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“I signori della cenere”

51NMX3YQ6dL._AC_US160_di Gabriele Ottaviani

Passò davanti a un’edicola e lesse il titolo in prima pagina della «Gazzetta». La parola “scudetto” era scritta a caratteri cubitali. L’Inter, il giorno prima, era tornata a vincerlo sul campo, dopo un’attesa di diciotto anni. Aldo fece una smorfia, si strinse nelle spalle e tirò dritto. Non era più affar suo. Maledetto anche il pallone. Anche quello era funzionale al sistema. Panem et circenses. Tifo anziché ribellione. Una domenica allo stadio anziché a informarsi sul meccanismo che ti affama. L’esultanza per un gol anziché l’urlo di rabbia per lo sfruttamento d’una vita. Ma quel giorno sarebbe finita. La pedina si sarebbe fatta dama. La rotella si sarebbe fermata. E l’ingranaggio si sarebbe rotto. Esploso. Polverizzato. Mentre la sagoma vetrata dell’Admiral Hotel appariva dinanzi ai suoi occhi, Aldo ripassò mentalmente quello che doveva fare. Primo. Entrare nell’edificio senza dare nell’occhio. Secondo. Individuare la sala del convegno in cui già da mezzora stavano cianciando i più alti papaveri neri della finanza internazionale. Terzo. Entrare in sala e, dal fondo, studiare minuziosamente la disposizione di persone e cose. Quarto. Dirigersi verso il banco dei relatori, con passo calmo e cadenzato, quindi appostarsi a ridosso della prima fila, in piedi, e nuovamente guardarsi attorno con la massima attenzione. Quinto. Urlare: “Fermi tutti o vi faccio saltare in aria!”. Sesto. Mostrare a tutti i dieci chili di materiale esplosivo che erano nascosti sotto il suo impermeabile. Settimo. Salire sulla pedana dove si trovava il banco dei relatori, continuando a intimare, mano sul detonatore, l’assoluta immobilità ai presenti. Ottavo. Con l’altra mano, estrarre dalla tasca i fogli che lo avrebbero trasformato in pubblico ministero e in giudice insieme, e leggere la sua documentata arringa contro il sistema, preparata in centinaia di ore di studio, e poi l’inappellabile sentenza: pena di morte. Nono. Ordinare a chiunque di abbandonare ordinatamente la sala, esclusi i condannati, ovvero i relatori. Decimo. A sala vuota, gustare il terrore negli sguardi di coloro che muovevano l’ingranaggio che l’aveva costretto a una vita indegna d’essere vissuta, quindi premere il pulsante del detonatore e all’istante ridursi in polvere insieme a loro. Aldo fu attraversato da capo a piedi da una potente scarica d’adrenalina, che scatenò in lui il ricordo dei momenti più intensi che anche un’esistenza piatta come la sua aveva avuto. Il modellino di Ferrari testarossa che gli regalarono per la sua prima comunione. La prima Coppa dei Campioni dell’Inter, la Grande Inter del mago Herrera. La prima scopata, con la vecchia bagascia del quartiere, per diecimila lire sottratte di nascosto dal portafoglio del padre. La prima vacanza con gli amici, a Milano Marittima. Il primo bacio dato a Giovanna, da ubriaco, quando lei era ancora magra. La Coppa del Mondo vinta dall’Italia di Bearzot. La nascita di Paolo. Lo scudetto dell’Inter dei record, quella del Trap. Nessuno di quei momenti era stato appagante come quello che lo attendeva. Per quanto fosse paradossale, premere il pulsante di quel detonatore lo avrebbe fatto sentire per la prima volta veramente, totalmente, estaticamente vivo. Quella sensazione lo inebriò al punto che quasi non si accorse di essere giunto a destinazione. La vetrata dell’Admiral Hotel rifletteva adesso il suo volto scavato, la barba di tre giorni, le sue occhiaie nere, i suoi occhi spiritati. Aldo rimase immobile per qualche istante di fronte all’ultima immagine che avrebbe visto di se stesso, trovandola orrenda. Poi deglutì, per inghiottire la paura che, d’improvviso, aveva iniziato a fargli tremare le gambe. Infine si mosse in direzione della porta d’ingresso, facendone scattare l’apertura automatica. La sua immagine svanì nel nulla e lui si ritrovò di colpo all’interno, a respirare l’aria condizionata troppo fredda dell’Admiral.

I signori della cenere, Tersite Rossi, Pendragon. Tersite è, nell’Iliade, la personificazione della bruttezza e della codardia. È l’antieroe per antonomasia. È l’usurpatore di troni. È il peggiore fra tutti coloro i quali combattono la guerra di Troia, protrattasi per dieci anni, ma della quale ci sono raccontati in presa diretta dal cantore per eccellenza degli eroi belli e valorosi solo gli ultimi cinquantuno tragici giorni. Irride, deride, e ne paga il fio. È il controcanto alla retorica. È la quintessenza del povero che vede la guerra decisa da altri piombargli sulla testa, nella vita, nel corpo e nel cuore. È quello che vede quello che gli altri non vogliono vedere. Rossi, invece, è il più comune dei cognomi. Tersite Rossi è un collettivo di scrittura, che ben coniuga le anime, i messaggi e le ideologie che già dal nome scelto si manifestano dinnanzi agli occhi del lettore. I signori della cenere è un libro validissimo, in cui ognuno potrà probabilmente trovare una tematica di spiccato interesse e che dia soddisfazione ai propri gusti letterari, che racconta la storia di Lorenzo, Aldo e Petra. Un banchiere, un ragioniere e un’antropologa, coinvolti in un’avventura che è un unico grande punto di domanda, sull’origine del mondo, dell’odio e del suo indivisibile contrario, ossia l’amore, tra popoli antichi, monaci guerrieri, speculatori della peggior specie e intellettuali che non sembrano affatto nati per seguir virtute e canoscenza… Da leggere.

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