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“La donna mancina”

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Si fermarono a guardare le luci nella pianura. In una delle case-scatola che stavano ai loro piedi qualcuno attaccò a suonare al pianoforte: Per Elisa. La donna chiese: «Sei contento, papà?» Il padre scosse la testa e poi disse, come se un gesto non bastasse a rispondere: «No». La donna: «E hai idea di come si potrebbe vivere?» Il padre: «Ah, smettila». Continuarono a costeggiare il bosco; di tanto in tanto la donna alzava il viso, e i fiocchi di neve vi si posavano sopra. O guardava nel profondo del bosco, dove nulla si muoveva, tanto lieve era il fioccare della neve. A una certa distanza, dietro gli alberi piantati radi, luccicava un bacino in cui fluiva dell’acqua mandando un’eco argentina. La donna chiese: «Scrivi sempre?» Il padre rise: «Vuoi sapere se continuerò a scrivere sino alla fine dei miei giorni, non è vero?»

La donna mancina, Peter Handke, Guanda, traduzione di Anna Maria Carpi. Scrittore, drammaturgo, poeta, saggista, reporter di viaggio, intellettuale tra i più influenti e autorevoli della sua generazione e non solo, vincitore undici anni fa del Premio Franz Kafka, che vede nel suo albo d’oro anche fra gli altri Philip Roth, Harold Pinter, Haruki Murakami, Amos Oz, Claudio Magris, Margaret Atwood e Pierre Michon, regista (pure del film tratto, nel millenovecentosettantotto, due anni dopo la sua uscita sugli scaffali delle librerie, dal romanzo di cui in questa recensione: la pellicola passò nientedimeno che da Cannes, e aveva come protagonista lo straordinario Bruno Ganz) e sceneggiatore, nativo di Griffen, in Carinzia, insignito del Nobel per la letteratura nel duemiladiciannove – scelta che ha suscitato non poche polemiche anche a livello politico e internazionale, soprattutto perché tacciato di essere vicino alle posizioni di Slobodan Milošević – per, stando alle parole testuali della motivazione ufficiale, la sua opera influente che, con ingegno linguistico, ha esplorato le periferie e le specificità dell’esperienza umana, Peter Handke racconta con una prosa che ricorda nella feroce e magistrale asciuttezza, fredda solo in superficie, in realtà ribollente di passioni, il cinema del suo quasi omonimo, il maestro Haneke: Marianne, d’improvviso, decide, di fatto, di isolarsi dal mondo. E in questa sua alienazione ricerca sé stessa: da leggere, rileggere, far leggere.

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“La scrittura o la vita”

71TiQpQtepL._AC_UY218_di Gabriele Ottaviani

A diciannove anni, Morales aveva fatto la guerra di Spagna in un’unità di guerriglia che operava oltre le linee del fronte, in territorio nemico. È dopo la sconfitta della Repubblica spagnola, a Prades, che aveva avuto la sua seconda infatuazione letteraria. Dopo la sua fuga dal campo dei rifugiati di Argelès, Morales era stato accolto e nascosto da una famiglia francese. Lì aveva letto Il Rosso e il Nero. Il fatto che gli fosse stato consigliato da una giovane donna di cui conservava ancora un ricordo, carnale e sublimato allo stesso tempo, non doveva essere estraneo al fascino suscitato dal libro. Quale che fosse, comunque, il ruolo svolto dal fuoco dell’amorosa fiamma di un tempo, il romanzo di Stendhal si vedeva attribuiti, nel suo racconto, effetti paragonabili a quelli del pamphlet di Marx, in tutt’altro campo. Se il Manifesto gli aveva fatto comprendere i grandi movimenti massicci e ineluttabili della Storia, Il Rosso e il Nero lo aveva iniziato ai misteri dell’animo umano: ne parlava, scendendo nei dettagli, con commozione e leggerezza, inesauribile non appena lo si portava sull’argomento, ed io non mi privavo certo del piacere di farlo

La scrittura o la vita, Jorge Semprún, Guanda. Traduzione di Antonietta Sanna, introduzione di Paolo Mauri. Figlio dell’alta borghesia spagnola, fratello e padre di scrittori, membro per un quarto di secolo dell’Académie Goncourt, emigrato allo scoppio della guerra civile immortalata da Picasso nel suo Guernica prima in Francia, poi nei Paesi Bassi, poi di nuovo in Francia, arrestato a vent’anni ancora da compiere nel settembre del millenovecentoquarantatré a Joigny, centocinquanta chilometri a sudovest di Parigi, e deportato in quanto militante comunista – lo sarà finanche in campo di concentramento, nell’organizzazione clandestina formatasi tra le baracche e i recinti spinati – a Buchenwald, Semprún non aveva dubbi in merito al fatto che avrebbe continuato la sua militanza politica, che l’ha portato anche a diventare ministro della cultura, tanto da vivere per anni in clandestinità e sotto mentite spoglie per combattere il franchismo, ma non era affatto certo che avrebbe continuato a scrivere. Perché scrivere è pensare. Pensare è ricordare. Ricordare è soffrire. Ma ricordare è anche testimoniare. È anche agire, come vivere. Si sa, la scrivania è in un angolo, mai al centro della stanza, perché è la vita a sostenere l’arte, non il contrario: fortunatamente è tornato sui suoi passi, non ha imboccato il sentiero che avrebbe potuto prendere se avesse seguito la forza di quel convincimento che si era fatto strada in lui nel millenovecentoquarantasette, e ha raccontato la sua storia. Che è quella di una generazione, di un mondo, di un modo di vivere, credere, amare. Imprescindibile.

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“Cercami”

61JsChgywEL._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Probabilmente una parte di me non ha rinunciato all’idea di tirare indietro le lancette dell’orologio…

Cercami perché ho bisogno di te. Cercami perché hai bisogno di me. Cercami perché ti voglio. Cercami perché mi vuoi. Cercami perché se non lo fai tu non lo farà nessun altro. Cercami e poi trovami. Cercami perché se io ti troverò mi apparterrai e io ti apparterrò. Cercami perché non possiamo imprigionare la nostra vita in un’ipotesi irreale, irrealistica, irrealizzabile, l’esistenza è una e dobbiamo attraversarla. Cercami quando sono felice. Cercami quando soffro. Cercami quando m’offro, a te e al desiderio. Cercami, inseguimi, spiami, prendimi, abbracciami, stringimi, dimmi che mi ami, ché anche se lo so ho bisogno di sentirmelo dire, perché non ci riesco a esserne sicuro. Cercami come un padre cerca la felicità del figlio. Cercami come un infelice cerca la pace. Cercami come una ragazza cerca di affrontare una perdita dolorosa, inevitabile, inaccettabile. Cercami come un uomo cerca di dimenticare quello che non può avere. Cercami come il coraggio che ci vuole a restare, e come quello che serve per partire, per dire la verità, per non fingere più, e per non fare più soffrire. Cercami come Elio cerca Oliver, e come Oliver cerca Elio. Cercami come il tempo che abbiamo perso, come le cose abbandonate, dimenticate, dare per scontate. Cercami come si cerca un sorriso del volto dell’amato che soffre e si teme di non riuscire a consolare. Cercami come il nuovo romanzo di André Aciman, meravigliosamente tradotto per Guanda da Valeria Bastia, che senza retorica non solo prosegue, edificando una costruzione letteraria che ha comunque piena compiutezza e totale autonomia, la storia di Chiamami col tuo nome – ma parlare di un sequel è idea assurda e riduttiva, figlia di una logica banalizzante e mercificante da influencer in cerca di like, che non può e non deve sposarsi con la solennità dell’alta letteratura capace in ogni modo di comunicare efficacemente a tutti con il linguaggio delle passioni – e ci fa immergere in meravigliosi ambienti italiani e non solo, ma spinge ogni lettore a non aver paura di provare ad abbracciare il coraggio, la gioia e la speranza. Ottimo e bellissimo sin dalla copertina.

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“Lo stato dell’unione”

71aj58x5-uL._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Non ci avviciniamo neanche, ai veri problemi di coppia.

Lo stato dell’unione – Scene da un matrimonio, Nick Hornby, Guanda. Traduzione di Elettra Caporello. Amarsi un po’ è come bere, più facile è respirare, dice la canzone, ed è assai vero: l’amore è tutto, si sa, ma è anche un grande impegno, va coltivato giorno dopo giorno, e spesso sembra di essere da soli a farlo, quando in teoria almeno è una questione di coppia. E invece niente, uno è Sisifo e l’altro il masso, il più delle volte… Tom è un critico musicale disoccupato, Louise una gerontologa: stanno insieme da una vita, e pensano di aver raggiunto un perfetto equilibrio. Ma non è così: un errore li porta sull’orlo della rottura. Decidono di andare da un consulente matrimoniale, ma prima di ogni seduta si confrontano al pub, dando vita a una sticomitia costruita in modo geniale: tra un bicchiere e l’altro la relazione viene smontata come un orologio, ingranaggio dopo ingranaggio. Ma saranno capaci, poi, di fare in modo che funzioni ancora? Incantevole.

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“Possiamo salvare il mondo, prima di cena”

41cszrhEEPL._AC_UY218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Non abbiamo capito bene l’essenza del nostro pianeta, per cui non abbiamo capito bene come salvarlo. Il nostro pianeta è una fattoria.

Possiamo salvare il mondo, prima di cena – Perché il clima siamo noi, Jonathan Safran Foer, Guanda, traduzione di Irene Abigail Piccinini. Lo scrittore è noto e bravo: il suo esordio fu folgorante, ma poi ha senza dubbio confermato le sue maiuscole capacità. Noto, e serio, è anche però il suo impegno per l’ambiente e il consumo consapevole e responsabile. Poiché se anche avessimo, e al momento non lo abbiamo, un pianeta di riserva, non si capisce il motivo per cui si debba trattare male questo, oltretutto senza nemmeno avere in cambio un’equa felicità per tutti, anzi. Comportarsi con saggezza, invece, è un vantaggio per ognuno, ed è molto più facile di quel che si crede: questo scritto insegna, spiega, fa pensare, con eleganza e potenza. Da leggere.

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“La ragazza sconosciuta”

71ZtRhK96yL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

E per un istante passeggero, mentre era seduta su quel divanetto rosso con un uomo che le dava noia, Olivia avvertì di nuovo il dolore che c’era stato allora.

La ragazza sconosciuta – Ultime storie, William Trevor, Guanda, traduzione di Laura Pignatti. La vita va vissuta, ma spesso ci si ritrova a non essere in grado di poter far altro che solamente, sfortunatamente, desiderarla: e i protagonisti di questi ultimi dieci racconti in cui si manifesta il consueto e vigoroso splendore della prosa di Trevor, pluripremiato scrittore e drammaturgo irlandese venuto a mancare ottantottenne tre anni fa, esegeta finissimo della fragilità della condizione umana, sono uomini e donne di straordinaria normalità il cui passaggio sulla terra sembra ininfluente ma è invece, ovviamente, fondamentale e necessario, a prescindere dal ceto, dal censo, dal sesso. Del resto, se anche un fiore non avesse profumo, non potremmo fare a meno della sua delicata corolla e di tutta la bellezza che comunque incarna: magistrale.

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“Ti starò sempre accanto”

61dEoJsFDHL._AC_UL320_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Un posto tranquillo e ideale per morire di noia per qualche giorno…

Ti starò sempre accanto, Miguel Rojo, Guanda, traduzione di Bruno Arpaia. Lui, lei e l’altro. Non un amante, un bambino. Il figlio dei due. Che si stanno lasciando. Ma lui non vuole che lei se ne vada. Le prova tutte. Anche la violenza. Vuole vendetta. E si convince che l’unico modo perché lei soffra sia portargli via lui, il figlio, il bambino. Pertanto partono per una corsa folle che non può che condurre a una drammatica decisione… Quante strade può prendere il dolore? Mille, e forse anche qualcuna in più: Miguel Rojo, con la delicatezza di chi sa guardare negli occhi le persone e non ha bisogno che gli parlino per interpretarne i desideri, racconta una vicenda d’amore malato che non può non indurre a una riflessione.

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“Sapore amaro”

71uRoCmzLpL._AC_UL320_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Sembra gentile, ma aspetta che arrivi l’inghippo, mia cara moglie.

Sapore amaro, Anita Nair, Guanda, traduzione di Francesca Diano. Ha trentacinque anni. È una scienziata. Insegna zoologia. È brillante. È intelligente. È una scrittrice. Si chiama Srilakshmi. È morta. È suicida. In un lunedì d’ottobre dal cielo terso. Morire di maggio ci vuole tanto, troppo coraggio, è noto, ma anche nel decimo mese dell’anno non deve mancare la determinazione per togliersi la vita, quantomeno per abbandonare di propria volontà quella terrena. Nessuno sa perché. Quantomeno questo è quello che vanno dicendo, tra un’illazione e l’altra, che fa dunque sì che il suo nome divenga una vera e propria leggenda su cui ognuno ha qualcosa da blaterare, a parte quell’amore folle e sbagliato sotto ogni aspetto che prende il nome di Markose… Dopo oltre mezzo secolo, in uno stesso luogo, sempre in quell’India che col cosiddetto gentil sesso non è gentile per nulla, anzi, si intrecciano le vicende di diverse donne, che paiono non avere nulla in comune di primo acchito, né con lei né fra di loro, ma… Indaga l’anima con sensibilità Anita Nair, la cui prosa profuma di miele e spezie. Magnifico.

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“Resina”

71eT-OLJlaL._AC_UL320_.jpgdi Gabriele Ottaviani

In un certo senso Carl era tutto ciò che io non ero.

Resina, Ane Riel, Guanda, traduzione di Ingrid Basso. E la barca tornò sola, come si suol dire. Senza la piccola Liv. Nottetempo si era allontanata per mare e non ha più fatto ritorno. È morta vinta e avvinta dall’acqua. A soli sei anni. Almeno, questo è quello che suo padre e sua madre hanno sempre detto a tutti. Soprattutto alle forze dell’ordine. Perché infatti Liv non è affatto morta. È nascosta. Prigioniera di un muro di oggetti. Di silenzi. Di turbe. Di ossessioni. Di un incantesimo perverso e malato, che fa sì che ognuno si celi, perché affrontare la vita, spesso e malvolentieri, è assai dura. Potentissimo, straniante e straziante, il romanzo è l’ottima prova narrativa di una voce coinvolgente.

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“Destinazione America”

71XlURjr7pL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Fanculo. Non cureremo il cancro, non salveremo il mondo. Offriremo valore a investitori come te.

Destinazione America, Gary Shteyngart, Guanda, traduzione di Katia Bagnoli. Barry lavora a Wall Street. È un manager. Si occupa di un fondo speculativo. Si ritiene il migliore. È un narciso. Non dei più pericolosi, ha sempre una vena d’ironia un po’ buffonesca e sbruffonesca che lo salva, se così si può dire, ma certo non gli manca l’autostima (il che, per inciso, non è a prescindere un male, anzi). È benestante. Ha una bella casa. Una moglie stupenda, che ama riamato. È un padre attento e premuroso. Vive nella sua bolla perfetta. Completamente avulso dalla realtà, nonostante per certi versi sia immerso nel mondo. Ma la realtà bussa alla sua porta, un giorno, e in maniera non esattamente lieve e delicata: al figlio viene diagnosticato l’autismo, il matrimonio esplode come un vaso di cristallo che tocca terra e si frantuma, chi di dovere comincia anche a indagare sui suoi conti. Così, una sera, ubriaco, senza un soldo, sfatto, con una valigetta piena di orologi da collezione e il volto sfigurato dai graffi della moglie, sale su un pullman, lascia New York e parte per un viaggio romantico alla ricerca e alla riscoperta di sé e non solo. E… Simbolico, divertente, brillante, coinvolgente, emozionante. Da leggere.

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