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“Il colore del cibo”

unnamed.jpgdi Gabriele Ottaviani

I loro desideri e anche le loro pratiche tendono all’abbondanza, a una cucina ricca ed elaborata, possibile, però, soltanto durante le feste o in occasioni eccezionali. Il folklore rivela lo scarso apprezzamento per il “magro”, le erbe, le zucche, le cipolle, considerate poco nutrienti. Non è il rifiuto di alimenti che caratterizzano la loro cucina e la loro sensibilità alimentare, piuttosto la disaffezione per cibi ordinari, a cui si è costretti quasi quotidianamente. Numerosi testi di tradizione orale ironizzano sul “mangiare vegetariano” cui si è obbligati, rivelano il rifiuto dell’ideologia ecclesiastica del “digiuno” e delle “astinenze”. La prescrizione religiosa del digiuno e delle erbe (secondo concezioni religiose, mediche e filosofiche che affondano le loro radici nell’antichità) appare spesso razionalizzazione delle scarse disponibilità alimentari e di uno stato di precarietà persistente (Teti 1978; 1990a; 1992). Non è necessario condividere l’impostazione materialistica e deterministica di Marvin Harris (1977; 1985), per notare come modelli e valori dietetici delle società tradizionali del Mediterraneo fossero legati a situazioni concrete, dipendessero da necessità. Molti cibi diventavano “buoni da mangiare” soltanto perché riuscivano a risolvere il problema della “fame”. Lo stesso “digiuno” appare esito di necessità più che di scelte legate a motivazioni dietetiche o a prescrizioni religiose. Quaresima che esalta corpi denutriti, magri, cadenti, brutti è oggetto d’ironia e di disprezzo. Non a caso nel folklore dell’Italia meridionale è immaginata e raffigurata come una “strega”, cattiva, vecchia, magra, brutta, secca, ricurva, dispensatrice di astinenze ed erbe che fanno piangere grandi e bambini. Le filastrocche, recitate o cantate dai bambini in diverse località della Calabria, rivelano il rifiuto popolare dei cibi e dei corpi magri…

Il colore del cibo – Geografia, mito e realtà dell’alimentazione mediterranea, Vito Teti, Meltemi, prefazione di Igor de Garine. Torna in una nuova veste completamente rivista ancor più ricca, approfondita e densa di significato un saggio di capitale importanza: è noto, siamo quello che mangiamo. Perché il cibo è cultura, tradizione, retaggio, eredità, identità, simbolo, cura, risorsa, strumento, sempre di più, anche se parrebbe strano a dirsi, in questo tempo che tutto reifica e fugacemente consuma: l’ospitalità, sacra sin dai tempi degli antichi, dato che finanche il padre di tutti gli dei visse la costrizione d’essere esule e ramingo, si esprime anche, per non dire soprattutto, attraverso il desco, luogo di dialogo, incontro, confronto, unione, condivisione, progettualità: per il tramite di una limpida e raffinatissima esegesi Teti racconta questo, e molto altro. Da leggere con attenzione.

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