Libri

“Anni lenti”

51qxaWjlMVL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Non è che sono stato testimone di tutti i fatti che mi propongo di raccontarle in questa parte dei miei ricordi, ma di alcuni accaduti senza che io abbia avuto occasione di essere presente ho avuto notizia in seguito, sentendone parlare i miei parenti, si accorgessero o meno che ero vicino a loro, giacché spesso non si preoccupavano di chiacchierare di faccende private davanti a me. Da poco tempo ho saputo nuovi particolari dalle labbra di mia madre, che zia Maripuy non ha mai smesso di tenere al corrente delle sue pene. Mi sa che mia madre, senza uscire dal paese, conosceva meglio di me le faccende intime dei nostri parenti. Generosa com’è, ha accettato di svelarmi numerosi segreti quando le ho detto che lo scrittore a cui volevo riferirli mi aveva garantito che avrebbe reso irriconoscibili le persone rappresentate e avrebbe cambiato i nomi. Per maggior sicurezza, mi ha chiesto di convincerla a collocare la storia a Bilbao o in un altro posto che non fosse San Sebastián.

Anni lenti, Fernando Aramburu, Guanda, traduzione di Bruno Arpaia. Txiki è un bambino. Ha otto anni. è piccolo. È povero. La mamma è povera. Non riesce a crescerlo. Per questo lo affida agli zii. A San Sebastián. Julen, suo cugino, è più grande. Scontroso. Parla col parroco d’indipendenza. Dopo un po’, però, gli angoli si smussano e l’affetto prende il sopravvento, emerge come una perla preziosa dall’ostico scrigno dell’ostrica. Gli sta accanto, mentre cresce, il tempo passa, le difficoltà aumentano, il suo mondo è diventato un altro rispetto a quello in cui è nato, contiguo e familiare ma diverso, e il suo sguardo è il filtro attraverso cui osserva, interpreta, capisce, conosce, vive, tra la mitezza dello zio, l’intransigenza della zia, la smania di vivere di Mari Nieves, che non può non cacciarsi nei guai, l’ETA e… Uno dei più vividi affreschi familiari che si ricordino: sensazionale.

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“La donna del ritratto”

51++M6EaR6L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Chi l’avrebbe mai detto che un giorno sarei stato assediato dalle donne?

La donna del ritratto, Javier Cercas, Guanda, traduzione di Pino Cacucci. La vita è piena di incontri. Per lo più casuali. Non si può conoscere tutto, non tutto è programmabile, non tutto, anzi, a dire il vero nella realtà dei fatti quasi niente, va come si spera, si pensa, si cerca di fare in modo che vada o ci si aspetta che proceda. Per la maggior parte del tempo si tenta semplicemente di fare sì che la voce della nostra irrequietezza, della nostra insoddisfazione, della nostra inquietudine e della nostra frustrazione taccia. E così può capitare che magari ci si impelaghi in un matrimonio sbagliato, si intraprenda una carriera che non dà veri stimoli, ci si crogioli in una quotidianità banale. Ma poi capita di incontrare un vecchio amore e di mettere tutto in discussione. Però… Avvincente, coinvolgente, convincente. Da leggere.

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“Notti bianche”

41BuO1dBzML._SL218_PIsitb-sticker-arrow-dp,TopRight,12,-18_SH30_OU29_AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Arrivati all’angolo della strada, la cinsi con un braccio e lasciai che si modellasse su di me come faceva sempre quando camminavamo insieme. Poi, noncurante di quanto tempo ci avesse messo per coprirsi il viso, le infi lai la mano nello scialle e le tenni la guancia, tirando indietro la stoffa per scoprirle la testa e poterla baciare ancora. Si appoggiò alla vetrina del fornaio e mi lasciò fare, e allora non sentii altro che il mio basso ventre contro di lei, che spingeva appena, poi ancora, e lei sulle prime cedette e poi rispose, con dolcezza, perché era quello che stavamo provando e riprovando fin dall’inizio. Era per quello che avevano inventato il sesso ed era per quello che le persone facevano l’amore ed entravano ciascuna nel corpo dell’al tra e poi dormivano insieme, per quello e per nessun altro dei tanti motivi che mi ero immaginato o da cui ero stato guidato per tutta la vita. Quante altre cose che ignoravo avrei scoperto quella sera? Le persone facevano l’amore non perché lo volevano ma perché lo decretava qualcosa di più antico del tempo e tuttavia di gran lunga più piccolo di una coccinella, ed era anche il motivo per cui nulla al mondo appariva più naturale o meno goffo tra noi di sentire i nostri fianchi presi in un ritmo tutto loro o, per lei, di sentire la mia erezione contro di sé. Per la prima volta nella vita non stavo seducendo qualcuno o fingendo di non farlo; a quel punto ci ero arrivato da un pezzo. Ma forse ci ero arrivato troppo presto, e la mia mente arrancava a fatica, come un bambino zoppo che rallentava quanti lo precedevano.

Notti bianche, André Aciman, Guanda, traduzione di Valeria Bastia. È sempre così: quando meno te l’aspetti arriva, e non puoi farci niente. È esattamente nel momento in cui ci hai messo una pietra sopra che l’amore giunge con la ruspa e la sradica via gettandola lontano. Non ci doveva nemmeno andare a quella festa di Natale, lui. Ma è proprio lì che invece incontra lei, Clara. Gli si presenta, con due parole, le più semplici che si possano immaginare, ed è come se d’improvviso si squarciasse il velo che aveva tenuto avviluppata in un triste nodo la sua vita. Scoppia improvviso un incendio, che scalda e al tempo stesso atterrisce. Perché più si adora una cosa più si teme di perderla… Nessuno sa descrivere meglio di Aciman l’amore, il sentimento, l’intimità, la tenerezza, l’anima e la passione: Notti bianche è l’ennesimo gioiello della sua preziosissima produzione letteraria. Da non lasciarsi sfuggire per nessuna ragione.

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“Vacanza d’inverno”

41kLK6WM7FL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La vedeva come da lontano. Come una persona che non conosceva fino in fondo.

Vacanza d’inverno, Bernard MacLaverty, Guanda, traduzione di Irene Abigail Piccinini. Gerry e Stella sono sposati da tanti anni. Tantissimi. Le loro origini sono nordirlandesi. Ma sono passati decenni da quando hanno preferito la Scozia alla loro martoriata Belfast. Hanno finalmente deciso di concedersi una vacanza. Ad Amsterdam. Il loro matrimonio è ancora tenero, ma l’amore che strappa i capelli è perduto ormai. E se da un certo punto di vista viene anche da dire che si tratti di una fortuna, d’altro canto prendere coscienza in un ambiente altro rispetto alla propria rassicurante e monotona quotidianità della distanza che si è creata tra di loro appare necessario, inevitabile e doloroso. Amsterdam però è città di canali, di vie di comunicazione, di ponti tra opposte rive che arrivano a toccarsi, tra passato e futuro. E… Delicato come un film di Haigh, è da non perdere.

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“La fine da cui partiamo”

41jwAwiziAL._SX318_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Sono una madre con un solo espediente.

La fine da cui partiamo, Megan Hunter, Guanda. Traduzione di Alba Bariffi. Londra non brucia. Affoga. È sommersa dalle acque. Un’alluvione senza precedenti a memoria d’uomo e non solo. A lei invece le acque si sono rotte. È una donna. Giovane. Forte. Fragile. Coraggiosa. Spaventata. Del suo fattor si fa sua fattura, verrebbe da dire cambiando quel che dev’essere cambiato. Perché dà vita e al tempo stesso nasce anche lei. Come madre. Partorisce, e per il bebè e la famiglia inizia, nel pieno della catastrofe, la ricerca di un rifugio. Perché l’amore è tutto, e tutto dunque per esso si fa. Anche scrivere un libro potente, simbolico, travolgente, trascinante, emozionante, appassionante, commovente che è un inno alla sacralità d’ogni vita, alla speranza e alla ricerca della felicità.

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“I Commitments”

Screenshot (100).pngdi Gabriele Ottaviani

Abbiamo avuto la nostra prima crisi, d’accordo, ma l’abbiamo superata. Restiamo sempre i Commitments. E siamo a stretto contatto con il nostro pubblico. L’avete visto anche voi mercoledì.

I Commitments, Roddy Doyle, Guanda. Traduzione di Giuliana Zeuli. Alan Parker (Piccoli gangsters, Fuga di mezzanotte, Saranno famosi, Pink Floyd The Wall, Spara alla luna, Birdy, Angel heart, Mississippi burning, Benvenuti in paradiso, Evita, Le ceneri di Angela), cui si debbono, come si può leggere dall’elenco riportato fra parentesi, davvero molte ottime pellicole, ne ha fatto ventisette anni fa un film di culto e di successo, bello e pluripremiato, con attori per lo più sconosciuti prima dell’uscita in sala e che poi, per la maggior parte, hanno lasciato la recitazione per dedicarsi alla musica: il romanzo, un classico dell’umorismo dalle mille chiavi di lettura, sociali, economiche, culturali, politiche, arrivato per la prima volta negli scaffali d’Irlanda nel millenovecentoottantasette e dopo undici primavere anche in Italia, racconta la storia di un gruppo di ragazzi di un credibilissimo ma fittizio quartiere di Dublino, Barrytown, dove Roddy Doyle (Due sulla strada, Paddy Clarke ah ah ah!, Una stella di nome Henry, La musica è cambiata) ambienterà anche i successivi romanzi dell’omonima saga, i quali decidono, all’insegna di un impegno radicale che scelgono di portare chiaramente anche nel nome, di fondare una band di soul e rythm & blues ispirandosi ai grandi come James Brown e Otis Redding. Sono Jimmy Rabbitte, Joey The Lips, il mitico trombettista che ha suonato con tutti quelli che contano, Deco, voce potente e carattere orribile, e tre coriste sexy come nessun’altra mai. Trionfi, disastri, amicizie, liti, amori e abbandoni: insomma, la vita. Se non l’avete letto, leggetelo.

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“Io sono, io sono, io sono”

51D-uBe-pkL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

E se me ne andassi?

Io sono, io sono, io sono, Maggie O’Farrell, Guanda. Traduzione di Stefania De Franco. Il sottotitolo, Diciassette incontri ravvicinati con la morte, dice già tutto. Maggie O’Farrell, essendo una grande romanziera, sa narrare alla perfezione la vita. Questa volta ha scelto di raccontare la sua. E quella dei suoi cari. Lo fa per testimoniare. Per mettere in guardia dai pericoli. Perché l’esistenza, come ogni cosa che appartiene alle umane sorti e progressive, è mutevole. Mortale. Incerta. Malsicura. Finita. E trae significato dal suo contrario. Non potremmo avere esperienza del bello se non conoscessimo il brutto, del bene senza il male, del dolce senza l’amaro. Della vita, dunque, senza la morte. Che è una presenza costante, che fa capolino nelle pieghe dell’anima e tra gli aneddoti. Non è mai troppo tardi per essere quello che si vuol essere, è vero, ma ogni momento vale la pena di essere vissuto, perché potrebbe essere l’ultimo. Da non perdere.

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