Libri, Senza categoria

“Vita eterna”

vita-eterna-dara-torn-edizioni-di-atlantidedi Gabriele Ottaviani

All’improvviso era di nuovo un adolescente, tranne per il fatto che era nonno. La distinzione tra adolescente e adulto le sembrava futile. In effetti ricordava molti secoli in cui quella particolare distinzione neppure era esistita. Era futile, pensò, insieme alla distinzione tra nascita e morte. Tutto e tutti attraversavano il mondo in un soffio, foglie trasportate dal vento. Tutto aveva importanza, o era tutto una scandalosa perdita di tempo?

Vita eterna, Dara Horn, Atlantide, traduzione di Matteo Vignali. Scrittrice, professoressa, con questo, splendido sin dalla raffinatissima copertina, selezionato fra i cento migliori libri di due anni fa dal New York Times, romanzo, il suo quinto, Dara Horn, autrice di chiara e meritatissima fama a livello internazionale, racconta di un dono. O forse di una maledizione. Dà corpo al desiderio, all’anelito, all’incubo – del resto si dice che quando Dio vuole punirti ti realizza i sogni – di molti. Vivere per sempre. Rachel era una ragazza quando il Tempio di Gerusalemme fu distrutto, e da allora continua a vivere, vede morire chi ha amato, gli uomini, e i figli che ha dato alla luce. Filosofico, magistrale, elegantissimo, monumentale: più che un romanzo, una rivelazione.

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“Gatti”

813ks-VOw7L._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

All’improvviso avvenne il miracolo.

Gatti – Una storia d’amore, Shifra Horn, Fazi, traduzione di Elisa Carandina. Sono fra gli animali più amati in assoluto, lo si vada a chiedere agli influencer che vivono per accumulare like in calce ai loro post sui social network, e ora che Instagram sta cambiando politica mal gliene incoglie, e devono darsi da fare con un lavoro vero: i gatti, specialmente se cuccioli, ferocissimi in potenza ma tenerissimi in atto, stimolano dolcezza assoluta, sono creature misteriose, meravigliose, piene di fascino, la loro compagnia può essere salvifica. Nei suoi viaggi in giro per il mondo Shifra Horn, da sempre, ne ha accolti tanti, e portati ovunque con sé, e non sono nemmeno le uniche creatura di peli e/o piume che colorano d’affetto la sua vita: questo racconto emozionante è un’immersione in una quotidianità fatta di gesti e sentimenti autentici. Da non perdere.

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“Quattro madri”

quattro-madri-673x1024di Gabriele Ottaviani

Sarah cercò di fermarla, ma la follia della madre divampò ancora di più. Urlando, Sarah corse fuori per chiamare le vicine. Le donne coprirono la salma con un telo e diedero acqua zuccherata e sale inglese a Mazal per farla tornare in sé. Piangendo a dirotto e cercando appoggio nella vicina Rivka, Mazal barcollava e sillabava frasi indecifrabili. Nel momento in cui vennero a portare via il cadavere per il lavaggio purificatore, non voleva lasciarla andare. Si aggrappava al corpo che si raffreddava lentamente, con le unghie che penetravano la carne, e non permetteva di consegnarla alle inservienti. Itzik, un omone grande e balbuziente, responsabile del bagno maschile, fu chiamato d’urgenza a casa della defunta. Districò delicatamente le mani di Mazal, tirò all’indietro le dita e poi estrasse anche le unghie. Appena riuscì a liberare una mano, l’altra si allungò, attaccandosi al corpo avvizzito e imprimendo profondi semicerchi nella pelle. Furono chiamati anche Haim il droghiere e Moussa il cocchiere: con braccia forti strinsero le mani della donna che si dimenava e strillava e solo allora riuscirono a condurre il corpo al cimitero per la purificazione. Chini sotto il peso di Gheula, incapaci di sollevare i piedi immersi nella fanghiglia scura che avvinghiava loro le caviglie e minacciava con schiocchi umidi e bramosi di risucchiarli nelle viscere della terra assieme al loro silente carico, i portatori della lettiga si facevano strada per il cimitero. Le teste coperte da pesanti e inzuppati sacchi grigi, procedevano ansimanti sotto lo scroscio della grandine lanciata dal cielo, fino alla fossa, scavata in fretta e furia. La trovarono piena d’acqua, come un piccolo mikveh, e per quanto velocemente cercassero di svuotarla con secchielli e pentole, l’acqua tornava a traboccare dal ciglio del sepolcro…

Quattro madri, Shifra Horn, Fazi, traduzione di Sarah Kaminski. Sublime sin dalla copertina azzeccatissima, in un secolo di storia racconta le vicende strepitose, commoventi, entusiasmanti, emozionanti, strazianti, potenti, credibili, empatiche, intensissime di quattro generazioni di donne in quel di Gerusalemme, città santa e dunque martoriata. Amal è la quinta generazione: ed è disperata. Ha appena partorito e suo marito si è dato alla macchia. Cosa che rende entusiaste viceversa madre, nonna e bisnonna: la nascita di un maschio sano significa, infatti, che la lunga maledizione che pesava sulla loro stirpe è finita e non ci sarà più nessuna figlia femmina a ereditarla. E dato non c’è nulla di più potentemente consolatorio di un racconto, e poiché il mondo, si sa, non finirà mai proprio perché ci sono e ci saranno sempre le donne a raccontarlo, le sue progenitrici iniziano la narrazione… Sorprendente.

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