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“Luoghi della memoria a Milano”

Luoghi della memoriadi Gabriele Ottaviani

Al rientro è atteso fuori casa da due individui a capo scoperto che indossano la camicia nera e i calzoni grigioverdi. Gli aggressori appartengono alla «Ronda dei bastonatori» che in quella serata commetteranno molte altre azioni delittuose proprio per intimorire i manifestanti e farli desistere dallo sciopero. Alla richiesta di esibire la tessera del fascio il coraggioso tranviere risponde a muso duro di avere solo la tessera della Lega dei tranvieri aderente alla Camera del Lavoro. E piovono manganellate di morte.

La Resistenza è alla base della nostra democrazia. La lotta contro il totalitarismo, il recupero di un’identità nazionale che non fosse più piegata alla retorica della propaganda dittatoriale e di guerra, la rinascita, la libertà, la ricostruzione. Ora che i testimoni diretti e in carne e ossa, poiché il tempo che naturalmente ci è concesso su questa terra non è infinito, e anche quando è lungo sembra sempre troppo breve, stanno via via vivendo, per chi crede, un’altra vita, è ancora più importante ricordare. Raccontare. Non dimenticare. Trasmettere la conoscenza perché il male non si ripeta. Rinfrescare, rispolverare, rinverdire la memoria. E la memoria è anche nei luoghi. E Milano, città medaglia d’oro della Resistenza, ne conserva e custodisce parecchi. A cura di Stefania Consenti per Guerini e associati Luoghi della memoria a Milano è una passeggiata, un percorso, un viaggio, bello e importante. Per conoscere, e quindi essere più liberi. Per riflettere. Per capire. Per la nostra coscienza civile.

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“I dilettanti”

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I molti e non affatto eccentrici paragoni che sono stati proposti dalla grande stampa tra la Tangentopoli di vent’anni fa e quella clamorosamente deflagrata con i casi dell’Expo di Milano, del Mose di Venezia e della brutta saga romana di oggi, portano dentro il sentimento malmostoso di una pubblica opinione ferita e indignata. Ai nostri giorni così come nei primi anni Novanta. Nuove cospicue fascine nel già colmo fienile della considerazione miserevole che la politica e i suoi attori raccolgono nell’opinione dei cittadini. Ma, attenzione: rispetto alla Tangentopoli «storica», c’è un di più, se è possibile, nella colonna del «disvalore» a carico della politica. E quel di più si chiama, appunto, «incompetenza». La viziosa sintesi che s’insinua nell’immaginario del corpo elettorale è più o meno questa: «Non solo disonesti, ma anche inetti, impreparati, ignoranti». Certo, la vulgata tiene un occhio fisso sui telegiornali e sul racconto disarmante dei «contenitori» televisivi per così dire «satirici», dove l’allegro zimbello è il politico che sembra fare il verso a Cetto La Qualunque: quando si dice l’iperrealismo… Ma non v’è dubbio sul fatto che l’accesso alle carriere politiche, in particolare quelle parlamentari, sembra oggi il frutto di una selezione fatta col metodo random sulla base di una campionatura ispirata alla naïveté. E alla medietà più assoluta: un’estrazione a sorte che prendesse a base l’intero universo della cittadinanza italiana darebbe per forza statistica almeno qualche numero di eccellenza in più. C’è, allora, da capire perché il nostro ceto politico è messo così come è messo. E da chiedersi se l’allegro dilettantismo dominante non sia per caso l’effetto di una qualche slabbratura sul versante dei processi di formazione. Non disturbiamo Max Weber e la sua triade perfetta (passione, responsabilità, lungimiranza) che illustra le qualità del «politico per professione» (o «per vocazione»), e restiamo sul terreno empirico dell’esperienza repubblicana nel Belpaese, peraltro molto «visitata» dalla ricerca politologica e costituzionalistica. Formuliamo, allora, chiaramente la domanda: con quale bagaglio di esperienze, di competenze, di attitudini, si arriva a svolgere la funzione di rappresentanza politica, oggi?

Qualcuno, per non dire quasi tutti, con ogni probabilità risponderebbe semplicemente “nessuno” alla domanda posta alla fine del paragrafo qui sopra riportato e tratto dall’interessante volume di Pino Pisicchio I dilettanti (Guerini e associati): nessun bagaglio. La risposta di Pisicchio è decisamente più argomentata e significativa, nonché meno qualunquista: certo è che effettivamente il problema in merito alla situazione politica italiana, quantomeno complessa e particolare, per non dire con maggiore schiettezza anomala, c’è. Quantomeno, se ne ha la percezione: il comune cittadino sente generalmente, stando alle chiacchiere più o meno da bar, di non essere ben rappresentato, immagina che al governo non vi siano veramente le migliori intelligenze e le persone di più specchiata moralità possibile, è stanco di scandali continui e costanti. Pisicchio scrive un saggio documentato e profondo, dettagliato e puntuale, che ha il dono della leggibilità, nonostante la raffinatezza della prosa possa far pensare a una prima occhiata che il testo non sia solo denso, ma anche difficile. Beh, non è affatto così.

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“Bisogna salvare gli armeni”

armenidi Gabriele Ottaviani

Ma ciò che importa, ciò che è grave, non è che la brutalità umana si sia scatenata laggiù; non è che si sia risvegliata. Quello che è grave è che non si è risvegliata spontaneamente; è che è stata incitata, incoraggiata e nutrita nei suoi appetiti più feroci da un governo regolare con cui l’Europa aveva più di una volta stretto solennemente degli accordi.

Un popolo per tanto tempo ai margini della storia, che ha patito ingiustificate violenze ed è stato ignorato e dimenticato. Questo sono gli armeni. Antonia Arslan, autrice del romanzo La masseria delle allodole,  che ha ispirato l’omonimo film di Paolo e Vittorio Taviani, dirige la collana Frammenti di un discorso mediorientale di Guerini e associati, che pubblica Bisogna salvare gli armeni, raccolta di discorsi di Jean Jaurès, deputato socialista francese e pacifista militante assassinato alla viglia dello scoppio della prima guerra mondiale. Per comprendere, pensare, imparare, non dimenticare. Perché la storia può ripetersi, perché ognuno può ritrovarsi esule, perché non è mai troppo tardi per la pace, non è mai un impegno vano.

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