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“Sulla follia ebraica”

71xgVpwUj+L._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Nessuno riesce a simulare un’erezione, ma Ron ne ha sempre una pronta per il suo pubblico.

Sarah Kofman, Woody Allen, Ron Jeremy, Otto Weininger, Grigori Perelman, Bobby Fischer, Dan Burros, Shabbetai Zvi e Jacques Fux: Sulla follia ebraica, Giuntina, traduzione di Vincenzo Barca. Una grande studiosa di Nietzsche e Freud sulla cui anima la Shoah ha scavato solchi insanabili sin dalla sua precocissima scelta della madre cattolica, un genio del cinema che si unisce alla figlia adottiva, un aspirante attore che è riuscito a diventare un divo solo nel porno, essendo stato benedetto da un membro enorme, ma che ha conosciuto l’abiezione autentica solo quando per due anni ha insegnato in un istituto che trattava, senza rispetto alcuno, autistici, schizofrenici, portatori di sindrome di Down e altro, un gay che si odiava e che si è ucciso – per alcuni si trattò di una vera e propria opera d’arte –  sulle note di Wagner, il Bartleby della matematica, un bambino apparentemente normale divenuto uno scacchista ebreo e antisemita, nonché statunitense e antiamericano, un fanatico del Ku Klux Klan che per esso ha lasciato la Torah, un ciarlatano e l’autore stesso di questo libro, in cui gioca, per il tramite di questa sapida e brillante pinacoteca di ritratti, con il classico, ferocissimo e meraviglioso umorismo ebraico, con gli stereotipi dell’ebreo pazzo (uno dei mille e più luoghi comuni sul tema), giungendo a comporre una raffinata e assai profonda esegesi del mondo, del tempo e della storia. Da non perdere affatto: travolgente e molto gustoso.

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“L’acrobata”

71uzEBCRLXL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ero giovane, arrogante, naturalmente piena di energie e speranze.

L’acrobata, Laura Forti, Giuntina. Morire per la libertà è un atto senza dubbio eroico. Ma passando ai più si lascia soli sulla terra coloro che si amano, col proprio sacrificio se ne impone uno altrettanto, se non ancor più, doloroso anche a loro. E un figlio ha tutto il diritto di sapere perché suo padre non gli è accanto se non in ricordi, racconti e frasi riportate da altri, perché ha scelto la lotta armata contro la dittatura anziché lui: ma non è una narrazione che si possa condensare in pochi frammenti, è necessario descrivere tutto il contesto, raccontare le premesse, partire da lontano, per ricostruire il puzzle degli affetti e quello della storia, con l’iniziale maiuscola, un mare fatto di gocce, di individui, di passioni, bisogni, aneliti, ideali. Laura Forti, autrice pluripremiata, regista dal curriculum blasonato e di livello internazionale, formatrice dalle molteplici collaborazioni editoriali, dottoressa a Firenze in lettere moderne con una tesi in storia dello spettacolo, per tre anni studentessa, nelle vesti di attrice, a Roma, all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” a Roma, conosce il valore dell’esperienza, sa che solo la conoscenza rende migliori, padroneggia alla perfezione l’arte della parola, sa che studiando il passato si può trovare un senso, e lo testimonia. Il monologo, vibrante, intenso, potente, emozionante, avvincente, convincente, coinvolgente, straziante, appassionante e appassionato, solenne e raffinato, si muove su più piani, su livelli diversi di lettura, tutti più che appropriati, vellica un caleidoscopio di suggestioni e chiavi d’interpretazione: a un figlio regala la storia del padre mai avuto ma da cui è nato, al lettore la coscienza della necessità dell’elaborazione del passato, unica strada per tramutare in forza la tragedia, in speranza la disperazione. Eccellente sin dalla copertina e mozzafiato.

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“Bugiarda”

61mX9tRZ9QL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Eppure la trovava bella. Bella, ma non abbastanza.

BugiardaAyelet Gundar-Goshen, Giuntina, traduzione di Raffaella Scardi. Giovane e bravissima autrice israeliana dal talento cristallino ed esperta conoscitrice dell’animo umano, soprattutto nelle sue pieghe più oscure, dalla prosa profonda, densa e intensa, mai banale, sempre capace di trasmettere una ricchezza di suggestioni policroma talmente articolata da indurre con lirica immediatezza alla riflessione, dà vita questa volta a un romanzo deflagrante che parte da un equivoco. Sì, è vero, nel cortile dietro alla gelateria è successo qualcosa che non doveva succedere, ma tutto potrebbe essere chiarito in un battibaleno: quell’uomo non aveva infatti la benché minima intenzione di aggredire quella ragazza che urla a squarciagola e fa accorrere subito un piccolo drappello di persone. Però lei, maliziosa e fragile, lascia che d’altro canto la situazione monti, come un albume che si fa neve, e… Imprescindibile e destabilizzante.

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“Gli ebrei del mondo arabo”

gli-ebrei-del-mondo-arabo-ebook.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ad eccezione dell’Egitto, non ci sono state praticamente espulsioni di ebrei dal mondo arabo.

L’età dell’oro nella quale la terra dà frutto da sola senza sforzo è per l’appunto un mito e come tale pressoché inutile dal punto di vista del rigore scientifico dell’analisi storica di un determinato fenomeno, ma certo c’è stato un periodo per certi vesri assimilabile a un’epoca felice tout court anche in certi insospettabili luoghi, al di là dei pregiudizi, che spesso, come nel caso delle chanson de gestes, nelle quali si proponevano stilemi contemporanei allo scrivente in contesti di molto antecedenti e assai diversi (all’epoca di Carlo Magno i rapporti tra europei e arabi non erano affatto conflittuali come a partire dall’undicesimo secolo), vengono abbondantemente disseminati laddove invece dovrebbero essere estirpati, nella quale le minoranze etniche non subivano affatto persecuzione, anzi. C’è stato un periodo dunque in cui gli ebrei non erano per nulla invisi, anche in territori a maggioranza araba: ma erano integrati, tollerati (parola orrenda che ha avuto troppa fortuna e non ha per nulla un’accezione positiva, poiché la tolleranza è solo sinonimo di sopportazione, niente di più), protetti o anche umiliati (un po’, mutatis mutandis, come gli omosessuali in Italia, laddove essere gay non è mai stato reato solo perché si è evitato di parlare di quella condizione perché dava scandalo anche solo nominarla in un codice giuridico)? Georges Bensoussan indaga questo fenomeno in un libro di pregio immenso e agilissimo, Gli ebrei del mondo arabo – L’argomento proibito: traduzione di Vanna Lucattini Vogelmann per Giuntina: da leggere e rileggere.

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“1938”

51v60srGzrL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il fischio di un treno fece tremare i vetri delle finestre.

1938 – Storia, racconto, memoria, Giuntina, a cura di Simon Levis Sullam, postfazione di Martina Mengoni, testi di Edoardo Affinati, Giulia Albanese, Enrica Asquer, Viola Di Grado, Carlo Greppi, Helena Janeczek, Bruno Maida, Federica Manzon, Andrea Molesini, Vanessa Roghi, Igiaba Scego, Chiara Valerio, Alessandro Zaccuri. Il ministro segretario del partito ha ricevuto, il 26 luglio XVI, un gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane, che hanno, sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare, redatto o aderito, alle proposizioni che fissano le basi del razzismo fascista. LE RAZZE UMANE ESISTONO. L’esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano a ereditarsi. Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti. ESISTONO GRANDI RAZZE E PICCOLE RAZZE. Non bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi sistematici maggiori, che comunemente sono chiamati razze e che sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che esistano gruppi sistematici minori (come per es. i nordici, i mediterranei, i dinarici, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni. Questi gruppi costituiscono dal punto di vista biologico le vere razze, la esistenza delle quali è una verità evidente. IL CONCETTO DI RAZZA È CONCETTO PURAMENTE BIOLOGICO. Esso quindi è basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose. Però alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno delle differenze di razza. Se gli Italiani sono differenti dai Francesi, dai Tedeschi, dai Turchi, dai Greci, ecc., non è solo perché essi hanno una lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di questi popoli è diversa. Sono state proporzioni diverse di razze differenti, che da tempo molto antico costituiscono i diversi popoli, sia che una razza abbia il dominio assoluto sulle altre, sia che tutte risultino fuse armonicamente, sia, infine, che persistano ancora inassimilate una alle altre le diverse razze. LA POPOLAZIONE DELL’ITALIA ATTUALE È NELLA MAGGIORANZA DI ORIGINE ARIANA E LA SUA CIVILTÀ È ARIANA. Questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola; ben poco è rimasto della civiltà delle genti preariane. L’origine degli Italiani attuali parte essenzialmente da elementi di quelle stesse razze che costituiscono e costituirono il tessuto perennemente vivo dell’Europa. È UNA LEGGENDA L’APPORTO DI MASSE INGENTI DI UOMINI IN TEMPI STORICI. Dopo l’invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della nazione. Da ciò deriva che, mentre per altre nazioni europee la composizione razziale è variata notevolmente in tempi anche moderni, per l’Italia, nelle sue grandi linee, la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa: i quarantaquattro milioni d’Italiani di oggi rimontano quindi nella assoluta maggioranza a famiglie che abitano l’Italia da almeno un millennio. ESISTE ORMAI UNA PURA “RAZZA ITALIANA”. Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico–linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l’Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana. È TEMPO CHE GLI ITALIANI SI PROCLAMINO FRANCAMENTE RAZZISTI. Tutta l’opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l’indirizzo ariano–nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli Italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra–europee, questo vuol dire elevare l’italiano a un ideale di superiore coscienza di sé stesso e di maggiore responsabilità. È NECESSARIO FARE UNA NETTA DISTINZIONE FRA I MEDITERRANEI D’EUROPA (OCCIDENTALI) DA UNA PARTE E GLI ORIENTALI E GLI AFRICANI DALL’ALTRA. Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l’origine africana di alcuni popoli europei e comprendono in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche stabilendo relazioni e simpatie ideologiche assolutamente inammissibili. GLI EBREI NON APPARTENGONO ALLA RAZZA ITALIANA. Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l’occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all’infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia. Gli ebrei rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani. I CARATTERI FISICI E PSICOLOGICI PURAMENTE EUROPEI DEGLI ITALIANI NON DEVONO ESSERE ALTERATI IN NESSUN MODO. L’unione è ammissibile solo nell’ambito delle razze europee, nel quale caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo, dato che queste razze appartengono a un ceppo comune e differiscono solo per alcuni caratteri, mentre sono uguali per moltissimi altri. Il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall’incrocio con qualsiasi razza extra–europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani. Questo aberrante abominio fu pubblicato sulla rivista La difesa della razza il cinque di agosto di ottant’anni fa: è il manifesto che sancisce l’inizio della persecuzione degli ebrei, e non solo. È il tracollo dell’umanità. Otto decenni, sedici lustri dopo, è necessario, fondamentale, indispensabile che questa pagina abietta sia ricordata. Perché la storia è una gran maestra, ma ha il problema, come diceva Gramsci, che le mancano gli allievi. E chi non ricorda è destinato a rivivere. Basilare è dunque la testimonianza. Nel testo edito da Giuntina tredici importantissimi intellettuali del nostro tempo declinano ognuno a proprio modo il tema della rimembranza e dell’impegno civile. Da non perdere per nessuna ragione al mondo, da leggere, far leggere e studiare. Per non dimenticare.

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“Da grande”

51OMMYCmLcL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

  • Non abbandonarmi.
  • Il cambiamento è benefico.
  • Il cambiamento è tremendo.
  • Mi hai avuto già abbastanza.

Da grande, Jami Attenberg, Giuntina, traduzione di Viola Di Grado. Andrea è una donna. È una designer. È un’amica. Vive a New York. È una figlia. È una sorella. È praticamente alcolizzata. È tecnicamente ebrea. È sola come un gambo di sedano, come si suol dire. È una di quelle donne che quando fa sesso fa in modo che tutto il rione ne venga a conoscenza, visto che urla come solo certe tenniste particolarmente piene di sé che fanno supporre di raggiungere un orgasmo con vette di piacere mai toccate a ogni passante di rovescio sanno fare. È in analisi. E del resto come potrebbe una donna sola tecnicamente ebrea ex artista newyorkese non esserlo: di fatto è Woody Allen, ma con meno testosterone e scandali alle spalle. È circondata da persone che sembrano sapere tutto, mentre lei invece non sa niente. Non è però forse questo che significa crescere? Jami Attenberg tratteggia un ritratto di donna intimo, divertente, potente, profondo, caleidoscopico, interessante, scritto con linguaggio adeguato e credibile.

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“Himmo re di Gerusalemme”

51nadjXYUJL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Solo una cosa può vedere un cieco: che non ha nulla da vedere.

Himmo re di Gerusalemme, Yoram Kaniuk, Giuntina, traduzione di Elena Loewenthal. È notte… Se posso capire la differenza fra il giorno e la notte, comincio a capire il tempo. Fa caldo di nuovo. È mattina e mi stanno cambiando le lenzuola. Adesso è notte. È di nuovo mattino, mi stanno pulendo. Un giorno mi cambiano, un giorno dopo mi fanno il bagno. Notte, notte, giorno, notte… Come fare a tenere conto dei giorni? Ho trovato! Disegno una lavagna nella mia mente e ci metto un punto per ogni giorno. Cinque, sei, sette giorni! Ora metto un punto lassù nell’angolo per la settimana, cancello i giorni e ricomincio. Ecco, quattro settimane! Così va bene, cancello le settimane e segno un mese quassù. Cinque, nove, undici, dodici mesi. Però non è un anno completo ancora, perché quattro per dodici sono quarantotto settimane, ce ne vogliono altre quattro. Ecco, gli anni li scriverò in cifre romane, il numero uno qui sotto! Un anno! Oh, come sono felice! Suonano le campane, squillano le trombe, scoppiano i fuochi d’artificio, tutti cantano! E io sto dicendo… sto dicendo… “Buon anno, Kareen”… e la sto baciando. Ma non è l’inizio di un anno nuovo, questo…  Come il protagonista di E Johnny prese il fucile di Dalton Trumbo, nulla di lui è rimasto intatto a causa dell’atrocità della guerra. Solo la bocca. Sublime. Meravigliosa. Carnosa. Seducente. Ammaliante. Non ci si può non innamorare di una bocca così. Perché lui era bellissimo. Il re di Gerusalemme. E adesso non è più nemmeno un uomo. Eppure c’è un cuore che ancora batte per lui, perché ineluttabile è la forza del desiderio, invincibile la passione, irrefrenabile la rabbia dinnanzi all’ingiustizia marchiana: il romanzo di Yoram Kaniuk, allegorico e profondissimo, scritto in stato di grazia, è travolgente, e induce alla meditazione su tutto ciò che significa vivere. Letteralmente imprescindibile.

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“Grandangolo”

41pMWFgDW+L._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Tutto avveniva in vista del futuro. Si trascorreva ogni istante con le mani impegnate in un lavoro e il collo teso nell’intento di scorgere cosa riservava il domani. Non ero sicuro che questa idea mi piacesse, ma feci in modo di non pensarci.

Grandangolo, Simone Somekh, Giuntina. Crescere è il mestiere più difficile del mondo. È come rinascere, è come generare. Perché crescere significa cambiare, andare incontro alla vita. Sperando che ci piaccia. Essere quello che si è, e combattere per diventarlo, per poterlo essere in piena e assoluta libertà. Senza sentirsi in colpa. Senza pensare di essere sbagliati. Senza percepirsi come diversi. Incompiuti. Irrisolti. Incompleti. Condannati alla frustrazione e all’infelicità. Perché qualche volta si può avere anche tutto contro. Ma non significa che al netto delle premesse ci si debba sentire autorizzati a smettere di sognare. A coltivare le proprie passioni. I propri talenti, i doni che ognuno ha. Perché fare bene il proprio lavoro, essere portati per quel che si fa, realizzarlo al meglio significa rendere un buon servigio a tutta la società. Come una pianta, che non si preoccupa di chi tu sia: pulisce l’aria, per tutti. Regala disinteressatamente vita e bellezza. Ezra è nato in una comunità ultraortodossa. Non proprio l’ambiente con le più ampie vedute del mondo, insomma. È coraggioso. È curioso. Vuole vivere. Vuole fare il fotografo. Vuole e deve emanciparsi. Il suo è un viaggio di liberazione, di conoscenza, religiosa e sessuale, da Brighton e New York, scintillante di luci, dal Bahrein a Tel Aviv, occidentale, cosmopolita, meta amatissima dai gay di tutto il mondo, un puzzle di incontri e testimonianze raccontate con potenza, gioia e brillantezza: da leggere.

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“Rete!”

51rET+NxbuL._SR600,315_PIWhiteStrip,BottomLeft,0,35_SCLZZZZZZZ_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Non esistono i fantasmi e Profondo Rosso è una puttanata. Domani a riprendere quel pallone ci andiamo io e te, insieme.

Così come la boxe ben si presta al cinema, perché il ring è di per sé uno spazio scenico, il calcio, con i suoi continui capovolgimenti di fronte, la sua mistica, la sua epica, la sua retorica, le sue storie, le passioni intrecciate, gli amori, i sacrifici, le speranze riposte in una vittoria per evadere da una quotidianità bigia e la sua simbologia, è fatto per essere raccontato attraverso lo strumento della letteratura, che della vita si occupa, sempre e comunque, dando origine a veri e propri Bildungsroman della coscienza e dell’identità. E pensando a parole e pallone viene subito in mente Osvaldo Soriano, cui è stata intitolata la nazionale italiana di calcio degli scrittori: Alessandro Baricco, uno dei fondatori, tempo fa, ha invitato i colleghi israeliani a fare lo stesso. Del resto lo sport è comunicazione, è emblema di messaggi positivi, metafora dell’esistenza. Così è nata una compagine: e da questa feconda collaborazione ha avuto origine un’avvincente raccolta di racconti, uno più bello dell’altro. Credibili, semplici, fluidi, asciutti, potenti, ben caratterizzati, ricchi di chiavi di lettura e di interpretazione: sono ovviamente undici, come i metri del rigore e come i componenti di ogni squadra che si rispetti, a firma di Jonathan Berg, Carlo D’Amicis, Gian Luca Favetto, Assaf Gavron, Carlo Grande, Etgar Keret, Amichai Shalev, Noam Slonim, Giampaolo Simi, Francesco Trento e Giada Vaiti. Rete!, edito da Giuntina: da non perdere.

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“Le lettere del cielo”

download (2).jpgdi Gabriele Ottaviani

L’ordine delle lettere ‘ayin (occhio) e pe (bocca) nell’alfabeto dice: parla con intelligenza e attenzione e solo dopo che ti sei assicurato di ciò che hai visto.

Le lettere del cielo – Da Alef a Tav, dall’Infinito al finito, Yarona Pinhas, Giuntina. Le lettere dell’alfabeto ebraico sono ventidue. Ognuna è un segno grafico, un suono, un valore numerico, e può essere trasformata e interpretata in infinite maniere. Sono strumenti della creazione, “mattoni”, sono le configurazioni della forza creatrice di Dio. Compongono le parole, il reale, lo descrivono, lo edificano e gli danno un nome. Alef, bet, ghimel, dàlet, he, vav, zàyin, chèt, tet, yod, kaf, làmed, mem, nun, samekh, ‘ayin, pe, tzadi, qof, resh, shin e tav: definiscono l’asse della libertà e della menzogna, in ordine inverso mutano di senso, se ne possono aggiungere anche altre fino ad arrivare a trentadue, le lettere del cuore, e nella Torà, che è il nome di Dio, se ne trovano oltre trecentomila. Yarona Pinhas, nata in Eritrea e giunta oltre quarant’anni fa con la famiglia in Israele, dottoressa in storia dell’arte e linguistica, ricercatrice, lettrice a Napoli, docente a Roma, ha scritto un testo divulgativo, approfondito, istruttivo, chiaro, dotto, denso, interessante, che parte dalla Cabbalà e introduce ai misteri della mistica con passione, partecipazione, dovizia di particolari. Affascinante.

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