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“Sottoripa”

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…distracting you from the drumbeat of the heart…

Sottoripa – Poesie genovesi, Julian Stannard, Il canneto, a cura di Massimo Bacigalupo, foto – bellissime – di Martina Bacigalupo: sessanta componimenti con testo a fronte tratti da quattro raccolte composte fra il duemilauno, anno in cui l’autore torna nella sua terra d’origine per conseguire un dottorato in letteratura, e il duemilaquattordici raccontano con toni delicati e vividi la vita e le esperienze di un bohémien inglese che giunge nel capoluogo ligure, che in questi giorni sta attraversando momenti tragici, nel millenovecentoottantaquattro, divenendo ben presto non solo uno dei tanti lettori madrelingua precari che affollano i corridoi delle università italiane ma anche uno dei moltissimi che hanno subito il fascino ineguagliabile della città della lanterna, di cui è qui testimoniato lo spirito indomito. Da leggere e rileggere.

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“Quaderno di traduzioni”

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In te si fa profumo anche il destino…

Quaderno di traduzioni, Eugenio Montale, Il canneto, a cura di Enrico Testa. Edito per la prima volta completamente – una versione parziale risale addirittura al millenovecentoquarantotto – nel millenovecentosettantacinque, l’anno in cui il poeta che ha eternato la figura di Esterina, avvolta nella grigiorosea nube dei suoi vent’anni, leggiadra e spavalda tuffatrice, aliena alla razza di coloro che invece restano a terra, viene insignito del Nobel per la letteratura per, così recita la motivazione dell’accademia, la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni, questo quaderno raccoglie le traduzioni fatte da Montale di opere di Shakespeare, Blake, Dickinson, Hopkins, Melville, Hardy, Maragall, Joyce, Milosz, Yeats, Barnes, Pound, Eliot, Guillén, Adams, Thomas e Kavafis. E leggendolo si può avere la distinta percezione della forza di una voce lirica autonoma che sa farsi veicolo per il canto delle altrui parole, regalando un’esperienza intellettuale totale, raffinata e bellissima.

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“Donna di passione”

51tGOt5P0dL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Sono un’adultera.

Donna di passione, Camilla Salvago Raggi, Il canneto. Camilla Salvago Raggi, che è scrittrice dalla prosa brillante, intelligente, elegante, raffinatissima, ricercata, accurata, tanto che l’intreccio, senza mai risultare arduo oppure ostico, è sempre prezioso, classico e allo stesso tempo più che contemporaneo, gradevolissimo, racconta, come già di norma le accade nei suoi romanzi, la storia al femminile di un intrigo e di un amore tormentato. Un amore vero. Una passione contrastata, testimoniata da un carteggio epistolare intensissimo. Anna Schiaffino Giustiniani è figlia di un console generale di Francia, appassionata di musica e di politica, vivace salottiera e finanche patriota. Si fa chiamare Nina. È ribelle. È colta. È passionale. È sposata. Il matrimonio è infelice. E Dio mette sulla sua strada lui. Camillo. Benso. Conte di Cavour. E… Si legge in un baleno, conquista e coinvolge.

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“Le morti felici”

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Una volta scelto il Silenzio non si torna indietro.

Le morti felici, Giorgio Galli, Il canneto. Ugo d’Orléans, il Santo Bevitore, Wittgenstein, Tintner, Icaro, Turoldo, Leonino, Perotino, Kafka, Toscanini, Cioran, Desprez, Dowlan, Chagall, Brel, Vigo, Petronio, Cohen e molti altri: l’arte è il lessico della bellezza che strappa l’eternità alla morte. Eppure proprio di morte si parla in questa pinacoteca di vividissimi ritratti: il titolo, quasi un ossimoro, farebbe presupporre che nel momento del trapasso i protagonisti vivano un istante di gioia, ma non è esattamente così. Allo stesso tempo non si può definire ognuno di questi ultimi attimi come un frammento di dolore, perché carico del senso stesso dell’attesa e del compimento di una promessa. Ci si attende, infatti, dalla morte, di trovare il ricongiungimento con chi si è amato, o il senso di un’intera esperienza esistenziale. Giorgio Galli, in queste istantanee, cattura con abilità la pagliuzza d’eterno su cui si fonda il ricordo e la persistenza del sentimento. Da non perdere.

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“Il ragno granchio e altri racconti”

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Alla finestra vidi l’uomo che occupava la camera dei tre impiccati.

Il ragno granchio e altri racconti, Erckmann-Chatrian, Il canneto. Traduzione di Albino Crovetto. Le terme sono un luogo in cui si va per trovare un po’ di pace e riposo, quantomeno nell’immaginario collettivo. Se uno ci pensa sovvengono alla mente accappatoi di spugna bianca e bicchieri d’acqua, non certo delitti efferati. Eppure posti come rinomati stabilimenti e raffinate località di villeggiatura danno sempre l’impressione di essere anche dei non-luoghi, parentesi anomale rispetto alla quotidianità, nelle quali il tempo, pur per definizione diviso in frammenti ogni volta tutti uguali, scorre in modo diverso. Non necessariamente più lento. È in atmosfere come questa che prendono luogo i racconti di questa antologia, raffinati, eleganti, profondi, inquietanti, multiformi, tanto moderni che sembrano arrivare dal futuro, che fanno con pochi perfetti tratti un’esegesi dell’esistere curatissima. Da non perdere.

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“I miei due cuori nomadi”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

Valigie che venivano preparate, mio padre che c’era poco durante il giorno e invece mio zio, il Santone, che era sempre più presente, e un improvviso e per me impressionante abbandono dell’appartamento. In questa operazione persi la chitarra giocattolo comprata da poco. Mio padre mi diceva che sicuramente una volta finito il viaggio l’avremmo trovata da qualche parte nei bagagli o negli scatoloni. Non ebbi il tempo di chiedermi di che viaggio mi stesse parlando: la partenza fu pressoché immediata.  Partimmo con la Chevrolet color panna dell’89 di mio zio Sabaah e quel viaggio rimase impresso a fuoco nella mia mente come il più sofferto e allucinato della mia vita. Solo qualche anno dopo mi è stato spiegato che per arrivare in Giordania avevamo attraversato il deserto dell’Iraq: la mossa disperata di mia madre di far ritirare i passaporti italiani mio e di mio padre per bloccare i suoi movimenti aveva reso impossibile prendere l’aereo per andare in Giordania dove tutta la famiglia Rizq stava per stabilirsi definitivamente. E così mio padre dovette farmi espatriare clandestinamente: un viaggio infernale, in quella macchina, che non dimenticherò mai. Il caldo estivo in Kuwait e Iraq è qualcosa che non si può spiegare a un europeo che non sia mai stato in quei posti: quando ero in giro per il quartiere con i cugini, sotto il solleone, non sentivo umidità o soffocamento ma puro caldo, quel caldo che scalda la pelle, la testa e i pensieri. Il caldo del deserto. Nella Chevrolet del Santone il viaggio sembrò infinito.

È giovanissimo. È nato a Genova. Vi vive e vi lavora. Fa l’impiegato. Si è laureato in lingue. Ha insegnato per quattro anni arabo. Ha un padre palestinese. Ha una mamma italiana. Quand’era piccolo il babbo lo ha rapito. I conflitti fra i genitori sono ricaduti su di lui. Senza colpa, né peccato. Un oggetto. Uno strumento di vendetta. Al centro di un’aspra e violenta contesa, avvelenata e avvelenatrice. Omar racconta la sua storia. Talmente dolorosa che sarebbe bello e consolatorio considerarla incredibile, ma invece è vera. Ed è scritta con una spontaneità così torrenziale da emozionare e commuovere profondamente e sinceramente. È la storia di un ragazzo che si sente scisso, dimezzato come il visconte calviniano, estraneo finanche a sé medesimo, in balia di due opposte tensioni. Che però al tempo stesso in lui trovano unità perché sono quel che lo ha generato. I miei due cuori nomadi, Omar Rizq, Il canneto. Semplicemente meraviglioso.

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“Angloliguria”

9788899567347di Gabriele Ottaviani

Su questo sfondo Giannoni disegna tutta una storia del Novecento come l’ha vissuta direttamente o per sentito dire, dalla Grande Guerra alle Brigate Rosse (non so dell’11 settembre, ma aveva pure interessi islamici).

Angloliguria – Da Byron a Hemingway – Figure e scritture di ’800 e ’900 fra America, Inghilterra e Liguria, Massimo Bacigalupo, Il canneto. Con uno scritto di Michel David. Massimo Bacigalupo, docente, saggista, regista cui il Torino Film Festival, nell’arco della sua ventottesima edizione, sette anni fa, ha finanche dedicato una interessante retrospettiva, è nato a Rapallo, presso Genova. È evidente, dunque, il suo legame con la Liguria. Una terra compresa e compressa tra cielo e terra, tra mare e monti, tra colline terrazzate grondanti grappoli prelibati, tronchi contorti d’ulivo e casette arroccate le une sulle altre, dai colori vivacissimi, originati, magari, dall’arlecchinesco insieme di rimasugli di vernice utilizzati per la propria barca e che non si vogliono, giustamente, sprecare. Una terra che, anche per la sua posizione, prossima alla Francia e niente affatto distante, in fondo, dalla Mitteleuropa, ha attratto nel corso della storia numerosissimi intellettuali delle più varie provenienze: in questo agile, dottissimo e assai istruttivo testo ci si focalizza in maniera particolare su illustri viaggiatori per lo più di formazione e natali anglosassoni, come per esempio Ezra Pound o i coniugi Shelley, fornendone al lettore un’immagine non consueta, in cui si mettono in evidenza le corrispondenze tra esperienza di vita ed esperienza d’arte, vasi comunicanti che determinano destini e opere.

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“Le religioni e il male”

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In primo luogo – come dice il Talmud – il più grande peccato è far peccare gli altri. «Far peccare un altro, è peggio che ucciderlo; perché uccidere una persona è solo allontanarla da questo mondo, ma farla peccare è escluderla dal Mondo Avvenire».

Le religioni e il male, Gino Battaglia, Il canneto. L’essere umano da sempre tende a porsi delle domande. Perché non si accontenta di quel che appare, vuole conoscere, vuole sapere, vuole capire, vuole approfondire. E spesso per rispondere agli interrogativi esistenziali si rivolge al trascendente, all’immateriale, dà corpo alla fede, alla religione. Decide di credere, per indagare e penetrare il mistero dell’ignoto, per renderlo meno incomprensibile, più accettabile. Ma la religione, o meglio, le religioni, ora come ora, nella nostra società, riescono ancora a rispondere alle grandi domande umane, a proporre una visione del mondo e delle cose? O sono più che altro utilizzate da chi è male intenzionato per dividere, anziché unire? Con stile semplice e dotto Battaglia dà corpo a un saggio importante e prezioso.

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“La nonna era bellissima”

download (2).jpegdi Gabriele Ottaviani

Ma ora è finita. Si torna a casa. O per lo meno ci torna Camilla. Pippo resterà a Pechino perché troppe sono le questioni ancora da risolvere. Oltre i disordini inevitabili che seguono l’arrivo delle truppe, l’arraffa-arraffa, i saccheggi, le violenze, ci fu, da parte degli europei, la pretesa di entrare nella Città proibita – pretesa arginata dai superiori, almeno in quei primi giorni Troppa sarebbe stata l’umiliazione per i cinesi, e le persone di buon senso non volevano questo. Lasciarono fare in seguito, e non parve vero agli europei di aggirarsi per quelle sale, ammirarne lo splendore, e soprattutto riempirsi le tasche degli oggetti preziosi che poi si sarebbero portati a casa come trofei di guerra. Una brutta pagina per gli europei. Intanto, nel giro di poco, sarebbero incominciate le trattative tra il Corpo Diplomatico e alcuni membri della Corte, e infine la firma del trattato di pace. La spartizione del territorio sarebbe stata tutta a vantaggio dei tedeschi, che già allora dimostrarono il cinismo e il disprezzo per le vite umane che preannunciava quello che sarebbero diventati sotto il nazismo e con lo sterminio degli ebrei. Dico questo perché le macabre fotografie delle esecuzioni capitali dei cinesi, Boxer e non, e delle quali furono spettatori compiaciuti, ce ne da un assaggio. In questa spartizione, come ho detto, fu la Germania a fare la parte del leone: le altre potenze ebbero più o meno quello che chiedevano, meno l’Italia, sempre l’ultima ruota del carro, alla quale toccò – grazie al nonno – un piccolo settlement (insediamento) a Tientsin. Dopo di che il nonno poté considerare chiusa la sua missione a Pechino, e nel settembre del 1901 partì per l’Italia con l’amico Mario Valli.

La nonna era bellissima, Camilla Salvago Raggi, Il canneto. Difficile trovare un titolo più azzeccato. Più giusto. Più efficace. Più vero. La nonna era bellissima. Sul serio. Quale nonna? Quella di Camilla Salvago Raggi, instancabile tessitrice di memorie della sua famiglia che riesce a rinvenire scartabellando con infinita pazienza il suo archivio (che parla anche per assenza, come in questo caso, dove tutto ha origine da un quadro rubato), ricordi in cui si riverbera la Storia e che contribuiscono alla condivisione di un racconto che è un esempio di comunicazione, di dialogo nel senso più nobile del termine, che consente al lettore di viaggiare semplicemente nel tempo e con la fantasia, entrare in contatto con mondi altri, avere l’impressione di camminare, tale è la vivacità delle immagini, per stanze di case che non conosce eppure gli appaiono familiari da subito, sin dal primo momento. La nonna era bellissima. La nonna si chiamava Camilla. La nonna ha vissuto in una temperie agitata da tensioni fortissime, sotto ogni punto di vista, la nonna era la moglie di un uomo ambizioso e vitalissimo, Giuseppe Salvago, nato nel milleottocentosessantasei, due mesi prima della sciagurata battaglia di Lissa citata finanche nei Malavoglia, e morto ottant’anni dopo, senza riuscire però a vedere l’Italia divenire repubblica, lui, laureato in scienze sociali, diplomatico, scrittore, vissuto a Madrid, San Pietroburgo, Berlino, Il Cairo, Istanbul, in Cina durante la rivolta dei Boxer contro l’influenza straniera colonialista, commissario generale della Somalia italiana, governatore dell’Eritrea, senatore del regno nella ventiquattresima legislatura, delegato alla conferenza di Pace di Parigi del millenovecentoventinove, capo della delegazione italiana alla commissione delle riparazioni di quattro anni dopo, cavaliere di gran croce e grand’ufficiale dell’ordine coloniale della Stella d’Italia. La nonna ha patito la solitudine. Ma questo non l’ha resa una figura remissiva o poco interessante. Anzi, tutt’altro. Da leggere.

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“Fuoco nemico”

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Il fatto è che parlare di cucina mi ha fatto tornare indietro nel tempo.

Fuoco nemico, Camilla Salvago Raggi, Il canneto. Camilla Salvago Raggi non è brava a cucinare. Non è una donna a cui le attività meramente pratiche riescano particolarmente bene. Per carità, queste parole non vogliono essere offensive: del resto, ognuno ha attività per cui è portato e altre nelle quali invece nonostante l’applicazione, la passione, la curiosità, la fascinazione subita, i risultati appaiono insoddisfacenti. Lo dice lei stessa, d’altronde. Non ci permetteremmo mai. Ma come la smagliatura nella rete è ciò che Montale cercava, la scaglia di mare intravista attraverso la breccia nel muro, dunque l’imperfezione, la soluzione della continuità, così è da questa sua mancanza, se così si può definire, che la scrittrice può spiccare il volo e lasciare libera la memoria di edificare, passaggio dopo passaggio, il coloratissimo mosaico dei suoi ricordi. Ricordi di donna, attraverso il tempo e la storia, tutti conditi da un sapore familiare prelibato come una pietanza descritta dall’Artusi.

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