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“La donna mancina”

81AD4V2LsTL._AC_UY218_di Gabriele Ottaviani

Si fermarono a guardare le luci nella pianura. In una delle case-scatola che stavano ai loro piedi qualcuno attaccò a suonare al pianoforte: Per Elisa. La donna chiese: «Sei contento, papà?» Il padre scosse la testa e poi disse, come se un gesto non bastasse a rispondere: «No». La donna: «E hai idea di come si potrebbe vivere?» Il padre: «Ah, smettila». Continuarono a costeggiare il bosco; di tanto in tanto la donna alzava il viso, e i fiocchi di neve vi si posavano sopra. O guardava nel profondo del bosco, dove nulla si muoveva, tanto lieve era il fioccare della neve. A una certa distanza, dietro gli alberi piantati radi, luccicava un bacino in cui fluiva dell’acqua mandando un’eco argentina. La donna chiese: «Scrivi sempre?» Il padre rise: «Vuoi sapere se continuerò a scrivere sino alla fine dei miei giorni, non è vero?»

La donna mancina, Peter Handke, Guanda, traduzione di Anna Maria Carpi. Scrittore, drammaturgo, poeta, saggista, reporter di viaggio, intellettuale tra i più influenti e autorevoli della sua generazione e non solo, vincitore undici anni fa del Premio Franz Kafka, che vede nel suo albo d’oro anche fra gli altri Philip Roth, Harold Pinter, Haruki Murakami, Amos Oz, Claudio Magris, Margaret Atwood e Pierre Michon, regista (pure del film tratto, nel millenovecentosettantotto, due anni dopo la sua uscita sugli scaffali delle librerie, dal romanzo di cui in questa recensione: la pellicola passò nientedimeno che da Cannes, e aveva come protagonista lo straordinario Bruno Ganz) e sceneggiatore, nativo di Griffen, in Carinzia, insignito del Nobel per la letteratura nel duemiladiciannove – scelta che ha suscitato non poche polemiche anche a livello politico e internazionale, soprattutto perché tacciato di essere vicino alle posizioni di Slobodan Milošević – per, stando alle parole testuali della motivazione ufficiale, la sua opera influente che, con ingegno linguistico, ha esplorato le periferie e le specificità dell’esperienza umana, Peter Handke racconta con una prosa che ricorda nella feroce e magistrale asciuttezza, fredda solo in superficie, in realtà ribollente di passioni, il cinema del suo quasi omonimo, il maestro Haneke: Marianne, d’improvviso, decide, di fatto, di isolarsi dal mondo. E in questa sua alienazione ricerca sé stessa: da leggere, rileggere, far leggere.

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“La notte della Morava”

61XkRM5-ywL._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

I suoi sogni recenti erano sogni spaventosi…

La notte della Morava, Peter Handke, Garzanti. Amato, odiato, invidiato, vincitore del Premio Nobel, talento formidabile della letteratura planetaria, Handke, nella traduzione di Claudio Groff, racconta con la solennità della tragedia, espressa anche attraverso il breve volgere di poche e buie (solo la luna, che sembra quasi volersi tuffare in acqua) ore – Notte della Morava è però anche il nome di un battello ormeggiato in quel di Porodin, nella Serbia centrale, un albergo galleggiante, una provvisoria dimora – in un’unità d’azione, tempo e luogo maestosa, una riunione fra amici. Sette uomini sono stati invitati e convocati da un altro, uno scrittore che ha deciso di ritirarsi dalla scena, un uomo visceralmente misogino che, sorprendendoli, li accoglie con al fianco una donna, e inizia a narrare della sua fuga durata tutta l’esistenza. Da qualcuno che voleva ucciderlo… Monumentale.

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“I bei giorni di Aranjuez”

cover__id1275_w302_t1470134717__1x.jpgdi Gabriele Ottaviani

L’ombra delle gocce di pioggia sui due corpi. L’impronta di una suola innevata sul pavimento di legno. Un cespuglio fiorito di lillà nella notte durante il ritorno a casa. Un riccio, che aggirava i corpi della coppia. Noi due nella luce dei fanali delle auto e sullo sfondo un concerto di clacson. Fuori dal finestrino del treno le colline verdi andavano su e giù con regolarità, con lo stesso ritmo dei due corpi nello scompartimento. Sulla ghiaia del letto disseccato del fiume le gocce di sangue erano l’unica cosa che scorreva. La corrente ascendente che dal mare saliva verso l’altipiano incontrava il vento discendente dai monti. Il pulviscolo argentato appena sollevato dal fondo del lago palustre si posava lentamente attorno ai due corpi che giacevano laggiù, nell’acqua calda. E intanto, e in seguito ciò che importava, da un pezzo, non era più chissà quale vendetta. Quei corpi si muovevano al di là. Erano di più. Erano diventati tutto. Al di là delle cosiddette zone erogene: al di là di chissà cosa – semplicemente al di là. Non più io, non più lui, nient’altro che l’universo dei corpi: punto e universo coincidevano. Una coppia di corpi sdraiati nell’ansa dell’infinito.

Peter Handke, I bei giorni di Aranjuez – Un dialogo estivo, a cura di Alessandra Iadicicco, Quodlibet. Peter Handke è uno scrittore. Un poeta. Un drammaturgo. Un saggista. Uno sceneggiatore. Persino un reporter di viaggio. La collaborazione con Wim Wenders è lunga è proficua, si pensi a Prima del calcio di rigore, Il cielo sopra Berlino e al film che porta il medesimo titolo della pubblicazione di cui si sta per parlare, che riproduce il testo di quest’opera teatrale di rara e rarefatta suggestione, e al tempo stesso di profonda intensità. Se la pellicola, presentata con scarso successo alla scorsa edizione della mostra d’arte cinematografica di Venezia – rassegna in cui trentaquattro anni fa, quando si celebrarono i trionfi di Prénom Carmen di Godard, Via delle capanne negre e Streamers di Robert Altman, Handke fu tra i giurati -, ha dei limiti evidenti, strutturali, narrativi, formali, costitutivi, e si scontra con la sempiterna difficoltà del rendere pienamente il teatro sullo schermo, il testo edito da Quodlibet ha tutta un’altra aura. Mistica e insieme straordinariamente sensuale. L’uomo e la donna parlano dei loro amori, in una partita a scacchi bergmaniana che ha il sapore della frutta talmente matura da essere quasi senescente e che fotografa in maniera ammaliante l’infinitezza dell’istante in cui alla rimembranza di tempi, luoghi e sentimenti si sostituisce la dolceamara consapevolezza della inevitabile mutevolezza  e fugacità delle cose.

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