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“Il cavaliere e la bella principessa”

Cavalieredi Gabriele Ottaviani

Gli abitanti di Campiglia Marittima sono gente tosta, orgogliosa, attaccata alle proprie tradizioni…

Il cavaliere e la bella principessa – Storia d’amore medievale a Campiglia Marittima – Historia obsidionis Campillia, Patrice Avella, Edizioni Il Foglio. Un tempo era solo Campiglia, poi al toponimo è stato aggiunto l’aggettivo per indicare che si tratta in modo specifico della località maremmana, così da non confonderla con nessun’altra: è un luogo di gran fascino, che nel millequattrocentoquarantasette Alfonso d’Aragona, re di Napoli, in marcia verso Milano, assediò lungamente. Ma mal gliene incolse: la resistenza tenace fu infatti dettata anche dall’amore, che, si sa, muove il sole e le altre stelle. Almeno così ci racconta con bella e fiabesca prosa Patrice Avella, che tratteggia due figure di nobili e giovani amanti difficili a dimenticarsi. Intenso, avvincente, avvolgente, coinvolgente, solido, emozionante, ben scritto e ben caratterizzato. Da leggere.

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“A tavola con gli Appiani”

Appianidi Gabriele Ottaviani

Filippo II cedette Siena a Firenze, ma prima la isolò dal mare…

A tavola con gli Appiani – Storia della famiglia degli Appiani e ricette della cucina del Rinascimento piombinese, Gordiano Lupi, Patrice Avella, Edizioni Il Foglio. Abitata sin dai tempi degli etruschi, e il suo stesso nome pare in effetti derivare da un appellativo che sta per piccola Populonia, Piombino, elegante e neghittosamente distesa su un promontorio che si tuffa come una sirena in un braccio di mare di rara bellezza, è città dalla storia lunga, varia e ricca, esistita sotto l’egemonia di Pisa e poi divenuta signoria e principato, passata attraverso la restaurazione e la seconda guerra mondiale (la battaglia che ne porta il nome è uno dei primi nevralgici episodi della Resistenza, nell’anno del Signore millenovecentoquarantatré), sinonimo di lotta, diritti, impegno, lavoro, industria, fabbrica, operai. Ma la storia e la cultura, si sa, passano anche attraverso le radici e le tradizioni culinarie: del resto siamo, al di là delle frasi fatte, ma proprio per naturale costituzione, quello che mangiamo. E la famiglia degli Appiani, come quel Gherardo che dopo sette anni di possesso vendette nel milletrecentonovantanove per duecentomila fiorini Pisa ai milanesi Visconti riservando per sé la località ora in provincia di Livorno, che fu possedimento della sua schiatta per più di due secoli, è l’albero frondoso sotto la cui ombra sono germogliate gemme che poi, evolvendosi, hanno dato vita ad autentici capisaldi dell’arte del buon mangiare in Italia: più che un libro un vero e proprio viaggio, punteggiato da splendide immagini. Da non perdere.

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“Spaghetti western – IV”

Copw.jpgdi Gabriele Ottaviani

Sul finire di aprile esce un western con intelaiatura gialla intitolato Hai Sbagliato… Dovevi Uccidermi Subito! (1972). Lo produce Silvio Battistini insieme a una società di Madrid. Produttore coraggioso, propenso a investire e a imbarcarsi in imprese più grandi di lui. Ex attore di Vittorio De Sica, aveva prodotto quattro film e fatto il produttore esecutivo nel western …E Divenne il più Spietato Bandito del Sud (1967) di Julio Buchs, raggranellando qualche soldo con i film di Marcello Ciorciolini e Massimo Franciosa. Battistini, dopo il flop del western In Nome del Padre, del Figlio e della Colt, che ha comunque il merito di anticipare Halloween di John Carpenter con un assassino munito di maschera che uccide nella notte di halloween, ci riprova. Chiama Mario Bianchi, omonimo del regista Mediaset, e gli affida l’incarico da girare tra Madrid e Toledo. Bianchi, figlio d’arte (il padre era Bianchi Montero), debutta ufficialmente con questa pellicola e porta in scena un soggetto da lui stesso confezionato. Trentaquattrenne, arriva all’appuntamento dopo un apprendistato da aiuto regista di cinque anni. Aiuto del padre in sei casi, aveva appreso il mestiere nel genere misurandosi in tutti i principali sottogeneri, dal western al poliziesco, passando per il thriller, l’horror e il macaroni combat. In particolare era stato di supporto a Ferdinando Baldi (Odia il Prossimo Tuo, 1968), Baldanello (I Lunghi Giorni dell’Odio, 1968), Mulargia (Shango, 1970) e ai grandi maestri Mario Bava e Riccardo Freda, rispettivamente nei thriller Cinque Bambole per la Luna d’Agosto (1969), Il Rosso Segno della Follia (1970) ed Estratto dagli Archivi Segreti della Polizia di una Capitale Europea (1972). Dunque un curriculum di massimo rispetto per chi si approccia al cinema di genere. Purtroppo, pur avviandosi in modo promettente, tradirà le aspettative. Dopo aver firmato un paio di western non proprio da disprezzare, si affaccerà al poliziottesco (buono Napoli… I 5 della Squadra Speciale, 1978) e alla sceneggiata napoletana (Napoli, Storia d’Amore e di Vendetta, 1979) per trovare la sua dimensione prima nel softcore e poi nel cinema hard, dirigendo, fino al 2001, qualcosa come un’ottantina di film porno con Rocco Siffredi, Roberto Malone, Moana Pozzi, Jessica Rizzo e Cicciolina. Cercherà di ridestarsi con erotici d’autore, quali gli apprezzati Una Storia Ambigua (1986) e Ad un Passo dall’Aurora (1989) in cui anticiperà addirittura Eyes Wide Shut di Kubrick, e, sulla scia di Joe D’Amato, con gli horror (bruttini) La Bimba di Satana (1982) e Non Avere Paura della Zia Marta (1989). Non avrà fortuna.

Spaghetti western – Volume 4 – Il crepuscolo e la notte: tra western kung fu e western nostalgici, Matteo Mancini, Il Foglio. Con saggi di Jan Švábenický. Il genere degli spaghetti western è uno dei più fortunati, prolifici e variegati che esistano, conta un gran numero di appassionati ed è un vero e proprio punto di riferimento: come un fiume che si apre in una foce a delta dai mille rivoli, ha una marea di chiavi di lettura, di interpretazioni, di declinazioni, di sfumature che possono essere indagate. Questo volume, il quarto della serie dedicato a un filone che è in assoluto una delle pietre miliari anche per quel che concerne la considerazione all’estero delle produzioni cinematografiche italiane è una miniera di informazioni, curiosità e aneddoti, dal bello stile e dal ritmo accattivante.

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“Io, Daniela”

fdbdbs.PNGdi Gabriele Ottaviani

Il mio primo set – Una volta, in teatro di posa, alla fine della scena in cui urlo quando entra la zia in camera da letto, uscirono tutti, anche gli elettricisti, per andare a preparare la sequenza successiva. Io mi ero soffermata un attimo di più nella stanza perché dovevo raccogliere le scarpe e il beauty-case che avevo messo sotto il letto per non farli vedere nell’inquadratura. Franco, che prima stava dietro la macchina da presa in attesa della scena successiva, mi si avvicina di soppiatto e, mentre sono rivolta verso il letto, mi spinge da dietro facendomi cadere riversa sul talamo. Io, come un gatto infuriato, faccio una torsione con il corpo e sbatto lui sul letto. Era piccolino, per me è stato facile, non si aspettava quella reazione. Poi gli afferro i capelli per il ciuffo e gli sbatto la testa sulle volute della testata in ottone del letto. Franco mi dice con gli occhi sbarrati: “Basta! Stavo scherzando!”. Lo lascio andare, raccolgo velocemente le mie cose e me ne vado. Sento lui a mezza voce che mormora: “Ma è pazza?”. Non ne abbiamo mai parlato. E i nostri rapporti sul set sono stati improntati a un’estrema educazione. Non l’ho mai raccontato a nessuno. Oggi però vorrei giustificarmi per quella eccessiva reazione. Avevo appena vent’anni (che non erano i vent’anni delle ragazze di oggi!). Ero a Roma e vivevo da sola. Era il mio primo film. E se quella era un’avance, devo dire che non ne ho mai ricevute di simili, neppure negli anni successivi della mia carriera. E poi avevo paura. Tutti in famiglia mi avevano detto che il cinema era terribile, pericoloso, che c’era tanta droga, che una ragazza come me se la sarebbero mangiata in un boccone. Non avevo dato retta a nessuno e mi sarei mangiata i gomiti pur di non dover dare loro ragione. Franco non poteva sapere cosa c’era dietro quel visetto imbambolato e ne ha pagato le conseguenze. In fondo mi dispiace. Comunque, devo dire che su queste cose non ho mai avuto un grande senso dell’humor. Non posso dire molto di Giorgia Moll, tranne che mi piaceva e che la consideravo un’attrice famosa. L’avrò vista solo un paio di volte sul set perché non avevo scene con lei. Mi sembrava una donna bellissima, molto disinvolta. Pareva conoscere tutti. Non ho avuto occasione di parlarle. Al massimo ci siamo dette “buongiorno”. Jean Valmont per me era uno sconosciuto. Mi sono trovata bene a lavorare con lui. Era molto professionale. Ma non sapendo nulla dell’ambiente, all’epoca non pensavo in termini di professionalità, credevo fosse una cosa normale. Secondo gli standard (i ragazzi della mia età) a cui ero abituata, lo consideravo un signore affascinante. Sapeva che era il mio primo film ed è stato sempre molto gentile con me.

Io, Daniela, Daniela Giordano, Il foglio. Siciliana, figlia di un funzionario di banca, ha studiato lingue, ha preso parte a numerosi film, ha cessato definitivamente la sua carriera d’attrice nel millenovecentoottanta, quattordici anni dopo la sua elezione a Salsomaggiore, diciannovenne, come Miss Italia, ha vinto premi giornalistici, ha scritto trattati, ha lavorato nel campo degli impianti pubblicitari negli aeroporti, ha studiato astronomia, parapsicologia, ufologia, ha recitato per Dino Risi, Sergio Martino, Mario Bava, Paul Naschy, Giovanni Grimaldi, Ciorciolini, Fregonese, Zingarelli, Klimovsky, Caiano, Corbucci, Carnimeo, Olsen, ha fatto questo e molto altro ancora: e ora ha raccontato la sua storia. In modo brillante, interessante, avvincente. Da leggere.

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“Tutto Avati”

avati.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ma quando arrivano le ragazze? (2004) Soggetto e Sceneggiatura: Pupi Avati. Fotografia: Pasquale Rachini. Musiche: Riz Ortolani (composte e dirette). Arrangiamenti e Temi Originali Jazz: Giovanni Tommaso. Montaggio: Amedeo Salfa. Direttori di Produzione: Cristina Bravini, Tomaso Pessina. Coordinamento Finanziario: Diego Raiteri, Marketing Finanziario. Suono: Bruno Pupparo. Scenografia: Simona Migliotti. Costumi: Catia Bottori. Produttori: Antonio Avati, Rai Cinema. Case di Produzione: Duea Film srl, Rai Cinema. Distribuzione: 01 Distribution. Aiuto Regia: Gianni Amadei, Roberto Farina. Assistenti alla Regia: Tommaso Avati, Laura Corti, Pierluca Di Pasquale, Charlie Owens, Veronica Sedda. Operatori alla Macchina: Roberto De Nigris, Stefano Paradiso. Operatore Steadycam: Diego Allegro. Fotografia Seconda Unità: Cesare Bastelli. Fotografo di Scena: Anthony G. Stringer. Negativi: Kodak. Laboratorio Sviluppo e Stampa: Cinecittà. Girato: Technovision. Edizione: Fono Roma Film Recording. Mixage: Alberto Doni. Brani Orchestrali: Teatro Manzoni Bologna. Orchestra: Orchestra Sinfonica Teatro Comunale Bologna. Tromba Solista Classica: Andrea Dell’Ira. Tromba Solista Jazz: Fabio Boltro. Direzione Orchestra: Riz Ortolani. Esecuzione Brani Joy Spring Quintet: Flavio Boltro (tromba), Daniele Scannapieco (sax), Danilo Rea (pianoforte), Giovanni Tommaso (contrabbasso), Massimo Manzi (batteria). Esecuzione Brani Quintetto Californiano: Javier Girotto (sax baritono), Dino Piana (trombone), Giovanni Tommaso (contrabbasso), Luca Mannutza (pianoforte), Roberto Gatto (batteria). Organizzazione Musicale: Saint Louis Music Center. Interventi Musicali Live: Francesca Sortino e il suo gruppo, The Lucien Dubuis Old School Quartet. Edizioni Musicali. CTC Creative Team Company srl. Mixage Musiche: Goffredo Gibellini. Musiche: Ma quando arrivano le ragazze? (Riz Ortolani), Concerto per tromba e orchestra in Mi Bem. Magg S49/w.01 (Johann Nepomuk Hummel), La terra dei cachi (Belisari, Civaschi, Conforti, Fasani), Bleu (Lucien Dubuis), Kiss Me…- Ba… ba… Baciami piccina (Astore, Morbelli, De Luca, Piccino). Interni: Teatro Comunale di Bologna, Teatri di posa di Cinecittà. Esterni: Perugia, Bologna, Roma, Ostia Lido. Genere: Sentimentale. Durata: 106’. Interpreti: Claudio Santamaria, Vittoria Puccini, Paolo Briguglia, Johnny Dorelli, Augusto Fornari, Enrico Salimbeni, Alessio Modica, Selvaggia Quattrini, Manuela Morabito, Chiara Tortorella, Chiara Sani, Giada Prandi, Veronica Milaneschi, Gianni Fantoni, Roberta Garzia, Paolo Fiorino, Gabriele Marconi, Alberto Caneva, Vincenzo Monti, Andrea Porti, Eliana Miglio, Adolfo Adamo, Renato Ansaldo, Catia Assirelli, Enrico Ausano, Antonio Barillari, Mélanie Berton, Giorgia Bramati, Martina Ciminelli, Annalisa Cipolat Mis, Clara Costanzo, Cesare Cremonini, Mauro Cremonini, Fabio De Cesari, Azzurra de Lollis, Nicola Egidio, Federico Fazioli, Stefano Fregni, Francesco Gabriele, Giambattista Gioia, Francesca Grande, Maria Cristina Heller, Guglielmo Liuzza, Matteo Mancini, Simone Merini, Giuliana Nanni, Dodo Oltrecolli, A. Orfeo C., Stefania Podagrosi, Francesco Patriarca, Beppe Maria Romano, Fabio Roscillo, Franco Valeriano Solfiti, Fabio Massimo Testa, Alice Turchetta, Danilo Maria Valli, Catherine Zago, Ramona Zoppi, Gennaro Barba, Vittorio Barbagiovanni, Veronica Barbatano, Danila Benevento, Lorenza Benevento, Francesca Benevento, Francesca Borghesi, Claudia Campagnola, Francesco Colombati, Freddy Copertone, Simone Gasperoni, Stefano Guadagnoli, Gal S. Hirsch, Massimiliano La Spina, Luca Labarile, Remedios Malanay Sibal, Gianmarco Manfregola, Alessandro Morabito, Austenciano Miranda, Carlotta A. Moricci, Patrick Okechukwu, Simona Pecchioni, Pasquale Romano, Gianluca Roncato, Lucia Stara, French Edward Thompson. Pupi Avati torna a scrivere una piccola storia di amicizia, amore e jazz, calcando territori ben conosciuti, racconta la passione della sua giovinezza ambientandola in tempi moderni e costruisce un film ricco di sentimento e nostalgia. In breve la trama. Il sassofonista Gianluca (Briguglia) è stato allevato dal padre (Dorelli) – un jazzista fallito – nel sogno del successo, per diventare un grande musicista, proprio quello che al genitore non è riuscito. Siamo nel 1994, a Umbria Jazz. Gianluca incontra il trombettista Nick (Santamaria) e tra loro nasce un’amicizia intensa, che va ben oltre la passione per le ragazze, un legame solido che accompagna la loro giovinezza. Gianluca e Nick compongono un quintetto jazz insieme a tre amici originali come un astronomo che gira con un’auto senza portiera e due tipi assurdi, persino maneschi, con cui finiscono per legare dopo un inizio burrascoso. Ben presto tutti si rendono conto che l’unico ad avere talento è Nick, cosa che mette in crisi Gianluca che decide di abbandonare il sogno della musica, con grande delusione del padre. Sottotrama importante l’amore di Nick per la sorella di Gianluca, che partorisce un figlio, ma poi il rapporto finisce e la storia mette in crisi anche l’amicizia tra i due ragazzi. Gianluca conquista l’amore della sua vita, Francesca (Puccini), ma è una relazione strana, perché la ragazza pensa ancora a un vecchio amore finito e sembra non amare il nuovo compagno. A un certo punto il loro rapporto potrebbe esaurirsi per colpa di un duplice tradimento, con il ritorno di Nick nella loro vita, ma nonostante tutto si va avanti, nella mediocrità che spesso fa parte dell’esistenza. Il film è narrato come un lungo flashback contenuto in due parentesi che vedono Gianluca e Francesca assistere al concerto di Nick che si conclude con un pezzo scritto da Gianluca ai tempi del quintetto: Ma quando arrivano le ragazze?. Nostalgia, rimpianto, visione del tempo che non tornerà fanno sgorgare lacrime sul volto di Gianluca. E anche Francesca si abbandona al pianto. La giovinezza è ormai finita…

Tutto Avati, Gordiano Lupi, Michele Bergantin, Il foglio. Balsamus, l’uomo di Satana, Thomas e gli indemoniati, La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone, Bordella, La casa delle finestre che ridono, Tutto defunti… tranne i morti, Le strelle nel fosso, Aiutami a sognare, Zeder, Una gita scolastica, Noi tre, Impiegati, Festa di laurea, Regalo di Natale, Ultimo minuto, Sposi, Storia di ragazzi e di ragazze, Fratelli e sorelle, Bix, Magnificat, Dichiarazioni d’amore, L’amico d’infanzia, L’arcano incantatore, Festival, Il testimone dello sposo, La via degli angeli, I cavalieri che fecero l’impresa, Il cuore altrove, La rivincita di Natale, Ma quando arrivano le ragazze?, La seconda notte di nozze, La cena per farli conoscere, Il nascondiglio, Il papà di Giovanna, Gli amici del bar Margherita, Il figlio più piccolo, Una sconfinata giovinezza, Il cuore grande delle ragazze, Un ragazzo d’oro: e queste sono solo quelle cinematografiche, con le regie televisive l’elenco si fa ancora più ampio. Pupi Avati è uno dei grandi protagonisti della storia cinematografica del nostro paese: i due autori del volume ne analizzano e riportano i pensieri, le parole, le opere, la poetica, la Weltanschauung, senza lesinare in alcun modo in dettagli. Un’opera significativa, chiara, divulgativa. Da leggere.

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“Piombino con gusto”

515EqTwIB-L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Non giocano più con tappini e buchette, i ragazzi di via Gaeta. Non si svegliano al rumore del lattoniere che percuote lamiere e speranze. Non odono la fiamma ossidrica del fabbro e non vanno più a comprare il pane dal Bonanni, i ragazzi di via Gaeta. Non vanno a messa la domenica da Don Claudio con la scusa del biliardino e del cinema parrocchiale. Non comprano più formaggio Bel paese al deposito Galbani di via Pisacane, i ragazzi di via Gaeta. E non bevono caffè al Bar Stadio dove Galliano ha smesso di narrare un passato da centravanti esiliato sui campi sterrati dell’Isola d’Elba. Non frequentano più l’asilo Spranger, con le suore vestite di nero, i ragazzi di via Gaeta. Non sentono più profumo di carbone dall’altoforno, non osservano finti tramonti e gabbiani come aeroplani da abbattere con fucili costruiti da canne divelte. Non comprano più sigarette di contrabbando in un albergo di via Pisacane, neppure pacchetti di Nazionali senza filtro nella tabaccheria che resiste, tra corso Italia e ricordi. Non sfogliano albi a fumetti alla Rinascita, sognando di comprarli tutti quando saranno ricchi, mentre un padrone dalla faccia lunare sorride e conosce la storia perché fa parte dei ricordi. Non fanno più colazione con le bocche di leone, i ragazzi di via Gaeta, non vanno a sbucciarsi i ginocchi in piazza Dante rincorrendo un Super Tele comprato al mercato. Non aspettano Ponzo e il profumo dei bomboloni all’uscita di scuola, i ragazzi di via Gaeta, non vedono Pino il cenciaio passare col barroccio e gridare con voce roca, non attendono l’arrotino o il materassaio. Sono tutti perduti, i ragazzi di via Gaeta, sparpagliati per le strade del mondo, anche se non è più il loro mondo, ma devono viverlo. Un giorno torneranno, i ragazzi di via Gaeta, abbracciandosi in un sogno, un giorno cavalcheranno i ricordi. Sarà tutto diverso, niente avrà il sapore del passato, neppure un cortile annerito e una rampa di scale percorsa nel pensiero, neanche il fantasma d’un nonno cantastorie, neppure un gelato evanescente comprato dal Pellegrini. Tutto profumerà di rimpianto.

Piombino con gusto – Ricette e ricordi, Gordiano Lupi, Patrice Avella, Il foglio. Siamo quello che mangiamo, perché da ciò che ingeriamo traiamo nutrimento e forza per vivere. Ma il cibo è anche cultura, perché rappresenta l’identità di luoghi e comunità, è un linguaggio, un simbolo, una presa di coscienza, una sintesi del reale, una sua rappresentazione, un momento di aggregazione, qualcosa che costituisce l’immaginario collettivo, una rete fatta di nodi, contatti, legami, connessioni, ricordi. E non serve scomodare l’immarcescibile e sublime Proust con i suoi biscottini dal potere taumaturgico e salvifico né tantomeno le leopardiane rimembranze, o addirittura Platone, per cui conoscere, in ossequio alla maieutica del suo straordinario maestro che, bontà sua, sapeva di non sapere e infatti sapeva più di tutti, è senza dubbio rammentare: Piombino con gusto è prima di tutto un sapidissimo viaggio dell’anima. Da non perdere assolutamente.

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“I’M”

51GC1gU088L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

C’è un altro mondo, oltre un pezzo di carta.

I’M – Infinita come lo spazio, Anne-Riitta Ciccone, Il Foglio. Nella longlist del Premio Strega su proposta di Elisabetta Kelescian, è il romanzo alla base di un gradevole e assai interessante, soprattutto per quel che concerne la scrittura e la realizzazione tecnica, non priva di guizzi di visionaria originalità, film della scorsa stagione cinematografica che vedeva tra i protagonisti i belli e bravi Barbora Bobulova e Guglielmo Scilla, insieme ad altri interpreti come Julia Jentsch, Piotr Adamczyk e Mathilde Bundschuh. Presentato presso le giornate degli autori alla mostra d’arte cinematografica di Venezia, è diretto dalla stessa Anne-Riitta Ciccone, finlandese naturalizzata italiana. E racconta la storia altamente simbolica di un’aliena. Ossia di un’adolescente che vive in un mondo tutto suo, tra atmosfere gotiche, punk e fantasy e una strenua lotta contro ogni discriminazione. Lo stesso respiro della pellicola è nel libro, decisamente convincente e fuori dal comune, dai canoni e dagli schemi.

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“Racconti freddi”

51IJRhAmLKL._SX355_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Gli invitati che arrivarono con la debita puntualità poterono vedere che due uomini di una certa età, camminando di spalle all’atrio e provenendo dall’altare, srotolavano da un’enorme bobina due nastri bianchi e li collocavano sulle spalliere dei sedili situati accanto al sentiero nuziale. Coloro che non arrivarono con la debita puntualità videro i nastri già posizionati. E anche il grande tappeto rosso. A un cenno, l’altare s’illuminò, mentre il piede destro della sposa faceva il suo ingresso nel tempio. Quando l’estremità dello strascico del suo vestito toccò proprio il punto in cui il suo piede destro aveva segnato una lievissima impronta, fu possibile osservare che si lasciava dietro trenta teste d’aquila che formavano il culmine di altrettante colonne situate nell’atrio. Quindi una volta giunta la sposa di fronte all’officiante, l’estremità del suo strascico rimase separato dal suo corpo da una distanza di trenta teste d’aquila. Chiaro che la distanza sembrava un poco maggiore a causa dell’angolo che si formava dalle spalle al suolo. Ma non era così acuto al punto di considerarlo capace di produrre una sensazione di visibile malessere fisico.

Cuentos fríos – Racconti freddi, Virgilio Piñera, Il foglio, traduzione di Gordiano Lupi. È perfetta sin dal titolo, quest’opera. Perché già quelle due parole rappresentano una sintesi, un’allegoria, un raffinato eufemismo, una dichiarazione di poetica e di intenti, un credo ideologico limpido e incorrotto, ma soprattutto un ossimoro magnifico. Perché non c’è nemmeno un segno di interpunzione che non dia l’idea del calore, della passione, della vibrante vis polemica, dell’emozione, dell’intensità, altro che freddezza, nella prosa icastica, asciutta, fotografica, senza fronzoli di Piñera, che rifiuta con tutte le sue forze l’idea di un’arte asservita al potere, quale che sia, fosse anche la Rivoluzione. E infatti in questa pinacoteca che ritrae con precisione chirurgica uomini, ambienti e sentimenti l’autore dà stentorea voce alla coscienza della crisi. Da non perdere.

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“L’Avana, amore mio”

Taccuinodi Gabriele Ottaviani

A Cojimar resta il monumento sul lungomare, davanti alla casa cadente e a un piccolo porto, ma non vi attendete qualcosa di imponente, un tributo sfarzoso per lo scrittore che ha immortalato Cuba e il suo mare. Niente di tutto questo. Il monumento a Hemingway lo hanno fatto i pescatori del posto ed è una cosa molto semplice, un tempietto neoclassico circondato da colonne doriche che contiene un busto in marmo dello scrittore sostenuto da una colonna in travertino. Cojimar è ancora un borgo di pescatori, un villaggio fuori dal tempo alla periferia dell’Avana, come quando Hemingway raggiungeva il vecchio molo e attraccava il Pilar. A Cojimar lo scrittore ambienta Il vecchio e il mare ed è sempre qui che girano il film con Spencer Tracy che, scena dopo scena, vince la sua battaglia contro un gigantesco marlin. Hemingway ama Cuba con tutto il cuore, sente il richiamo del mare tropicale dalla sua abitazione nel Montana, compra casa a Key West, il punto della Florida più vicino all’Avana e da qui prende il largo in direzione di Cuba per dedicarsi alla pesca di altura. Si ferma nella capitale per qualche notte, dorme all’Hotel Ambos Mundos, in pieno centro, dove riposa dopo una giornata di pesca e resta ammaliato dalla notte cubana. Ancora oggi nella sua camera 511 dell’Ambos Mundos, meraviglioso edificio neoclassico color salmone, tenuta come un museo, campeggia la sua macchina da scrivere e una bottiglia vuota di wisky, ricordo di solenni sbronze. Per chi suona la campana prende forma di romanzo proprio in quella stanza dove lo scrittore fa colazione con latte freddo, una fetta di torta e acqua vichy. Hemingway si affaccia dalla terrazza della camera e si lascia conquistare dal panorama stupendo della vecchia Avana, passeggia lungo il Prado e la via Obispo, si sente inebriato da quelle atmosfere tropicali così pigre e viziose, dai bar e dai caffè aperti tutta la notte.

L’Avana, amore mio – Taccuino avanero e storie cubane, Gordiano Lupi, Il foglio. Terra di esuli e di esili, terra da cui partire, fuggire, scappare, terra in cui arrivare, per vedere, conoscere, viaggiare, capire, terra di musica, mare, sole, sigari, rum, candide spiagge e tante passioni. È un’isola dei Caraibi che intrecciata a filo doppio con la chioma ondeggiante al vento delle palme ha la sua stessa leggenda, che parla di rivoluzione e aneliti di mancata libertà, eroi e filibustieri, canzoni tristi e note ridenti, guerra e pace, occidente e oriente, comunismo e capitale: è Cuba, e L’Avana è la sua capitale. Partendo da Alejo Carpentier, ma non solo, Gordiano Lupi costruisce un’antologia di racconti, citazioni e suggestioni che riproducono in ogni tono di colore il sentire di quel mondo, di quella gente, di quell’isola. Un atto d’amore, che intriga e appassiona.

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