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“Il labirinto del silenzio”

labyrinth_of_lies_foto_02-770x470di Erminio Fischetti

Fino alla fine degli anni Cinquanta in Germania nessuno sapeva cosa fosse la parola Auschwitz. Sembra incredibile, ma è così. È questo lo spunto per il racconto del film tedesco del regista italiano Giulio Ricciarelli, Il labirinto del silenzio, recentemente editato in home video e che è stato il candidato tedesco alla scorsa edizione degli Oscar. Una pellicola che racconta la storia di Johann Radmann, giovane avvocato tedesco che alla fine degli anni Cinquanta, con l’aiuto di Fritz Bauer, a capo della procura del distretto dell’Assia, con sede a Francoforte sul Meno, ha portato alla luce dell’opinione pubblica la grande tragedia dell’Olocausto, fino a quel momento insabbiata dietro un silenzio omertoso. Il labirinto del silenzio sono tutte le enormi scartoffie documentate nascoste in archivi chilometrici. Nessuno sapeva. E chi sapeva non diceva. E come poteva una nazione, che è oggi una delle potenze mondiali più importanti, e soprattutto democratica, poter diventare quello che è diventata senza fare i conti con quel passato? Così è stato, così dev’essere. Il film è onesto, solido, compiuto, semplice nel suo rivolgersi al più ampio pubblico possibile. Da vedere. Perché il silenzio non è mai la scelta migliore. Perché riflettere, e soprattutto ricordare, è sempre indispensabile.

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“Il labirinto del silenzio”

11426471_10207090471450080_1996690193_n-1di Gabriele Ottaviani

Fremdschämen. Ovvero il senso di vergogna per una brutta azione compiuta da qualcun altro. Che io sappia solo il tedesco riassume questo concetto in un unico vocabolo. E sarebbe interessante verificare in quale anno si sia verificata la prima occorrenza di questa parola, se prima o dopo gli orrori dei lager in cui morirono oppositori al nazismo, omosessuali, zingari, malati, ebrei. Milioni di persone trucidate nei modi più atroci. Ma la Germania ha voglia di dimenticare, specie dopo Norimberga. Sono gli anni dei Cinquanta, e sul finire del decennio, a parte l’omicidio è già tutto prescritto. E ci sono ancora tanti nazisti ai posti di comando. E le giovani generazioni, ma non solo loro, non sanno, incredibilmente, davvero nulla di Auschwitz. È giovane il protagonista della nostra storia, giovane, bellissimo e ignaro. Lavora in procura, e il motto del padre mai tornato dal fronte orientale lo ispira. Verità. Ma scoprirà quanto di peggio un uomo possa scoprire, mentre cerca una quotidianità normale, mentre la sua personale ricerca della felicità si srotola per le strade della vita, come per tutti. La vergogna. Il dolore. La correità. La colpa. Il riscatto. I grandi temi, tutti, nel candidato tedesco agli Oscar di quest’anno, un film potente ma mai enfatico (belle anche le musiche), rigoroso e splendido. Certo, restano validi gli interrogativi della scuola di Francoforte, se si possa ancora parlare di Dio e soprattutto di bellezza dopo Auschwitz, se si possa trattare un argomento che è ineffabile come il divino per Dante, perché non ci sono parole a sufficienza, così come non c’è pena bastevole per tali delitti, facendo ricorso anche a immagini che manifestano persino gaudio e allegria e che sono esteticamente ineccepibili (Il figlio di Saul, comunque superiore, si muove, per intenderci, in tutt’altra direzione, però declina in altro modo la tematica comune), ma Il labirinto del silenzio, ben diretto, scritto e recitato, è comunque da vedere.

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