Intervista, Libri

Valerio Valentini: esistere e/è resistere

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Valerio Valentini ha scritto l’ottimo Gli 80 di Camporammaglia: Convenzionali, con gioia, lo intervista per voi.

Esistere e resistere sono concetti fratelli, e nel romanzo procedono a braccetto: che valore hanno?

Per luoghi come Camporammaglia, dire che l’unico modo per esistere è in fondo ostinarsi a resistere, ma attraverso una ostinazione inconsapevole. Il mantenersi, per certi versi, immutati, sempre uguali a se stessi, è un qualcosa che si fa senza alcuna coscienza effettiva. Semplicemente, si continua a stare al mondo nell’unico modo che sembra possibile: seguendo riti che si assimilano senza che neppure ci sia bisogno di accettarli, o di comprenderli. Se insomma è vero che esiste proprio in quanto resiste, Camporammaglia, è altrettanto evidente che il solo modo che sa, di resistere, è in fondo quello di continuare a esistere, senza avere contezza della propria anomalia.

Qual è il ruolo della memoria?

Dire che la memoria, sia quella personale, sia quella storica, permette di avere coscienza di noi stessi e del nostro rapporto con tutto ciò che è altro da noi. Ricordare di essere qualcosa, di appartenere a qualcosa, è un modo per vivere a pieno la nostra esistenza. Dopodiché, avere buona memoria – intendendo con memoria tutto quel complesso di nozioni che ci permettono di situarci nel mondo in modo consapevole – aiuta anche a essere persone più interessanti, il che non guasta.

Si scrive più per sé, per gli altri o per chi non può farlo?

C’è una bella poesia di Vittorio Sereni in cui, più o meno, si dice che soprattutto si scrive per scrollarsi di dosso un peso e passare al successivo. Ecco, mi pare un modo molto giusto di descrivere l’atto della scrittura, le ragioni che lo motivano e lo giustificano.

Che cosa significa testimoniare?

Evitare che si perda traccia di qualcosa, impegnarsi perché di certi eventi, di certi fenomeni o di certe persone, si conservi memoria. La letteratura, in fondo, direi che serve innanzitutto a questo.

Cosa è cambiato all’Aquila in questi anni dopo il sisma? E cosa è rimasto immutato?

È ovviamente cambiato moltissimo in termini urbanistici e sociali. La città è come esplosa, i suoi confini si dono espansi e sfilacciati, il centro storico – un tempo vivissimo, e abitato in ogni suo angolo – si è svuotato. Ma nel travaso dal centro alle periferie, non tutto si è salvato: molto è andato perduto, o corrotto, mutato in modo pressoché irreversibile. Penso, ad esempio, alle molte attività commerciali che non sono sopravvissute ai continui trasferimenti, penso alle relazioni sociali che si sono indebolite e spesso perdute. È cambiato il modo di percepire la città, sia per quanto riguarda le sue funzioni (non più luogo naturale della vita collettiva, ma punto di ritrovo saltuario, specialmente adatto per le bevute serali) sia per quanto riguarda la sua fisionomia architettonica. Di immutato è rimasto ben poco, com’è giusto che sia. A parte la scritta sullo stemma cittadino: Immota Manet, appunto.

 

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Libri

“Gli 80 di Camporammaglia”

51oaxDeDQQL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Vincenzo sembrò sul punto di sfogare contro di loro la tensione accumulata per la faccenda dei suoi genitori. Si dovette allontanarlo a forza («Qua rischiamo che non ci trasferiscono a Sassa, sennò, ma direttamente alle Costarelle coi camorristi») dopo che, in risposta ad un «Non è a noi che dovete avanzare questo genere di rimostranze», proferì un laconico – e fortunatamente incomprensibile ai non autoctoni – «vatt’a reponne», indicando l’alpino che aveva parlato per ultimo, e che aveva l’aria d’essere il maggiore in grado, con il braccio teso, parallelo al terreno, e il palmo della mano rivolto verso l’alto. Ma probabilmente l’incapacità di misurare i nostri gesti, le nostre parole, davanti a chi ci informava con glaciale noncuranza che di lì a pochi giorni avremmo dovuto abbandonare il posto in cui avevamo sempre vissuto, e in cui nonostante tutto ancora vivevamo, stava anche nell’apparente ovvietà dei motivi che rendevano per noi irrinunciabile restare a Camporammaglia. Davvero bisognava chiarire perché non volevamo allontanarci dalle nostre case, proprio mentre in televisione si citavano a decine i casi di sciacallaggio? Davvero bisognava elencare i disagi che quel trasferimento avrebbe causato, le difficoltà per gli anziani di doversi riadattare? «E po’ co’ ’lle bestie, co’ ji campi, come fecemo? Dingello tu ché a ti te capisciu, Gioacchì, che non potemo lassà tutto alla malora». «Sì, sì, mo’ glielo dico». Invece fu Paolo Marinelli a intervenire, sollecitato dalle occhiate che in molti, già da alcuni minuti, gli rivolgevano.

Gli 80 di Camporammaglia, Valerio Valentini, Laterza. Camporammaglia è in Abruzzo. In mezzo all’Appennino. A ottocento metri d’altezza. A cinque chilometri dal bar più vicino. A dieci dal primo supermercato. A diciassette dal centro dell’Aquila. Che in quel maledetto sei aprile del duemilanove, mentre qualche infame sghignazzava pregustando gli intrallazzi su cui avrebbe messo le mani per il tramite delle conoscenze che gli avrebbero permesso di tuffarsi nella pentola d’oro degli appalti in un paese come il nostro in cui solo la legalità è più fragile del suo violentato e vituperato suolo, collassava su di sé. Morendo e uccidendo. Gli ottanta di Camporammaglia però invece resistono, nemmeno il sisma può spezzare la loro tempra indomita, salda come le dita di una mano dentro a un pugno, emblema di forza e di coraggio. Valerio Valentini, giovane e bravissimo scrittore e giornalista, che si affacciava alla maggiore età proprio mentre la terra si spaccava, racconta con perizia, tenerezza e intensità, con una lingua colorata e puntiforme come un quadro di Seurat, ancestrale e insieme modernissima, aulica e pure vernacolare, una vicenda corale dal profondissimo significato morale. Impeccabile e imperdibile.

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