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Di disarmante lirismo poetico…

9515050-saxo-photodi Erminio Fischetti

Nel 1836 il botanico e ufficiale Frederik Wulff viene mandato in Africa a monitorare una piantagione di caffè. Qui si scontrerà con i coloni suoi connazionali che praticano la schiavitù pur essendo stata abolita dalla Danimarca da più di 30 anni e imparerà dagli indigeni il vero senso della vita. Per tutto questo pagherà un prezzo molto alto. Scritto e diretto da Daniel Dencik, Gold coast è un’opera di un lirismo poetico disarmante. Non risente della lentezza narrativa e anche se il finale si allunga troppo, costruisce un tema quanto mai complesso sul senso della natura, della scienza, della storia, non solo dell’Ottocento, ma mettendo in campo anche il secolo successivo, e in particolare il nazismo, i campi di concentramento, i ragazzi che nei lager erano costretti a fare musica per il sollazzo dei persecutori. Un film sul senso della dignità, sulla libertà. Gandhi, Hitler, Mahler, il mito della caverna platonico e Conrad fanno tutti parte del disegno della scrittura. Tra Lezioni di piano, Hunger di Steve McQueen, la filmografia australiana e in particolare Picnic a Hanging Rock di Peter Weir, uno spaccato di cinema, storia, sociologia e filosofia che tiene in maniera complessa il punto senza mai perderlo, con immagini meravigliose dalla fotografia straordinaria.

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33 tff

“Gold coast”

536231278_640di Gabriele Ottaviani

È il milleottocentotrentasei. Siamo in Africa, nella Guinea danese. Frederik Wulff è stato mandato lì dal re per impiantare piantagioni di caffè. È una colonia corrotta, gli edifici che simboleggiano il potere appaiono come bocche dai denti guasti per la troppa ingordigia, scheletri di balena che si stagliano macabri lungo la costa, il governatore è un’anima in pena, in balia dei suoi stessi demoni, incapace del benché minimo controllo su abusi, soprusi e schiavitù, i suoi luogotenenti dei depravati della peggior specie, come non se ne sono visti nemmeno in certe corti medioevali o rinascimentali, specie se papali. La Danimarca è il paese che per primo ha abolito la tratta degli esseri umani, a cavallo tra diciottesimo e diciannovesimo secolo, ma nel remoto angolo di mondo in cui Frederik arriva per rimanere solo un anno, almeno in teoria, le cose, decenni dopo la firma del trattato, non vanno proprio come dovrebbero. E Frederik non può accettarlo. Non può tacere. Sente su di sé il peso nobile del dovere morale. Lui infatti è un puro: splendido come e più di un angelo, ha il cuore limpido, più dell’acqua di fonte. Ha studiato, la scienza lo rende libero dal pregiudizio e pronto a spalancare le porte dell’animo a ogni tipo di bellezza. Quella della natura, per esempio, lo affascina, lo ispira, gli indica la via. Quella del progresso, della libertà, dell’uguaglianza. Ogni uomo è fratello per un altro: maledetto il primo che ha costruito un recinto, dice, che ha gridato “questo è mio, non toccatelo!”. E che disdetta non essersi saputi ribellare a quell’imbroglione! I figli degli schiavi devono nascere liberi: concorda in pieno con la sfortunata e, a differenza di tanti altri, illuminata missionaria che condivide, accompagnata dal marito, l’avventura di questa civilizzazione che vuole essere umana e amorevole, almeno nelle loro intenzioni. Scopre ogni momento nuove specie, per lo più fiori, che consacra alla sua amata Flitsbue (questo il soprannome che ha dato all’adorata Eleonora, che lo aspetta a Copenhagen per convolare a giuste nozze). Da Vinci gli mostra la strada, così come Galileo: personaggio straordinario, da laico profondamente rispettoso delle istanze religiose, Wulff insegna, comunica, parla, fa quello che in pochi ormai fanno. Si rifiuta di voltarsi dall’altra parte. Non risponde “non mi riguarda”. Non dice “non è di mia competenza”. E la paga. Cara. È insieme combattente, intellettuale e figura Christi. C’è dentro tutto in Gold coast, ma non è un guazzabuglio, è un’opera d’arte, nel tessuto della cui trama si intrecciano con rara armonia riferimenti simbolici a Seneca, Socrate, Platone, Conrad, la Germania nazista, i sonderkommandos, Hunger, 12 anni schiavo, Lezioni di piano (ma grazie a Dio non è nemmeno lontano parente di quella noia esiziale firmata Jane Campion, da taluni ritenuta regista, che insieme al terrificante Addio mia concubina ha rubato una palma d’oro a Ken Loach e/o a Mike Leigh),  la tragedia degli sbarchi dei migranti, l’abominio infame degli scafisti e tanto altro ancora. E il protagonista, Jakob Oftebro, è semplicemente straordinario.

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