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“Fuga da Parigi”

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Il prete, la dottoressa e l’altro uomo, che si faceva chiamare “Merlin”, erano infatti membri di un ramo di una rete di resistenza parigina, o réseau, conosciuta come Turma-Vengeance, attiva in Normandia…

Fuga da Parigi, Stephen Harding, Newton Compton, traduzione di Chiara Gualandrini. Il sottotitolo dice già tutto: si tratta infatti realmente di un’incredibile storia vera di resistenza nella Francia occupata. È il quattordici di luglio, il giorno dell’anno nel quale, oltre a San Camillo De Lellis, San Francesco Solano, San Marchelmo e tanti altri, si festeggia, ben più laicamente, in Francia, la presa della Bastiglia, l’atto principale di quella che è poi passata alla storia come la rivoluzione francese, emblema dell’autodeterminazione di un popolo intero e dell’affermazione di quelli che sono poi diventati inalienabili e universali diritti umani e di cittadini. L’anno, però, non è il millesettecentoottantanove, bensì il millenovecentoquarantatré, e uno sapruto manipolo di aviatori a stelle e strisce si ritrova sul suolo transalpino occupato dai nazisti in seguito all’abbattimento del loro B-17. Inizia quindi una vera e propria corsa contro il tempo… Travolgente.

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“Finding home”

COVER500.jpgdi Gabriele Ottaviani

Chase era un maestro nelle pessime scelte, e intendeva smettere di pensarci in quel preciso istante, prima che il viaggio nella memoria facesse una deviazione verso un anno che avrebbe voluto dimenticare. Era andato sulla spiaggia per meditare, non per aprire vecchie ferite mentre rosolava nella sua macchina. Sarebbe sceso a fare yoga e a spingere lontano dalla sua mente Jaden e le sue labbra carnose, rosee e fatte apposta per i pompini. Facilissimo…

Finding home, Meg Harding, Triskell, traduzione di Mariangela Noto. Una volta morta la nonna che lo ha cresciuto Jaden, che per il resto è stato per tutta la vita senza l’ombra d’una famiglia, viene a conoscenza del fatto che ha tre fratellastri, nonché la parziale proprietà di una palestra in Florida, a Serenity, lontana mille miglia dalla sua vita asfittica a New York: una vacanza in quello stesso luogo laddove Chase sta ancora cercando di mettere definitivamente a tacere il rumore violento della risacca delle sue angustie passate non può che fargli bene, pensa. Ma… Intenso, esplicito, appassionante.

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“Fixer-upper”

unnamed (1).jpgdi Gabriele Ottaviani

«Jake,» lo chiamò una profonda voce maschile. «Ci sono delle persone che vogliono vederti.» Lui si voltò, pensando che Matt fosse venuto a trovarlo, e sentì un vuoto allo stomaco. In piedi, vicino a uno degli operai, c’era Kevin e non era solo. Al suo fianco c’era un giovane uomo e bruno. L’ultima volta che lo aveva visto, lo aveva trovato nudo nella sua doccia. Sapeva come si chiamava ma, in quel momento, per quanto si sforzasse, non riusciva a ricordarlo. Avvertì una pressione sulla parte bassa della schiena e si voltò, con aria confusa. Dakota aveva appoggiato lì la propria mano per dargli sostegno e lo fissava con una smorfia accigliata. «Tutto bene?» «Sì,» rispose lui. «Perché non dovrebbe?» Si stampò in faccia un sorriso fasullo, ma vide che l’altro manteneva la propria espressione aggrottata. Era una causa persa. Jake lasciò perdere e tornò a concentrarsi sulle due persone che aveva sperato di non rivedere mai più. L’operaio se n’era andato e i due visitatori erano rimasti lì. «Che ci fate voi qui?» chiese. Come facevano a sapere di quel posto? Kevin sollevò una cartellina, ondeggiando sui talloni. «Non riuscivo a mettermi in contatto con te. Ho provato a chiamarti.» «Ho cambiato numero.» Con riluttanza, Jake si avvicinò e prese la cartellina dalle mani del suo ex. La aprì. Documenti legali, molti. «Cos’è questo?» domandò. Aveva già firmato i fogli del divorzio. Si era già occupato di quella faccenda. «Solo formalità… per la compagnia.» «Non posso firmarli adesso,» gli fece notare, ignorando la sensazione che sentiva nel petto: quella che qualcuno lo stesse ripetutamente prendendo a calci. «Non firmerò niente senza prima averlo letto.» «È tutto legale,» intervenne il giovane bruno. «Si tratta soltanto di definire cose già fatte.» Jake lo fissò. «Perdonatemi,» disse dopo una lunga pausa, «se non mi fido di voi due.»

Fixer-Upper, Meg Harding, Triskell, traduzione di Chiara Fazzi. Il mondo di Jake, apparentemente perfetto, improvvisamente pare essere sul punto di collassare su di sé: è un imprenditore sulla via del fallimento e il suo matrimonio si sta liquefacendo come neve al sole. L’opportunità di risollevarsi dal fondo del baratro gli viene offerta nel momento in cui acquista l’edificio più fatiscente della città con l’idea di rimettere in sesto anche quello, oltre alla sua esistenza: poi però incontra Dakota, ex avvocato ora architetto paesaggista, intelligente, sensuale e che non lo considera affatto un inetto come lui ritiene, e… Si legge senza incontrare asperità e ha una struttura limpida e funzionale, cattura l’attenzione del lettore e convince.

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“Il gioco delle spie”

51YT-RxfwfL._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Avevo visto abbastanza di quell’uomo da riconoscerlo quando lo rividi qualche giorno dopo.

Il gioco delle spie, Georgina Harding, BEAT, traduzione di Martina Testa. Inghilterra, campagna, inverno, millenovecentosessantuno. Un incidente stradale. Una donna muore. Ha origini tedesche. È una madre. Ha dei figli piccoli. Che cominciano quasi subito a rendersi conto però che non mancano le stranezze. E quindi si pongono il problema. E se mamma non fosse stata quella che abbiamo sempre pensato che fosse? E se mamma fosse stata una spia, come quelle del KGB di cui abbiamo appena sentito parlare alla televisione? Si capisce bene che una domanda così non possa rimanere inevasa, e per la nostra protagonista diventa un impegno. Che dura tutta la vita. E che non cesserà di regalarle sorprese. Spesso devastanti… Scritto in stato di grazia e costruito con la precisione di un orologio dal meccanismo perfetto, benché la guerra fredda non sia certo il tema più originale del mondo, in realtà sorprende, convince, conquista, travolge con un ritmo ottimo ma mai inutilmente forsennato e un’inventiva mai iperbolica o esageratamente spettacolarizzata. Da non perdere.

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“La casa sul lago”

La casa sul lago_Esec.indddi Gabriele Ottaviani

Nell’estate del 1957 la casa sul lago compì trent’anni. Almeno superficialmente, la struttura sembrava sopravvissuta bene a quegli anni. Il rivestimento esterno di legno era perfetto, con la vernice che ancora teneva; il tetto era uniforme, intatto; il pavimento della veranda sul retro, liscio e privo di muschio. A uno sguardo più attento, tuttavia, si capiva che alla casa occorreva un po’ di manutenzione. Alle finestre bisognava dare una mano di vernice, in cima ai comignoli c’erano delle intercapedini fra i mattoni da riempire e, adesso che la casa era abitata tutto l’anno, la piccola cucina si stava rivelando inadeguata. E il deterioramento probabilmente sarebbe continuato, dato che i Fuhrmann erano solo dei custodi e non avevano né i soldi né le capacità tecniche di ristrutturare. Fin da quando si erano trasferiti nella proprietà, i Fuhrmann avevano preso le direttive di Will Meisel molto sul serio, occupando soltanto metà della casa ed evitando le stanze proibite. I mobili dell’editore restarono coperti dai lenzuoli. Gli armadi, che traboccavano dei vestiti della moglie star del cinema, sapevano di naftalina e di chiuso. Gli spartiti Edition Meisel sul pianoforte si erano arricciati agli angoli, dopo la lunga esposizione al sole che entrava a fiotti dalle ampie finestre. Il senso di vuoto e abbandono che riempiva la casa si fece più palpabile quando la sorella di Lothar andò a vivere dalla zia a Potsdam. Non sorprende dunque, data la scarsità di alloggi che perdurava sin dalla massiccia distruzione di case della Seconda guerra mondiale, che la Gemeinde decidesse di trovare un altro  inquilino che condividesse l’abitazione con loro.

Thomas Harding, La casa sul lago, traduzione di Silvia Piraccini, Ponte alle grazie. La casa era pronta per essere demolita. Per sua nonna, che aveva dovuto abbandonarla suo malgrado, era stata un luogo importante. Uno di quei posti dell’anima che racchiudono in sé, in mezzo a tutta la materialità che li compone, il gomitolo dei sentimenti più intimi e intensi, che restano invischiati tra le assi di legno come granelli di polvere, particelle di storia che si intrecciano a quella con la esse maiuscola. Il giardino aveva un solco nel mezzo, una ferita che solo il tempo avrebbe forse potuto sanare, una cicatrice tracciata dal muro di Berlino, le pareti e ogni altro ambiente erano impregnati delle tracce di chi era passato di là: una famiglia ebrea, un compositore nazista… Intimo, struggente, bellissimo, scritto semplicemente, e in stato di grazia.

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