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“Grand Hotel Scalfari”

15857511050344845924837993460354di Gabriele Ottaviani

Rivisto, con le poche forze che mi restano, nel deposito dei ricordi e so che l’amore ha giocato un ruolo fondamentale.

Probabilmente l’attributo che di primo acchito sovviene alla mente quando anche solo si pensa a Eugenio Scalfari, fondatore di Repubblica, incarnazione della grande speranza delusa della democrazia italiana, galante ammiratore di Gina Lollobrigida, che risponde a una sua affermazione dimostrando un’intelligenza cristallina e un savoir-faire sublime, amico di Italo Calvino, cresciuto a Sanremo, la città del Casinò, nato nell’anno dell’omicidio Matteotti, che una certa storiografia vuole determinato anche dalla posizione del deputato socialista in merito proprio al gioco d’azzardo, fine polemista che sogna che il momento di scivolare in un’altra stanza avvenga – così gli dispiacerebbe meno – nel corso d’un attimo di piccola gioia, come, per esempio, mentre ha in mano una fetta dell’amato pandoro, altrimenti vietatogli a causa del diabete, è austero. Per l’intelligenza, certo. La serietà, ovvio. Il rigore, sicuro. L’autorevolezza, nemmeno a dirlo. Ma con ogni probabilità pure per la barba. E infatti all’onor del mento è dedicato l’incipit di questo bellissimo libro, un viaggio ricco di aneddoti come lo è di primizie una cornucopia, in cui si incontrano Adorno, Afeltra, Agnelli, Amato, Arbasino, Arpino, Asor Rosa, Bacchelli, Bergson, Berlinguer, Berlusconi, Biagi, Bo, Buzzati, Caracciolo, Craxi, Croce, D’Annunzio, De Benedetti, Eco, Gadda, Gassman, Guttuso, Ingrao, La Malfa, Landolfi, Malaparte, Melega, Montale, Montanelli, Moravia, Nenni, Olivetti, Pannunzio, Pavese, Pratolini, Prodi, Rizzoli, Salvemini, Sanguineti, Sciascia, Scorsese, Soldati, Valli, Zucconi e chi più ne ha più ne metta. Grand Hotel Scalfari – Confessioni libertine su un secolo di carta, Antonio Gnoli, Francesco Merlo, Marsilio: straordinariamente sorprendente, intimo, libero, franco, impeccabile e imperdibile.

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