa pertanto totale dono di sé.

Il movimento pentecostale è una delle denominazioni cristiane che afferiscono alla vasta area della chiesa evangelica: se ne è cominciato a parlare con precisione in questi termini intorno alla fine del diciannovesimo secolo, a partire dall’esperienza di alcune chiese battiste e metodiste nordamericane. In Italia durante il fascismo il culto pentecostale fu oggetto di una disposizione ad hoc che lo vietava in quanto considerato costituito di “pratiche contrarie all’ordine sociale e nocive all’integrità fisica e psichica della razza” e perseguitato, ma rimase non ammesso anche per diversi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. Spesso e volentieri se ne è parlato utilizzando la definizione di setta, rigettata da papa Francesco, che ha chiesto scusa per questo epiteto, e in un discorso tenuto a Caserta lunedì ventotto luglio duemilaquattordici in occasione dell’incontro con la locale comunità pentecostale ha posto le basi per un nuovo inizio, una nuova unità, nel rispetto delle reciproche specificità e nel solco di quella teologia dell’accoglienza e della diversità riconciliata che sta caratterizzando in maniera sempre più significativa il suo pontificato: Francesco e i pentecostali – L’ecumenismo del poliedro, edito da Il pozzo di Giacobbe, scritto da Raffaele Nogaro, vescovo emerito del capoluogo campano, di cui Roberto Saviano, per la sua lotta contro la camorra, ha detto che è “una sorta di figura epica”, e Sergio Tanzarella, con prefazione del pastore pentecostale Giovanni Traettino, è il racconto denso, interessante, documentato, preciso e fluido di questa storia. Da leggere.

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