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“2019 – Dopo la caduta di New York”

arton154237-fd256.jpgdi Gabriele Ottaviani

Se Martino non ha visto Interceptor, ha invece apprezzato Blade runner…

2019 – Dopo la caduta di New York di Sergio Martino, Manuel Cavenaghi, Gremese. Avvolto da un vespaio di polemiche per le somiglianze – ma è stato sempre sostenuto che la sceneggiatura in realtà fosse precedente – con la pellicola di Carpenter, questo film di fantascienza dalle atmosfere distopiche e postapocalittiche ambientato in un anno ricorrente nella storia del genere e che sembrava così lontano all’epoca della realizzazione dell’opera con Valentine Monnier, ossia nel millenovecentoottantatré, e oltretutto foriero di incredibili promesse, basate su una sperticata immaginazione, e che invece altro non è che il nostro presente, e anzi, siamo a due mesi dalla sua definitiva dipartita, narra di un mondo devastato dalla guerra atomica in cui non si può dare nuova vita perché la radioattività ha contaminato ogni cosa. Un’iperbole, certo, ma purtroppo nemmeno poi così tanto… L’esegesi che ne fa Cavenaghi è approfondita e avvincente. Da leggere.

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“Addio zio Tom”

2019-08-02-3.pngdi Gabriele Ottaviani

Il 21 aprile 1971 Papa Doc muore stroncato da un attacco cardiaco. Il 30 settembre Addio zio Tom esce nei cinema italiani. Il 16 ottobre il film è sequestrato su tutto il territorio nazionale.

Addio zio Tom di Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi, Stefano Loparco, Gremese. Giornalista, documentarista, vicino a Blasetti, membro del Movimento Sociale Italiano, per Prosperi – suo sodale con Cavara e fondatore del discusso genere Mondo movie, che indagava la società in maniera cinica, rude, politicamente scorretta e anticonformista realizzando inchieste su temi per lo più tabù o come la questione femminile, il sesso e la decolonizzazione dell’Africa – autore delle celebri foto di Mussolini a Piazzale Loreto, che invece lui attribuì a Fedele Toscani, Jacopetti in questo film, in cui si avvale come d’abitudine anche dell’organizzatore della troupe Stanislao Nievo, pronipote del celebre Ippolito, realizza un’indagine, assolutamente beffarda, sulla questione della schiavitù negli Stati Uniti d’America prima dell’abolizione promossa da Lincoln, che pagò la scelta con la vita, sul finire della guerra di secessione, nella seconda metà del diciannovesimo secolo: il testo di Loparco, corredato da moltissime immagini, narra l’intera pellicola e non solo. Interessante.

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“Stagioni spietate”

unnameddi Gabriele Ottaviani

Gli avrebbe insegnato la vita, la politica, il piacere…

Stagioni spietate, Kettly Mars, Gremese, traduzione di Antonella Alessandrino. È pronta a tutto per salvare la sua famiglia. Ma il prezzo rischia di essere salatissimo. Sono gli anni Sessanta del cosiddetto secolo breve. Haiti è un paese tragicamente povero, un’isola che potrebbe essere un paradiso se non fosse attanagliata dalla miseria e dalla protervia del potere che tutto stritola e fagocita. La dittatura, come ogni regime che si rispetti, è feroce, e Nirvah non può fare altro che diventare l’amante ufficiale del segretario di Stato per la sicurezza pubblica, Raoul Vincent, perché il caporedattore del principale giornale di opposizione, suo marito, appena rapito, non faccia la fine terribile che pare inevitabile. Ma… Da un’autrice premio Senghor, un romanzo intenso e memorabile.

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“Anna Pavlova”

41Okx2jL2xL._SX327_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Shanghai è una ventata d’aria russa…

Anna Pavlova – L’incomparabile, Martine Planells, Gremese. Traduzione di Fiammetta Paolantonio. Iconica, bellissima, raffinatissima, di straordinario talento, ballerina celeberrima alla quale è stata dedicata finanche un’omonima torta a base di meringa, panna e frutta, Anna Pavlova, nata poverissima, vissuta per mezzo secolo a cavallo fra Ottocento e Novecento, ha cambiato l’ideale della danzatrice, ha dato il via alla creazione delle nuove, più moderne e meno dolorose, scarpe da punta, è una figura storica di assoluto rilievo, un mito, una leggenda, un modello, un punto di riferimento. Eppure è meno conosciuta di quanto dovrebbe, potrebbe e meriterebbe: questa pubblicazione agilissima e corredata da splendide immagini colma la lacuna. Da non perdere.

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“Lo zoo di Venere”

Lo zoo di Venere librodi Gabriele Ottaviani

Sul parabrezza giace un cigno morto…

Con bella prosa, ottimo stile e gran chiarezza Luca Pacilio realizza per Gremese una brillante e approfondita esegesi sotto ogni punto di vista di uno dei film più significativi di uno dei più noti, discussi, originali e celebrati maestri a livello internazionale della settima arte, Lo zoo di Venere di Peter Greenaway, pellicola del millenovecentoottantacinque girata nel giardino zoologico olandese di Rotterdam con, tra gli altri, Andréa Ferréol e Brian ed Eric Deacon, che mette in scena attraverso il racconto della putrescenza le otto tappe della teoria dell’evoluzione naturale formalizzata da Charles Darwin per narrare la necessità della morte per la prosecuzione della vita proponendo allo spettatore la visione degli orrendi esperimenti di due fratelli gemelli zoologi e siamesi separati che hanno perduto le mogli in un tragico e al tempo stesso grottesco incidente d’auto con un cigno: da non lasciarsi affatto sfuggire, per tutti gli appassionati e non solo.

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“La cucina di Leonardo da Vinci”

716KKZJbGxL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Pigliansi quindici ova fresche con tre libbre di giuncata…

Il due di maggio, il giorno dopo la festa del lavoro, si celebrerà il mezzo millennio dalla morte del più grande genio, o quantomeno, con ogni probabilità, di uno in assoluto dei maggiori che la storia umana possa ricordare e annoverare nel suo tempestoso flusso: Leonardo Da Vinci. Che ha inventato di tutto e di più – finanche un tipo di forno e di girarrosto – e che era anche un grande appassionato di scenografia e cucina (per lui il desco era una luogo simbolico e sacro: come dargli torto…), come ricorda persino una deliziosa storia a fumetti di Topolino di quattordici anni fa che tra il serio e il faceto lo fa gestore di una trattoria eccessivamente all’avanguardia assieme a Botticelli presso cui si recano, nei consueti viaggi nel tempo loro affidati da Zapotec e Marlin, i prodi Topolino e Pippo. Sempre il due di maggio il presidente della repubblica Sergio Mattarella incontrerà il suo omologo transalpino all’Eliseo, Emmanuel Macron, proprio per omaggiare anche a Parigi la memoria dell’artista, in merito al quale si stanno organizzando un po’ dappertutto numerosi e vari eventi: in questi giorni invece esce in Italia, e in contemporanea in Francia nella lingua di Rabelais, per Gremese La cucina di Leonardo da Vinci di Sandro Masci, un testo raffinatissimo sin dall’edizione che realizza un mirabile affresco del rinascimento, raccontando di gastronomia, della corte di Ludovico il Moro, del fantomatico Codice Romanoff e di ricette: il biancomangiare, la fava menata, il brodo di cappone, la minestra alle mele, la minestra alla coratella, il pollo alla lombarda, il cappellaccio di zucca, gli gnocchi di pane, la torta di rape, il rombo alla mostarda, il fagiano stufato, le rane fritte, le frittelle di fior di sambuco… Decisamente succulento.

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“Il silenzio è d’oro”

Screenshot (156).pngdi Gabriele Ottaviani

La sequenza successiva inizia dal dettaglio di una mano che gira la manovella di una macchina da presa: regista e operatore stanno girando una farsa slapstick, dove finalmente è stata sfruttata anche la capra (la vediamo, insieme al suo padrone, inseguita da gendarmi e altra gente: una tipica comica di inseguimenti, il genere più diffuso in quegli anni). Tra le comparse c’è anche Jacques con una ridicola barba finta. A fine ripresa, il giovane comunica ai colleghi la decisione di arruolarsi, ma per soli 28 giorni, nell’esercito: probabilmente allo scopo di dimenticare la delusione d’amore. I colleghi lo prendono amichevolmente in giro. All’interno di una carrozza privata…

Il silenzio è d’oro, Giulio D’Amicone, Gremese. Programmista, regista radiofonico e televisivo, dottore in lettere, esperto di cinema, Giulio D’Amicone in questo volume ben confezionato e di grande fruibilità realizza un’esegesi dettagliatissima di una celebre pellicola di un autore a cui ha già dedicato degli scritti, Renè Clair, che nel millenovecentoquarantasette si aggiudica il Pardo d’Oro nella magnifica cornice di Locarno con la storia poetica, metacinematografica e profondamente simbolica, in cui il grandissimo Maurice Chevalier interpreta il suo alter ego, ambientata nella Parigi del millenovecentosei, di un anziano regista cinematografico dell’epoca del muto, Émile Clément, che impartisce a Jacques, il suo timido assistente, per cui nutre un affetto quasi paterno, lezioni d’amore per fargli conquistare la ragazza di cui è innamorato. Che però… Da non lasciarsi sfuggire per nessun motivo.

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“Gira il tuo film come Tarantino”

gira_il_tuo_film_come_tarantino.pngdi Gabriele Ottaviani

Quando due personaggi sono bloccati in una conversazione, muovete la cinepresa in modo che solo uno venga inquadrato. In tal modo il pubblico avvertirà un senso di inquietudine.

Gira il tuo film come Tarantino, Christopher Kenworthy, Gremese, traduzione di Fabio Bernabei. Bella l’edizione, belli i frame dei film (Bastardi senza gloria, Jackie Brown, Django Unchained, Kill Bill, Pulp Fiction, Le iene), chiarissimi i titoli dei capitoli (Tensione in crescendo, Conflitto velato, Attesa, Tensione insostenibile, Stacchi minimali, Violenza incombente, Anticlimax intenzionale, Rompere la normalità, Controllare lo spazio, Conversazioni di gruppo, Perdere il controllo), ognuno dei quali pare quasi un racconto, una variazione sul medesimo tema, perfetta la sintesi realizzata dal sottotitolo, Rappresentare efficacemente tensione, conflitto e pericolo sul grande schermo: le tecniche di ripresa e i segreti del grande maestro; Kenworthy, cinquantunenne britannico trasferitosi in Australia, regista e autore di manuali di cinema, realizza un vademecum che è anche un’esegesi e un saggio limpido, interessante, illuminante, divertente e divulgativo sulla settima arte.

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“Una ragazza nella giungla di Calais”

GREMESE 9788866920489 Una ragazza nella giungla di calaisdi Gabriele Ottaviani

Hawa le ha chiesto se l’acqua fosse fredda, e anche se Elira ha risposto che era gelata, i ragazzi si sono messi in mutande e l’hanno raggiunta, poi anche Hawa si è gettata in acqua, rimanendo con l’ultimo strato di vestiti addosso. Col freddo i capelli diventavano lisci, l’acqua creava delle chiazze sui loro volti pieni di polvere, erano pallidi e tremolanti. Milad ha lasciato entrare Jawad nell’acqua nonostante il raffreddore. Hawa teneva chiusi gli occhi mentre avvertiva il contatto con l’acqua e si lavava, per una volta, sulle piastrelle blu che potevano sembrare quelle di una piscina, se ci fosse stata meno ruggine. Si è strofinata energicamente la pelle che le si arrossava. C’era un buon profumo. Milad ha immerso la testa di Ibrahim fino a che quello non si è dimenato con gesti sconnessi e non è rimasto a corto di fiato. Ali e Jawad, contenti di vedere uno dei grandi fare una figuraccia, hanno preso i loro vestiti fingendo di portarseli via, e gli altri si sono messi a strillare come pecore sgozzate, allora hanno fatto marcia indietro ridendo, per poi far finta di gettare i vestiti nell’acqua così da fare urlare gli altri ancora un po’. Ed è in quel momento che sono arrivati degli uomini che sbraitavano furiosamente.

Una ragazza nella giungla di Calais, Delphine Coulin, Gremese, traduzione di Alessandro Di Lelio. Si sveglia, affamata, per prima. Tutti gli altri dormono nella tenda blu. Le luci fioche splendono debolmente e rade all’orizzonte. Il vento gelido, un fiato salato, spira dall’Inghilterra. Sono mesi che attende. Ha freddo. Il naso gelato che le gocciola. Se lo asciuga con la giacca. Lo stradone è deserto. E lei è lì, in mezzo, accanto solo un piccione cui manca una zampa, che saltella come se stesse giocando a campana. Come un ragazzo, ma la bella canzone di Sylvie Vartan non c’entra niente. O forse sì. Somiglia a un ragazzo, specialmente da quando s’è tagliata i capelli col coltello. È nella giungla. Non una foresta di liane e mangrovie, ma una bidonville di fango e lamiere, la più grande d’Europa, rifugio per migliaia di clandestini: questa è la sua storia. E non solo. Raccontata con empatia e senza retorica in un libro non solo bello e intenso, ma soprattutto importante. Dal punto di vista etico, civile, morale, sociale, culturale. Da non perdere assolutamente.

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“Il cinema di Guillaume Apollinaire”

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Nella prima parte, “Il Faro del Paon” – scritta da André Billy –, il romanziere Raymond Breteuil è in villeggiatura sull’isola di Bréhat, dove decide di visitare il faro del Paon. Un contadino, indicandogli la strada, lo informa che Aline le Briant è una strana e selvaggia guardiana del faro. Infatti, Raymond Breteuil ha molte difficoltà a entrare in contatto con lei, ma ci riesce dopo averle porto un biglietto da visita sul quale ha scritto “Sono romanziere e poeta”. «Poiché Lei è poeta, entri pure! Amo tanto la poesia!», esclama allora Aline, aprendogli la porta. Lei vive circondata dai libri. Essendo così ben predisposta, la giovane donna si confida: il suo amato, il marinaio Yves Maëdec, è sparito una notte a Nantes. Di lui non le sono rimasti che un anello di fidanzamento e un ritratto fotografico.

Il cinema di Guillaume Apollinaire – Manoscritti inediti del primo poeta del cinema, Carole Aurouet, Gremese, traduzione di Chloé Lafitte e Dominique Taralon, postfazioni di Isabelle Diu e Silvana Cirillo. Guillaume Apollinaire è stato uno dei più grandi poeti della storia. Ma non solo. Ha scritto anche delle sceneggiature. Cento anni fa esatti moriva, e la settima arte era solo una giovanissima creatura piena di speranze eppure già in grado di far sognare e palpitare i cuori: Carole Aurouet, ricercatrice di chiara fama ed evidentemente appassionata e assai meticolosa, con chiaro e riuscito intento divulgativo esaltato da una veste grafica perfettamente aderente al mood e da un fantastico corredo di immagini e documenti ci porta a conoscere un altro importantissimo aspetto della produzione, in cui si riverberano molteplici tematiche, aspetti della sua personalità, livelli di lettura, chiavi di interpretazione simboliche e non solo, di stupefacente lungimiranza (del resto l’artista è albatros che vola alto e vede oltre, la terra gli sta stretta e scomoda), di questo autore formidabile. Da non perdere.

 

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