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“Ho sposato mia suocera”

Ho_sposato_mia_suocera_Copertinadi Gabriele Ottaviani

“Secondo me non è necessario inasprire le pene per bigamia. Un bigamo ha due suocere: come punizione mi pare che basti.”  Winston Churchill

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Una volta sono arrivato a casa, ho aperto la porta e ho avuto l’impressione di aver sbagliato indirizzo. Sul mobile dell’ingresso io e Clara abbiamo messo decine di fotografie incorniciate: un modo per dare un po’ di concretezza visiva alla nostra storia d’amore. In fondo anche il nostro matrimonio è partito da uno scatto. Bene, quel giorno le foto erano sparite. Il mobile era completamente vuoto e l’entrata di casa aveva all’improvviso preso un’altra fisionomia. Sembrava l’abitazione di qualcun altro, la nostra storia d’amore era stata spazzata via in un attimo. Il primo istinto è stato quello di richiudere la porta: “No, questa non è casa mia, devo aver sbagliato qualcosa”. Poi sono tornato in me, e sono rientrato in quell’appartamento che non sembrava più mio. Mi sono inoltrato nel salotto, e ho cominciato a ritrovare, poco alla volta, tutti i pezzi del puzzle: una foto sopra il televisore, un’altra nella libreria, un’altra ancora sopra il pianoforte, una sul camino, e così via. Naturalmente era stata un’iniziativa di mia suocera: le foto non le piacevano nell’ingresso, e allora aveva deciso di spargerle per tutta la casa. Clara aveva tentato di riparare al danno, ma non aveva fatto in tempo. Io ero arrivato prima dal lavoro, e mi ero imbattuto in quello spettacolo raccapricciante: la mia storia familiare fatta a brandelli. Le altre cose le ho sempre tollerate: spostamenti di mobili, divani, tappeti, piante, la sparizione del libro che ho appena comprato e mi sto pregustando di iniziare. Tutte operazioni sempre avvenute rigorosamente in mia assenza. Ma in fondo capivo ogni evento alla luce della dinamica bellica: la conquista del salotto richiedeva qualche spargimento di sangue. Quello però fu un colpo basso, tipo sganciare una bomba su un asilo. Anche la battaglia più cruenta deve rispettare un certo codice etico. Mia suocera era andata oltre, il ratto delle fotografie aveva aperto una breccia insanabile. Il suo capolavoro, però, è un altro. Come dicevo, Lei è maestra nella guerra psicologica. I suoi attacchi più violenti avvengono sempre a distanza. Tutti i peggiori insulti alla mia persona sono veicolati dalla povera Clara, che da anni si trova in mezzo a due fuochi. Ma la sua genialità si applica soprattutto all’oggettistica subliminale: una violetta che gira da anni nel nostro salotto, le sue pantofole nell’ingresso, la bottiglia di Ceres (Lei beve solo quella marca) sempre vuota sul tavolo. Tutti segni tangibili del suo passaggio. E poi c’è la macchina: quello è il vero capolavoro. Quando va dal suo massaggiatore (una persona che ha sempre avuto tutto il mio appoggio morale) preferisce lasciarla nel nostro piazzale. La scusa è quella del parcheggio (pare che sotto quello studio sia impossibile trovare un buco), ma in realtà l’intento è quello di allestire una postazione di sorveglianza. Anche perché da casa nostra al massaggiatore ci sono circa due chilometri di salita: a piedi è una bella sfacchinata, soprattutto per una che ritiene un viaggio della speranza un tragitto di pochi minuti. Il parcheggio non è affatto impossibile. E poi, nel mezzo, ci sono decine di altri punti in cui la macchina potrebbe essere agevolmente posteggiata. Non ci sono dubbi: quello è un presidio. E non è nemmeno un presidio nascosto, tipo una trincea infrattata tra il fogliame, perché quella macchina non passa inosservata nemmeno in un parcheggio dell’aeroporto. Colore rosso fiammante, alettone sul retro, minigonne laterali, assetto sbassato, strisce fiammeggianti sulla portiera. Roba da ragazzini con le mutande che escono fuori dai pantaloni. Era un affare (o perlomeno, così le hanno fatto credere), e di fatto mia suocera da dieci anni sale in paperine e gonnellina plissé su un bolide dell’asfalto, che farebbe la gioia di un rapper con lo skateboard nello zaino. Impossibile, dunque, non notare quella torre di vedetta.

Diciamo che già l’accostamento proverbiale con il dolore al gomito fa immediatamente supporre che non sia proprio la figura più amata del parentado, ma in generale la suocera ha una fama che la precede, poveretta. Non si capisce perché, ma è così. Le suocere, in fondo, sono esseri umani come tutti gli altri: invadenti, impiccioni, rompiscatole e con la verità in tasca. Pertanto, non si capisce come mai tutto quest’astio canalizzato proprio verso di loro e non per esempio nei confronti dei cognati, dei cugini di quarto grado, degli arcavoli. Forse perché sono acquisite, e come acquisto valgono come Trotta quando se lo comprò la Roma (con tutto il rispetto, un difensore che in campo faceva acqua da tutte le parti)? E vabbè, ma quante volte un acquisto non ci soddisfa?! Eppure non speriamo che una camicetta si rompa una gamba al primo scalino che incontra… Forse perché le camicette non hanno gambe? Dettagli… Scherzi a parte, Ho sposato mia suocera – Memorie di un genero esaurito parla di vita quotidiana, con esagerazioni e facili ironie, e tra un’iperbole e l’altra fa letteralmente morire dal ridere. Complimenti a Stefano Grimaldi, per I Jolly di Las Vegas Edizioni.

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