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“Gli estivi”

81sbay9nWNL._AC_UY218_ML3_ (1)di Gabriele Ottaviani

“Alle donne può succedere di tanto in tanto di concedersi una giornata particolare, in cui un po’ per noia un po’ per sfinimento decidono di assecondare le voglie degli uomini.” “Stai farneticando.” “Oh no, tutt’altro. Ti ricordi cosa combinò Tania, la mia compagna dell’università?” Cominciò a raccontare. Una mattina Tania decise di dire sì agli uomini. Prima di colazione, una colazione striminzita perché la consapevolezza di quello che stava per fare le toglieva l’appetito, s’infilò soltanto un vestitino nero e un paio di anfibi. Niente biancheria. La prima tappa fu il signor Carlo, il panettiere sotto casa, che le incollava gli occhi sul seno da quando era un’adolescente che passava in negozio per comprare la merenda della scuola. E anche quella mattina, infatti, dopo averla salutata cordialmente, cominciò a guardarglielo. Tania stavolta non abbassò lo sguardo, non fece finta di niente, non piegò la testa sotto il giogo del desiderio altrui. Si avvicinò al bancone, si sporse, prese una mano del signor Carlo e se la mise sulle tette. Lui fulmineo la portò nel retrobottega. Tania sentiva sul petto le mani del signor Carlo, e i suoi baffi ispidi, le sue labbra screpolate. Il signor Carlo succhiava le tette, non azzardandosi a osare di più, come accontentandosi di quel piccolo miracolo che stava accadendo, quando vide Tania alzarsi tutto il vestito e piegarsi a novanta. Buttò via il grembiule e le affondò dentro, prima nella fica e poi nel culo. A un certo punto, senza essere venuto, si staccò e con un sussurro trafelato la avvertì che tra poco sarebbe arrivata la moglie. Tania si mise in ordine senza fare una piega e s’avviò all’università. Lo prese nel culo dal professore con cui da mesi stava preparando la tesi e che da mesi ci stava provando goffamente, tentando di prolungare i loro incontri di lavoro fino all’aperitivo. Dopo trascorse un paio d’ore in biblioteca, facendo la spola tra il suo tavolo e i bagni. Fece pompini a tutti quelli che da quando aveva messo piede in quel posto l’avevano guardata insistentemente o le avevano chiesto di uscire. Fuori dall’università cercò di analizzare che cosa stava succedendo, ma non ci riuscì. Sapeva solo che il culo le faceva male, e che in quel dolore c’era qualcosa di assolutamente elettrizzante. Adesso sarebbe arrivato il garage. Ogni giorno per tornare a casa dall’università Tania doveva passarci davanti e i parcheggiatori se la mangiavano con gli occhi, facevano apprezzamenti, cercavano di attaccare bottone. Erano uomini di mezza età, con ogni evidenza delusi dalla vita. Tania imboccò l’ingresso e si accucciò dietro una macchina, senza dire una parola. Ne arrivarono subito due. Presero Tania per i capelli e le infilarono i cazzi in bocca. Chiesero se potevano chiamarne un terzo e Tania bofonchiò di sì. Sentì dire: “C’è una troia che lo succhia.” Il terzo parcheggiatore si palesò quasi subito, e si dimostrò il più scatenato. Non gli bastò un pompino. Le diceva: “Dai, cagna che sei tutta bagnata.” Alla fine uscirono tutti e tre sulla strada a fumare. Tania si tirò giù il vestito gualcito, si pulì velocemente il viso con un fazzoletto e tornò a casa. In ascensore trovò il tempo di succhiarlo a Maurizio, il suo vicino, che non le aveva mai dato tregua da quando aveva traslocato in quello stabile. Anche Maurizio avrebbe voluto di più, ma Tania si negò dicendo che quel giorno aveva scopato troppo e le faceva male dappertutto. Da come la guardò, Maurizio probabilmente credeva che fosse uno scherzo. Una volta rientrata, Tania si stese sul letto, se la toccò, se la guardò: sapeva che pian piano i petali si sarebbero ricomposti. Rimaneva un’ultima cosa da fare. Telefonò a Riccardo, il migliore amico del suo fidanzato, il quale non aveva mai perso occasione per fare il cascamorto, per torturarla e lusingarla con continui ammiccamenti. L’incontro durò meno di un’ora. Nella concitazione della scopata, le frecciate al fidanzato di Tania si sprecarono. Venne definito “cazzo moscio” e “cornuto di merda”. Dopo, Riccardo sembrò rabbuiarsi. Tania allora lo rassicurò che non avrebbe detto niente al suo fidanzato, nessuno avrebbe mai saputo niente. Riccardo se ne andò non del tutto persuaso, ma a Tania non importava granché. Chiuse la porta e finalmente si buttò sotto la doccia per lavare via tutto. “Non ha mai saputo darsi una spiegazione e neppure io,” concluse Ester. “Chissà perché l’ha fatto. Se per schifo o per rendere grazie, per se stessa o per saldare il conto con altri.” “Tania me la ricordo perfettamente,” ebbi il tempo di dire. “Era una spostata con una fantasia galoppante.”

Gli estivi, Luca Ricci, La nave di Teseo. Quand’è più forte il sole, la luce è più abbagliante e abbacinante, il caldo si fa più rovente, quando il bianco scintilla con maggior veemenza, e mostra al mondo il nitore di cui è capace di farlo risplendere come in uno straniante caleidoscopio, in un gioco di specchi deformati e deformanti, è proprio in quel momento, in quell’attimo, in quell’istante, in quella fuggevolissima congiuntura, in cui tutto trova, quasi per magia, un incastro perfetto, in cui ogni ingranaggio del nostro vivere, cercando di sopravvivere, di farci forza, di mostrarci più coraggiosi di quel che normalmente saremmo, mentre cerchiamo una felicità che sappiamo essere effimera ma che è al tempo stesso arsura irredimibile e anelito irrinunciabile, sfrenata corsa che sappiamo non ci porterà ad alcun traguardo, ma in cui non possiamo fare a meno di cimentarci, è proprio in quell’istante che l’ombra che ognuno di noi genera da sé, appendice perfetta, riverbero di ciò che non ammettiamo di avere, ma che appare impudico dinnanzi allo sguardo di tutti, meno impietoso di quel che riteniamo, l’alter ego, la maschera che ciascuno di noi fa gemmare dietro di sé, quasi come se fosse un’altra vita, il retro d’una pagina, il rovescio d’un tappeto persiano prezioso, che ha una trama perfetta ma dietro è un groviglio inestricabile di nodi ben pettinati, si fa più scura, nitida, evidente, è in quel momento che il contrasto tra essere e voler essere, il dissidio fra il senso del dovere e della responsabilità e la consapevolezza di una potenzialità ancora inespressa, che renderebbe autentico il nostro vagare in cerca di sé, si fa più marcato. L’estate è la stagione in cui si raccolgono le bionde messi, in cui i corpi si spogliano, e si allacciano sudati in una passione che sa di sale, è il tempo in cui frutti succosi impiastricciano bocche e dita, è la pausa dal quotidiano frenetico, è il tempo della libertà e della liberazione, del desiderio violento che squassa il petto e i lombi: Luca Ricci, con la sua prosa in cui Pasolini e Moravia si incontrano e vanno a braccetto, chiacchierando del più e del meno, fumando mentre passeggiano insieme, vestiti di lino, su una spiaggia o sul pavè tra rovine punteggiate di borragine e trifoglio, monumentale come un quadro metafisico di De Chirico, surreale e perturbante come le visioni del di lui fratello Alberto Savinio, classica e insieme originale, di bellezza travolgente, straziata e straziante, dopo Gli autunnali, altro capolavoro, e la parola non è iperbolica, ma qui si supera (ogni pagina sembra una sequenza del miglior Kubrick) con Gli estivi, mentre Roma, il Circeo, la via Pontina, un tempo ai lati gravida d’eucalipti poi stroncati perché pianta fascista (li fece radicare la bonifica perché per antonomasia succhiano acqua dal terreno) e rimpiazzati da kiwi fruttiferi, si stagliano come personaggi felliniani che imbandiscono promesse di piacere, prendendo le mosse da una notte di San Lorenzo in cui un uomo si imbatte in una ragazzina, seduta al tavolo d’un ristorante, vista mare, indaga senza infingimenti né false e ipocrite vergogne, con lirica e sublimata ferocia, il dramma dell’ossessione. Sensazionale.

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