Intervista, Libri

“La civetta cieca”: intervista ad Anna Vanzan

Cover S.Hedayat.La civetta cieca.Carbonio Editoredi Gabriele Ottaviani

Anna Vanzan ha tradotto La civetta cieca: Convenzionali la intervista con gioia per voi.

Come descriverebbe La civetta cieca?

È un romanzo breve ma intensissimo il cui autore, più che descrivere la corsa del protagonista verso il baratro, la vive in prima persona e riesce a fare vivere le stesse emozioni ai lettori.

Che lingua è il persiano?

Una lingua bellissima, melodiosa, giustamente definita “il francese” del Medio Oriente. Lessicalmente ricchissima, offre una infinita gamma di possibilità espressive tanto alla poesia quanto alla prosa.

Come mai spesso si utilizzano delle lingue-ponte per tradurre opere di idiomi particolarmente esotici? E quanto si perde della versione redatta dall’autore? Quanto influiscono le abilità di scrittura del traduttore sulla ricezione dell’opera?

Le lingue ponte costituiscono una scorciatoia che gli editori prendono spesso nella convinzione di poter controllare il testo redatto in una lingua a loro inaccessibile. È una cosa assurda, se pensiamo che comunque tradurre anche direttamente comporta una perdita rispetto al testo originale, quindi, più passaggi ci sono più ci si allontana dallo spirito originale. Per quanto riguarda la ricezione, certamente il traduttore ha una grossa responsabilità: spesso è sottoposto alla pressione dell’editore che preferisce una versione addomesticata, e quindi più vicina alla sensibilità dei destinatari della traduzione stessa. Personalmente, pur puntando a una versione italiana il più fluida possibile, preferisco rimangano tracce che esprimano la diversità dell’Altra cultura.

Qual è l’aspetto più importante da tenere in considerazione quando si traduce un’opera?

Posso parlare per la mia esperienza, io cerco di mettermi continuamente nei panni del lettore cui la traduzione è destinata e di trovare la giusta misura tra quanto percepisco nel testo originale e quanto riesco a rendere nel testo italiano.

Chi era Sadeq Hedayat?

Un intellettuale raffinato e profondamente infelice, estremamente colto ma inadeguato per le banalità quotidiane della vita, alla quale ha posto volontariamente fine.

Lei ha scritto numerose pubblicazioni sulle tematiche LGBT e la loro ricezione nel mondo arabo: qual è la situazione?

La situazione varia molto secondo il paese considerato, ci sono leggi diverse tra paese e paese musulmano, e coesistono diverse percezioni delle tematiche LGBT all’interno dello stesso paese.

Quali sono i principali pregiudizi che in generale si hanno sul mondo arabo e sull’Iran in particolare?

L’Iran non è un paese arabo, con la lingua araba il persiano ha in comune l’alfabeto e l’adozione di molte parole, però trattate diversamente dalle regole di grammatica e di fonetica. La cultura persiana ha una sua peculiarità data da una storia plurimillenaria in cui gli iraniani hanno preso molto da altre culture ma hanno adattato i prestiti plasmandoli secondo la sensibilità locale.

Qual è lo scopo primario della letteratura?

Per me la letteratura è la continua scoperta dell’animo umano attraverso modi di scrivere diversi che dimostrano la potenza della comunicazione e del linguaggio.

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“La civetta cieca”

Cover S.Hedayat.La civetta cieca.Carbonio Editoredi Gabriele Ottaviani

Avevano addirittura la stessa voce, tanto che risultava difficile distinguere l’uno dall’altro. Inoltre, fra loro esisteva un legame intrinseco e un’affinità peculiare, tanto che quando uno si ammalava, succedeva la stessa cosa pure all’altro. Come si suol dire, erano una sola mela divisa in due. Ad ogni modo, entrambi scelsero la stessa professione di mercante e quando compirono vent’anni si recarono in India, esportando i tipici prodotti di Rey, ovvero vari tipi di tessuti, sete, cotonine stampate, mantelli, scialli, aghi da cucito, ceramiche, argilla per lavare i capelli e astucci portapenne. Mio padre si stabilì a Benares, mentre mio zio iniziò a commerciare viaggiando per l’India. Dopo un certo lasso di tempo, mio padre s’innamorò di una ragazza vergine, una danzatrice sacra presso un tempio dedicato al Lingam. I suoi doveri comprendevano le danze rituali davanti al grande idolo Lingam, nonché prendersi cura del luogo. Era una fanciulla dal sangue caldo, dalla pelle olivastra, i seni a forma di limone, grandi occhi allungati con le sopracciglia che s’incrociavano sulla fronte e in mezzo alle quali si dipingeva un neo rosso. Riesco a immaginarmela, mia madre, in un sari di seta colorata con rifiniture in oro, il petto scoperto, con una fascia di broccato legata alle pesanti trecce nere come la notte eterna, raccolte sulla nuca, polsi e caviglie fasciati da bracciali che tintinnano e l’anello d’oro al naso.

La civetta cieca, Sadeq Hedayat, Carbonio. Traduzione e introduzione di Anna Vanzan. Miniaturista di portapenne divorato dalla follia, sposato con la sua sorella di latte, che chiama la Sgualdrina, perché lo odia, non gli si concede, ha amanti a bizzeffe, di bassissima istruzione e della più varia estrazione, venditori di trippa, rosticcieri di frattaglie, capi della polizia, filosofi, che comunque gli preferisce, il protagonista di questo deflagrante e devastante viaggio allucinato e allucinatorio, intriso d’alcol e droga, nell’abisso della coscienza abietta, romanzo breve e lacerante, infuocato, lancinante, travolgente, vibrante pietra miliare della letteratura dell’Iran, terra in cui ancora oggi, a ottantaquattro anni dalla prima pubblicazione, è ancora assai censurato, libro maledetto per la prima volta reso in italiano non per il tramite di una lingua ponte ma direttamente dal persiano, è un uomo in balia di sé e dei suoi demoni. Volutamente ripetitiva, circonvoluta, labirintica, ossessiva, la prosa del coltissimo e raffinatissimo Hedayat, nato a Teheran, ma profondo conoscitore e critico anche dell’occidente oltre che della sua nazione d’origine, nel millenovecentotré, morto suicida a Parigi quarantotto anni dopo, è un’esplosione. In cui si rivela tutta la policromia dell’angoscia umana, in un turbine di rimandi, riferimenti, citazioni, contiguità (Sartre, Cocteau, Apollinaire…). Monumentale, sensazionale, imprescindibile: dopo aver letto La civetta cieca è impossibile essere rimasti gli stessi di prima.

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