Intervista, Libri

Giorgio Bertolizio e la mutevolezza

9788898584338_0_0_300_75.jpgdi Gabriele Ottaviani

Giorgio Bertolizio è l’autore di Con i dogi a spasso per Venezia: Convenzionali lo intervista con gioia per voi.

Che città è Venezia?

È una città «inafferrabile» come il mercurio, metallo liquido a temperatura ambiente, chiamato anche «argento vivo».

Quali sono le sue caratteristiche fondamentali?

La sua mutevolezza, per l’appunto. Può apparire una città splendente, oppure tetra, dove lo spazio e il tempo sono, in un certo senso, «liquidi», perché il percorso più breve tra due punti non è una retta e gli appuntamenti sono condizionati dai traghetti.

Che tipo di storia è quella della Serenissima?

È la storia di una di una «città Stato» che volle diventare un’Impero.

Cos’hanno rappresentato i dogi per Venezia?

Furono un vessillo che (salvo il caso di Marin Falier) non divenne mai un cencio.

In che modo la tradizione e l’innovazione si coniugano nella vicenda della patria di Marco Polo?

Con un’unione scellerata, perché dominate dalla volgarità del mondo moderno.

Di cosa ha bisogno oggi Venezia?

Di cultura, buona educazione e rispetto.

Com’è cambiata la città nel corso dei secoli e degli ultimi anni?

È diventata una città vuota di abitanti e piena di turisti intellettualmente straccioni.

Chi sarebbe il doge perfetto per Venezia al giorno d’oggi?

Il Re Sole, ma è morto.

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“Con i dogi a spasso per Venezia”

9788898584338_0_0_300_75.jpgdi Gabriele Ottaviani

Gli ammiratori del doge, ovviamente dissero che era morto di crepacuore per le ingiuste e infamanti accuse subite e Petrarca lo giudicò «degno d’essere ricordato per grandezza d’animo, santità di costumi e pratica della virtù». Secondo una leggenda, nell’ottocento, le sue ceneri finiranno nella tabacchiera di un ufficiale di marina che forse aveva deciso di smettere di fumare. Gli ammiratori del doge, ovviamente dissero che era morto di crepacuore per le ingiuste e infamanti accuse subite e Petrarca lo giudicò «degno d’essere ricordato per grandezza d’animo, santità di costumi e pratica della virtù». Secondo una leggenda, nell’ottocento, le sue ceneri finiranno nella tabacchiera di un ufficiale di marina che forse aveva deciso di smettere di fumare.

Con i dogi a spasso per Venezia, Giorgio Bertolizio, I Antichi EditoriDopo il tramonto, sulle terrazze della reggia, Marco Polo esponeva al sovrano le risultanze delle su, ambascerie. D’abitudine il Gran Kan terminava le sue sere assaporando a occhi socchiusi questi racconti finché il suo primo sbadiglio non dava il segnale al corteo dei paggi d’accendere le fiaccole per guidare il sovrano al Padiglione dell’Augusto Sonno. Ma stavolta, Kublai non sembrava disposto a cedere alla stanchez­za. – Dimmi ancora un’altra città, – insisteva. – … Di là l’uomo si parte e cavalca tre giornate tra greco e levante… – riprendeva a dire Marco, e a enu­merare nomi e costumi e commerci d’un gran numero di terre. Il suo repertorio poteva dirsi inesauribile, ma ora toccò a lui d’arrendersi. Era l’alba quando disse: -Sire, ormai ti ho parlato di tutte le città che conosco. – Ne resta una di cui non parli mai. Marco Polo chinò il capo. – Venezia, – disse il Kan. Marco sorrise. – E di che altro credevi che ti par­lassi? L’imperatore non batté ciglio. – Eppure non ti ho mai sentito fare il suo nome. E Polo: – Ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia. – Quando ti chiedo d’altre città, voglio sentirti dire di quelle. E di Venezia, quando ti chiedo di Venezia. – Per distinguere le qualità delle altre, devo parti­re da una prima città che resta implicita. Per me è Venezia. – Dovresti allora cominciare ogni racconto dei tuoi viaggi dalla partenza, descrivendo Venezia così co­m’è, tutta quanta, senza omettere nulla di ciò che ri­cordi di lei. L’acqua del lago era appena increspata; il riflesso di rame dell’antica reggia dei Sung si frantumava in ri­verberi scintillanti come foglie che galleggiano. – Le immagini della memoria, una volta fissate con le parole, si cancellano, – disse Polo. – Forse Venezia ho paura di perderla tutta in una volta, se ne parlo. O forse, parlando d’altre città, l’ho già perduta a poco a poco. Così Calvino, nelle sue Città invisibili. Perché Venezia non è, con ogni evidenza, una città come tutte le altre. È uno stato mentale. È la città in cui la strada più breve fra due punti non è una retta come la geometria insegna, bensì la coclea. È la città in cui l’ingresso principale di una casa non è quello che dà sulla strada, ma quello che si affaccia sull’acqua. È la città che per secoli è stata la serenissima repubblica. Regina del Mediterraneo. Imperatrice dei commerci. Ha deviato una crociata su Costantinopoli, la quarta, che non vide mai la Terra Santa, per impossessarsi di beni preziosi. È un patrimonio dell’umanità di rara bellezza violentato quotidianamente da navi immense. È la città che avuto in carne e ossa vessilli in nome di dogi, centoventi. Di cui Bertolizio racconta la vita e le opere. Con meravigliosa dovizia di dettagli, facendoci scoprire, tra calli e sottoporteghi, un mondo ricchissimo e straordinario. Da non perdere.

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