Libri

“I duellanti di Algeri”

41Qz-1MkkQL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La sera dopo mi ritrovai davanti a un muro.

Scrittori, avventurieri, imprigionati insieme, amici: Cervantes, cui si deve il romanzo moderno, e Veneziano si conobbero. E non solo. In questo agilissimo volumetto di Francesco Randazzo per Graphofeel si racconta, prendendo le mosse dal ritrovamento di un manoscritto dell’autore spagnolo, la loro vicenda: I duellanti di Algeri – Le meravigliose avventure di Miguel Cervantes e Antonio Veneziano è divertente, brillante, intenso, interessante.

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Libri

“Le impressioni di Berthe”

51ePrzbDZ7L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Con lui le mie parole non cadono mai nel vuoto.

A un anno preciso di distanza dalla sua morte a Berthe Morisot, pittrice impressionista cui ora a Parigi è dedicato un giardino, moglie del fratello di Manet, col quale comunque visse una reciproca e fulgente passione, madre di Julie, sorella di Edma, pressoché omonima del padre, viene tributato da Durant-Ruel, gallerista, l’omaggio di una mostra retrospettiva composta da quasi quattro centinaia di dipinti e disegni: tutti si affannano per fare in modo che l’evento sia perfetto, ma Julie si perde a osservare certe opere, e ripercorre la storia umana e professionale di colei che le ha dato la vita, e che l’arte ha reso immortale. Le impressioni di Berthe, Stella Stollo, Graphofeel, è un ritratto semplice e chiaro, davvero straordinariamente riuscito.

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Intervista, Libri

Giulia Funiciello: Alice e non solo

41EfMTkKYJL._AC_US218_di Gabriele Ottaviani

Giulia Funiciello scrive Alice.exe: Convenzionali la intervista.

Chi è Alice?

È molto difficile dire chi sia Alice, io stessa credo di non saperlo con certezza. Alice è una ragazza come tante, va a scuola, non ha nessuna voglia di fare i compiti, si vuole divertire. Immagino che, cose di questo calibro, facciano parte del DNA dello studente medio, anzi, dell’adolescente medio. Lo ammetto siamo pigri e questa pigrizia in Alice l’ho esagerata. Ma questo non ha ancora dato una risposta a questa domanda. Credo che Alice sia un miscuglio di diverse componenti come piccole parti del mio carattere, atteggiamenti modi di fare che vorrei avere, qualche componente autobiografica. Però è importante sapere che io non sono Alice e Alice non è me. Credo che uno scrittore deve fare personaggi il più possibili diversi da sé, fare il contrario sarebbe troppo facile. Questo non significa inventare necessariamente di sana pianta una persona, è possibile prendere ispirazione da se stessi o da conoscenti; attenzione, prendere ispirazione, non copiare. Alla fine ritornando ad Alice credo che lei sia semplicemente una ragazzina, ritrovatasi protagonista di una storia, in cui altri potrebbero immedesimarsi.

Perché secondo te le realtà virtuali, a vario titolo, possono essere così seducenti, intriganti, avvincenti, ammalianti?

Se mi posso permettere questa domanda sembra tendere al negativo, ma ovviamente è solo una mia impressione. Le realtà virtuali presentano un’evasione dalla monotonia della realtà e adesso ce n’è per tutti i gusti: ognuno nel virtuale può trovare il proprio mondo. Mi sento chiamata molto in causa quando si tratta di “realtà alternative” in generale visto che con la testa sto più nell’iperuranio che sulla terra ferma. Spesso e volentieri la realtà non è piacevole (parlo per esperienza) e si vuole stare il più possibile lontano da questa trovando un rifugio e un luogo sicuro in cui letteralmente scappare. Le realtà virtuali sono un’ottimo rimedio a questo disagio e per questo spesso e volentieri si ci affida a queste realtà parallele quali quelle virtuali, ma non sono le uniche; c’è la musica, i propri pensieri e molto altro. Le realtà virtuali risultano accattivanti perché concedono una pausa dalla faticosa faccenda che noi chiamiamo vita.

Che cosa significa per te scrivere?

Per me scrivere esaudisce una sorta di bisogno primario, come bere o dormire. È qualcosa che mi da la pace interiore e mi aiuta a mettere la testa in ordine anche se per poco tempo, visto che non faccio altro che intripparmi il cervello da sola. Descrivere la sensazione che si prova quando scrivi una storia è difficile quasi quanto descrivere l’innamoramento e, guarda caso, in entrambi, nell’antica Grecia, era una manifestazione del divino. Diciamo che scrivere è la mia alternativa al diario segreto: tendo a distribuire, più o meno equamente, tra i miei personaggi quello che provo, ma non esplicitamente; infatti non posso lasciare che chiunque sappi come mi sento, ma solo quelli che leggeranno le mie storie con una chiave di lettura più profonda capiranno il vero messaggio che ho trasmesso. La cosa divertente è che io stessa non sono a conoscenza di queste sensazioni quindi sarà un po’ come scoprire lati di me che pensavo di non avere. Quindi la scrittura per me oltre a essere liberatoria è anche un modo per conoscermi meglio, mi rimane solo interpretare i segni.

Che cos’è l’adolescenza?

Oh che domanda brutta! Scherzi a parte… boh, non ne sono sicura. Non nego che sia un “periodaccio” della vita umana, anzi lo dico apertamente, io sto odiando questa fase. Prima di tutto ti vengono sconclusionate tutte le certezze con cui eri cresciuto da bambino e poi la situazione peggiora. Dopo queste dichiarazioni è abbastanza chiaro che l’idea di crescere mi metta una tale ansia che l’interrogazione di latino può solo accompagnare. Durante l’adolescenza quel poco di cui eri sicuro viene completamente spazzato via e rimani tu da solo contro tutti e non sei sicuro di cosa fare; ti guardi intorno e ti rendi conto che il mondo è pieno di gente strana che non riesci a capire, non sai se ti devi adeguare perdendo la tua identità o rimanere te stesso non riuscendo a integrarti completamente con gli altri. Altro che indipendenza, più cresci più ti ritrovi generali militari al posto dei tuoi genitori e ti chiedi cosa sia successo. Detta così sembra un inferno, ma personalmente questa faccenda dell’adolescenza non la vivo molto bene: sono molto legata all’infanzia e purtroppo non riesco a far pace col fatto che ormai è finita e non è possibile replicare. In sintesi l’adolescenza è il periodo in cui iniziano i guai. Cavoli, l’ho fatta davvero molto tragica questa situazione.

Chi sono i nemici dei ragazzi oggi?

È la giornata delle domande filosofiche e non lo sapevo? I nemici dei ragazzi…ne abbiamo molti eppure voi adulti vi ostinate a dire che siano proprio “gli arnesi tecnologici” che alcuni di voi detestano come un’italiano detesta la piazza con l’ananas. Ecco nel secondo caso l’odio è più che giustificato, nel primo neanche per sogno. I veri nemici di noi giovani sono ben altri. Purtroppo tecnologia a volte supporta i nostri nemici, ma non è l’antagonista principale. Stiamo crescendo in una società in cui conta solo quello che si vede e quello che gli altri si aspettano: io per una situazione simile non posso far altro che provare irritazione. Il nostro vero nemico è “la massa”: ci troviamo davanti un bivio, rinunciare a noi stessi per farci accettare oppure fare quello che si vuole, ma rischiare di rimanere soli. E’ inutile ripetere a pappardella “sii te stesso e verrai accettato” perché non è così semplice come si dice. Sulla base di questo concludo dicendo che, se si intraprende la via del “rimanere se stessi”, che ho deciso di intraprendere con altri coraggiosi, senza falsificare niente di sé, sarà più difficile trovare amici, ma una volta trovati saranno quelli giusti. Credo sia questo il nostro nemico, non le nuove tecnologie.

Che cosa dovrebbe fare la società per le nuove generazioni?

In primo luogo smettere di disprezzarci. Non so come mai, ma sento come se non andassimo a genio, sempre a dirci che siamo maleducati e sempre dietro ai telefonini. Non mi capacito del perché o, forse, ho solo un’idea: credo che sia dovuto dal fatto che tra la loro generazione e la nostra ci sia stato uno sbalzo, forse dovuto proprio da questa “tecnologia” e automaticamente siamo visti con sospetto. Lo stesso sospetto con cui attualmente sono visti gli estranei provenienti da altri paesi. Mi dispiace pensarla così, però, questa è la mia visione. Attenzione, io non sto dicendo che essere sospettosi sia il male assoluto, è normale, ma c’è un limite a tutto. Quindi ho una specie di sfida per la società: non avere paura di noi solo perché stiamo crescendo in modo diverso, noi giovani possiamo imparare da voi, ma anche voi da noi. Basta cooperare e magari qualcosa la potremo addirittura sistemare insieme. Forse è solo un’utopia, d’altronde pure Aristotele scriveva che alla sua epoca i giovani fossero irrispettosi dei più anziani.

Studi violino: che ruolo ha la musica nella tua vita?

Ecco qui un’altra domanda complicata! Dillo che si tratta di un complotto! No, dai, scherzo. Allora, credo che descrivere il rapporto con la musica sia più difficile di descrivere quello con una persona. È molto strano. La musica mi conosce alla perfezione, ma non posso dire lo stesso per lei: quando la ascolto capita a pennello la musica giusta per quella situazione; che sia triste, felice o arrabbiata col mondo. Sto per dire qualcosa che potrebbe dire un misantropo (spero di no), ma credo che la musica sia la cosa più affidabile che ci sia nella mia vita…poi c’è lui! Quel tremendo pezzo di legno assemblato a violino. È un rapporto ancora più strano di quello con la musica: va oltre l’amore e l’odio, ma non hai idea delle litigate che facciamo. Il mio violino è molto geloso di me e se non gli dedico abbastanza tempo (cosa che di solito faccio) si vendica quando studio. Però tutto sommato non è così brutto… il male assoluto è solfeggio, quello è un nemico che va assolutamente debellato! Lo detesto, peccato che si debbano fare gli esami per forza…

Fai il classico: meglio Cesare o Tucidide?

Partiamo dal presupposto che Socrate è al primo posto sempre e comunque, adesso posso esprimere la mia preferenza: non lo so. Insomma, Cesare è stato una marea di cose: scrittore, condottiero, politico, console, pretore e altro che adesso mi sfugge. La cosa che mi stona è che fosse politico e in questo periodo la politica non è al meglio delle sue facoltà. Per esempio Cesare, sebbene stratega eccelso, ha manomesso volontariamente testimonianze riguardo i galli per scopi politici per farsi bello agli occhi di Roma. Tucidide, storico greco, si è impegnato a trasporre i fatti così come sono accaduti. Ha cercato di essere il più fedele possibile agli eventi. Inoltre la Grecia per me parte in vantaggio (nonostante seri problemi con la lingua) in quanto patria della filosofia e della società moderna, quindi mi schiero dalla parte di Tucidide. Cesare, mi dispiace, ma sei comunque un bravissimo condottiero, questo te lo concedo.

Il libro e il film del cuore e perché.

Riguardo ai libri se la contendono La storia infinita e Il mondo di Sofia, ma penso di avere nel cuore il secondo. Mi è stato regalato nel Natale della seconda media ed è stato un libro che mi a cambiato l’esistenza: ci ho impiegato otto mesi per leggerlo, ma ne è valsa la pena. Probabilmente adesso pensi “cosa ci capisce una dodicenne di filosofia?” mi ricordo che l’unico filosofo che non ho ben compreso fosse stato Spinoza, fantastico si, peccato che attualmente non ricordo tutto il resto. Con quel libro ho capito che avrei dovuto fare filosofia, che sarei dovuta rimanere coerente a me stessa a costo di rimanere da sola e soprattutto che avrei dovuto tenermi ben stretto il mio lato infantile, quello che tuttora mi permette di immaginare cose assurde e fare sogni assurdi.

Il film… anche questa è difficile. Non saprei dove andare a parare con i film… Il film del cuore… chissà. Posso solo citarne alcuni: Il mago di Oz, La vita è bella, Le 5 leggende e Peter Pan. Non ho un film del cuore purtroppo, forse sì, ma non credo sia così importante da ricordarlo.

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Libri

“Quelli di via Teulada”

51Mz1tu-V3L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Non potevamo sapere che dietro di noi ci stavamo chiudendo una porta su un’epoca.

Quelli di via Teulada, Daniela Attilini, Graphofeel. Autrice, inviata, curatrice, scrittrice: Daniela Attilini racconta la vita, la storia e l’immaginario collettivo italiano in un bel libro che prende le mosse da una via che certo non è la più turistica fra quelle di Roma, anche se tutti la conoscono pure ben oltre i confini, che poi confini non sono, perché non riescono affatto a cingere tutta la metropoli, del grande raccordo anulare. Via Teulada. Quartiere Prati. A un tiro di schioppo dalla città giudiziaria, alle pendici della Riserva Naturale di Monte Mario, laddove c’è una delle più prestigiose sedi della famosa mamma che ti allatta dall’antenna, per citare Renato Zero, la più importante azienda editoriale italiana e non solo che ha persino insegnato a leggere e scrivere a milioni di persone grazie al maestro Manzi: la Rai. Attorno a cui ruotano la Storia – la porta che si chiudono alle spalle le mamma e la figlia nella citazione è quella che, correndo a bordo della Cinquecento rossa, essendo le nove di mattina e già in ritardo, tipica famiglia romana con due figli che devono andare a scuola e a uno dei due scappa di andare in bagno già sulla soglia e due genitori che devono arrivare al lavoro, si lasciano dietro quando svoltano da via Fani, di fatto parallela della Camilluccia, su via Stresa, superato lo stop, il sedici di marzo del millenovecentosettantotto: incolumi, loro… – e le storie che Daniela Attilini, intensamente e abilmente, racconta.

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Libri

“Alice.exe”

41EfMTkKYJL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

–          Che è successo?

          Niente, ho solo appena scoperto di essere seguita da uno stalker e forse potenziale… no, nulla!

Alice.exe, Giulia Funiciello, Graphofeel. Alice ha dodici anni, la sua quotidianità è un po’ monotona, tende a essere nerd e un giorno si ritrova protagonista di un’avventura incredibile che ne sconvolge la routine: diventa la protagonista di un videogioco. Si ritrova all’interno di questa realtà virtuale ma tangibilissima che la appassiona e che le consente un’innocente evasione: come sempre però i tiri mancini della vita sono in agguato, e… Divertente, ironico, profondo, lieve ma non superficiale, brillante e fresco, il romanzo della giovanissima Giulia Funiciello è una lettura graziosissima.

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Intervista, Libri

“Quelli di via Teulada”: intervista all’autrice

51Mz1tu-V3L._AC_US218_di Gabriele Ottaviani

Daniela Attilini scrive Quelli di via Teulada, e Convenzionali con gioia la intervista per voi.

Quelli di via Teulada sembrano un po’ i ragazzi di via Panisperna, mutatis mutandis, c’è un entusiasmo pionieristico e coinvolgente nel libro: che mondo è quello del sistema radiotelevisivo italiano, e come è cambiato negli anni?

E’ un sistema “vivo” e dunque in continua evoluzione. I ragazzi di via Teulada del ‘54 rispecchiavano l’epoca del dopoguerra, il desiderio di rivincita, l’entusiasmo con cui si tuffavano in una nuova avventura affrontando tutte le novità di un media nuovo e tutto da inventare. Ma era l’intero Paese che si stava rimboccando le maniche per la ricostruzione. Si investiva. Si rischiava. Si vinceva. La televisione è lo specchio del paese. E la domanda che ci facciamo attualmente sul se e in che modo influenzi la cultura, i gusti della popolazione o come la popolazione e i suoi bisogni influenzino la produzione televisiva è l’annoso problema della nascita dell’uovo e della gallina.

Che ruolo hanno i mezzi di comunicazione di massa nell’immaginario collettivo?

Dipende molto dalle generazioni a cui si parla. Per un target anagraficamente più grande la televisione rappresenta ancora un punto di riferimento. Per i più giovani invece è il mondo dei social ad avere maggior appeal. Ed è per questo che il mondo della Tv deve sviluppare in parallelo un linguaggio e dei prodotti fruibili in tal senso. In parallelo c’è il problema di come riavvicinare i giovani al mondo della televisione, e quale linguaggio bisogna adottare.

Che cos’è il servizio pubblico?

È il servizio che ascolta, capta bisogni, dà risposte.

Cosa rappresenta la Rai per la storia del paese?

Una colonna. È stata una rivoluzione mediatica di tali proporzioni che ciascuno di noi ha con la RAI un debito di riconoscenza. È stata l’azienda che ha istruito gli analfabeti con il Maestro Manzi, che ha portato la musica nelle case con Canzonissima, che ha seguito eventi come l’allunaggio, l’attentato a Moro. L’immagine che dobbiamo ricordare è quella di gruppi di ascolto che si incontravano in un bar o nel cortile di casa, tutti insieme davanti ad un unico televisore. La RAI ha completato quell’unità d’Italia iniziata nel Risorgimento.

Chi era Gianni Attilini?

Era uno di quelli che “faceva” (così si dice) il telegiornale, curandone in particolare le immagini da mandare in onda e seguendo fino all’ultimo la diretta televisiva. Nella sostanza era un pioniere, un appassionato, un perfezionista. Una persona di grande professionalità che pretendeva molto da se stesso e dagli altri. Ma sapeva anche dare. Era estremamente generoso e attento. Aveva percepito l’importanza della televisione e del telegiornale. Aveva rispetto per il pubblico e viveva il suo lavoro come una vera e propria missione. E si divertiva.

Perché scrive?

Per fermare in una manciata di ricordi una storia. Questo purtroppo è un paese che non ha memoria. Tutto passa via velocemente. Credo ci sia bisogno di storie, ancor più di piccole storie incastonate nella grande storia del nostro paese.

Il libro e il film del cuore, e perché.

Memorie di Adriano il libro. Perché è la descrizione della vita. Della sua importanza e della sua fugacità. E racchiude grandi insegnamenti. Lo leggi a 15 anni e ti dice qualcosa, lo rileggi a 40 e ti dice altro. In seconda battuta Il Piccolo Principe, perché l’essenziale è invisibile agli occhi. Il film… ce ne sono tanti… voglio citare Il diritto di contare uscito un paio di anni fa, perché sono una donna, perché le protagoniste sono state pioniere e hanno avuto coraggio, come solo noi donne ne sappiamo avere, in un modo tutto speciale. Perché non bisogna mai arrendersi e si deve rischiare, gettando lo sguardo oltre l’ostacolo. Come fecero Quelli di via Teulada.

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Libri

“Sei giorni”

41Ok7LHkPbL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Mi ritrovai in ginocchio, le palpebre serrate, le mani a tappare le orecchie. Per non vedere. Per non ascoltare.

Sei giorni, Stefano Valente, Graphofeel. La guerra è il male, si sa. E dietro l’angolo, a un attimo da casa nostra, in un passato non remoto, dato che i decenni sono granelli di sabbia nella clessidra della storia, se n’è combattuta una fra le più feroci. Connotata da una pulizia etnica aberrante i cui segni sono ancora evidentissimi, veri e propri marchi a fuoco sulla pelle e nei paesaggi: Stefano Valente, con prosa potente, colta, scabra e avvincente, racconta, come da sottotitolo, di Iacopo, l’Educatino che tornò a piedi insieme al violento e crudele Gabro, compagno di trincea, attraverso un paese devastato, l’immaginaria Češnekia dove si parla una sorta di fittizio serbo-croato-sloveno che combatte con un’altra terra mai nominata e di pura invenzione anch’essa. Ma si può parlare ancora davvero in questi nostri tempi di pura invenzione? E di fine della guerra? Da leggere.

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Intervista, Libri

“Sei giorni”: l’uomo non impara…

41Ok7LHkPbL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Stefano Valente ha scritto l’intenso Sei giorni: Convenzionali ha il grande piacere di intervistarlo per voi.

Da quale esigenza nasce questo libro?

Dal ’91 al ’95 abbiamo vissuto fianco a fianco con uno dei conflitti più atroci di sempre, quello della guerra civile nella ex Jugoslavia alla quale Sei giorni è liberamente ispirato. Un conflitto vicino, eppure remotissimo per noi italiani – distaccati, disinteressati. Accidiosi vorrei dire. È stata quasi una scelta di non sporcarsi, non mettersi in moto contro l’orrore che avevamo dietro la porta di casa. Follia e colpa, credo, la nostra. Irresponsabilità civile, potrebbe chiamarla qualcuno. La pulizia etnica con i suoi massacri sono stati l’aspetto più orrendo. In me si erano sedimentate immagini, sensazioni, ombre, echi dolorosi di eventi che a un dato momento non ho potuto più far tacere. Dovevano venir fuori. Anche un senso di colpa, sì, per il non aver cercato di comprendere, per il non aver agito di tutti noialtri, a tutti i livelli…

Cosa rappresenta la guerra nella nostra società?

La Storia, con la s maiuscola, insegna che l’uomo non impara dal passato, dimentica, ricade diabolicamente negli stessi drammatici errori. La guerra civile nella ex Jugoslavia lo testimonia in pieno. Accaduta ieri, identica alle atrocità del passato prossimo o di quello remoto. La guerra è il tempo durante il quale l’uomo si confronta per necessità con i suoi bisogni e i suoi istinti basilari, più primitivi. La fame, il freddo, l’odio, per dirne alcuni. La lotta per la sopravvivenza, che consideriamo una dimensione tipica del mondo animale, diventa di colpo umana in senso drammaticamente peculiare. Come non ci fosse stato mai spazio per altro. Un azzeramento totale delle coscienze accecate e rigonfie del veleno che le scaglia contro l’altro, contro chi ora è giudicato diverso, ma fino a ieri era nostro fratello. La guerra di Sei giorni è un po’ la metafora di tutte le guerre. E alla fine c’è sempre un dio da invocare, temere, maledire, nominare invano. Dio in qualche modo dà giustificazione all’odio, l’uomo se ne serve per trovare un motivo profondo, impossibile da mettere in discussione, alla guerra – di per sé ingiustificabile. Il tema del jihad, della guerra santa, qualunque vessillo esso agiti, di fatto non cessa di marcare le violenze umane…

Cosa le è interessato maggiormente mettere in risalto nei suoi personaggi e nella vicenda che ha scelto di raccontare?

Forse la scoperta, la rivelazione di noi stessi. O del nostro lato nascosto, più oscuro, inimmaginabile. Mi intrigano i risvolti nascosti del reale, le molteplicità delle “facce” e delle anime dell’uomo… I protagonisti principali di Sei giorni sono un non-eroe e il suo esatto contrario. Neppure questo un eroe: il tempo degli eroi è finito con la crudeltà, con una Storia che ha messo al bando definitivamente i numi, gli dèi, e li ha sostituiti con gli istinti più bassi – forse anche i più elementari – dell’umanità. Iacopo è “l’Educatino”, il Gabro che lo accompagna è la violenza e l’amoralità. Tuttavia il Gabro è necessario a Iacopo, vitale, gli serve per farcela – per tornare “a piedi” attraverso un mondo che brucia ancora, non smette. E forse anche l’Educatino è essenziale per il suo compagno…

Qual è il messaggio che desidera trasmettere?

Probabilmente Sei giorni è un romanzo che vuole spingere il lettore a porsi delle domande fondamentali – quesiti che, per ignavia, mancanza di coraggio o semplice pigrizia, noialtri, fortunati cittadini di un mondo pacificato ma circondato ovunque da guerre, continuiamo a evitare. C’è un limite? Fino a che punto può spingersi l’essere umano? Lo stesso concetto di “umano” ha ancora un senso? Ritengo che chi scrive non possa altro che proporre una ricerca, la sua propria, ma non debba mai avere la presunzione di sciorinare verità. Lavorando a Sei giorni io credo – o forse mi illudo – di aver sfiorato il cuore doloroso, ma anche tenerissimo, del limite della dignità umana. Una linea di demarcazione, o magari un muro di filo spinato, che corre là dove le esistenze sono davvero a contatto, spalla contro spalla, con le altre vite, e in nessun altro luogo…

Lei è glottologo e studioso di letterature iberoromanze: che strumenti ci danno proprio la glottologia e la letteratura per analizzare, interpretare, conoscere il mondo?

Conoscere altre lingue è poter disporre di diversi punti d’osservazione, di interpretazione della realtà. Grazie al portoghese, la mia “lingua dell’anima” – nella quale spesso mi capita di pensare, o parlare fra me e me, e anche di scrivere –, ho a volte l’impressione di cogliere aspetti “altri” del vero, o dell’immaginario. Come glottologo, cioè studioso delle lingue (in senso storico – diacronico – e non solo), non smette ad esempio di entusiasmarmi quanto la struttura della nostra lingua madre condizioni anche i nostri processi mentali. Il nostro pensiero è articolato in frasi che necessariamente obbediscono alle strutture della lingua con cui comunichiamo abitualmente. Siamo convinti che il tessuto della realtà sia uno e uno solo per tutti gli esseri umani; ma non è affatto così. L’esempio dei colori è emblematico: mentre noi sappiamo bene a quale colore ci riferiamo parlando del cielo, in greco antico non esisteva un termine per ‘azzurro’, e in gallese glas contempla l’intera la gamma dei verdi e dei blu. Quasi come la parola giapponese ao, che vale sia per azzurro che per verde (e infatti in Giappone la luce verde dei semafori è decisamente tendente al blu). Insomma: la lingua finisce per “plasmare” il modo nel quale vediamo il mondo. Questo non può che arricchire la scrittura, la letteratura o meglio le letterature, che io intendo proprio come il tentativo di raccontare la complessità, il veicolo della molteplicità di cui sono intessute delle esistenze.

Il libro e il film del cuore, e perché.

Scelta nient’affatto facile, ho tanti titoli in testa… Come libro dico La notte dell’angelo di Luca Desiato. Uno dei massimi autori viventi della letteratura italiana, per me un maestro – che ho avuto la fortuna di conoscere e che mi onora con la sua amicizia ed i suoi consigli. Ne La notte dell’angelo, senza ombra di dubbio il maggior romanzo storico mai pubblicato su Caravaggio – quello che meglio riesce a trasmettere il senso di inquietudine violenta, della lotta interiore tra materia e anima dell’artista –, Desiato ci stordisce e ci ammalia con la sua lingua ricchissima, immaginifica, piena di invenzioni e lirismo, all’interno di una narrazione che esprime una maturità stilistica e strutturale incomparabile. Come film, resto senza dubbio in ambito storico con Il mestiere delle armi del purtroppo recentemente scomparso Ermanno Olmi. È una pellicola che ricostruisce la vita di Giovanni dalle Bande Nere, e lo fa con un’attenzione filologica spettacolare che, pure, nulla toglie alla drammaticità della storia, ma al contrario la esalta. L’ascesa e l’ineluttabile declino delle fortune di un condottiero segnati dal passaggio cruciale dalla guerra “antica” a quella “moderna”, quando le armi da fuoco iniziano a soppiantare l’acciaio delle spade. Ecco, ritorna prepotentemente il tema della guerra. Inseparabile dall’essere umano attraverso i secoli…

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Libri

“La tesi della Duchessa”

Front500x700 la tesi della duchessadi Gabriele Ottaviani

Lucrezia torna puntuale come un’influenza stagionale.

La tesi della Duchessa, Ilaria Vespignani, Graphofeel. Si sa, quando si deve scrivere la tesi, in vista della discussione e dell’agognata laurea, ci si immerge, a meno che non si voglia fare un lavoro un po’ meno approfondito, ma in effetti è raro che ciò accada, nelle ricerche anima e corpo, di consueto si pensa a poco altro e pare quasi di vivere a braccetto con i personaggi in merito ai quali si sta alacremente lavorando: è ciò che capita anche a Lucrezia, che sta per diventare dottoressa in storia dell’arte. La sua esperienza però è ancora più forte: imbattendosi nella vicenda di Battista Sforza, consorte del duca di Urbino Federico da Montefeltro, morta ventiseienne, praticamente sua coetanea, nel millequattrocentosettantadue, Lucrezia entra in contatto con la quotidianità, che le viene svelata, di una ragazza nobile nel Rinascimento. E non solo… Graziosissimo e brillante, da leggere.

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Libri

“Applaudire con i piedi”

cpj_New_Applaudire-500x500di Gabriele Ottaviani

Nell’Opera, così come negli spettacoli teatrali, augurare “buona fortuna” è assolutamente vietato…

Applaudire con i piedi – segreti e curiosità della musica colta, Anna Rollando, Graphofeel. Violista, concertista, dottoressa in scienze della comunicazione, si interessa di didattica musicale e della creazione di eventi legati al mondo delle sette note: inoltre, ha un’evidente attitudine alla divulgazione. Anna Rollando scrive un saggio semplice, chiaro, articolato, suggestivo, ricco di aneddoti, curiosità, personaggi, attraverso il quale davvero tutti possono avvicinarsi se lo desiderano al mondo della musica classica, che è in realtà mono meno snob e respingente di quanto possa superficialmente sembrare, anzi (si pensi solo all’uso magnifico che se ne fa nei cartoni animati, Fantasia e Aristogatti in primo luogo)… Da leggere.

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