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“A Torino con Cesare Pavese”

di Gabriele Ottaviani

Va aggiunto che Pavese fu educato ad apprezzare il dialetto come mezzo di espressione alternativo, e per certi versi superiore, rispetto al modello linguistico imperante. In quell’epoca di patriottismo degenere e arrogante, fu Monti (suo professore ai tempi del liceo) a indirizzarlo alla valorizzazione della parlata locale e paesana rispetto a quella nazionalista. Pavese, come tutti gli allievi di Monti, sentì così molto forte l’influenza di questo insegnamento, al punto che nei primi componimenti si respira l’aria della campagna con il suo vivace e ricco dialetto. Anzi, questi componimenti risultano essere addirittura troppo legati alla provincia, a quella tradizione piemontese popolare chiusa in se stessa, piatta (senza un doppio simbolico) e di conseguenza antidemocratica. Infatti, non appena Pavese venne a contatto con il mezzo linguistico aggressivo, anticonformista e graffiante delle periferie americane, lo preferì di gran lunga a quella parlata troppo arroccata nel suo immobile difensivismo antifascista.

A Torino con Cesare Pavese, Pierluigi Vaccaneo, Giulio Perrone editore. Uno dei più grandi intellettuali che la storia abbia mai avuto il privilegio di conoscere e far conoscere, che inutilmente ha chiesto, nel giorno in cui ha deciso di abbandonare quest’atomo opaco del male, che non si facessero troppi pettegolezzi, è indubbiamente legato a filo doppio, benché spesso ce lo si prefiguri nell’immaginazione col profilo a stagliarsi in primo piano dinnanzi ai dolci pendii delle Langhe, alla città della Mole Antonelliana, sobria, affascinante, sabauda, esoterica: Pierluigi Vaccaneo, dottore in lettere moderne, esperto in nuovi media e divulgazione culturale, direttore della fondazione che porta il nome dell’autore dei Dialoghi con Leucò e molto altro ancora regala a tutti noi lettori un’esegesi maestosa, dotta, precisa, interessante. Da non perdere.

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“Omicidio al roadhouse”

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«Siediti sulle sue gambe» mi disse. Ubbidii…

James Ross, Omicidio al roadhouse, Giulio Perrone editore. Traduzione di Seba Pezzani. Non ha soldi. Non ha progetti. Non ha ambizioni, non può permettersele. Non ha speranze, sono un lusso eccessivo. Non ha futuro. Si chiama Jack. Fa il contadino. Vive in North Carolina, ma molti decenni prima degli adolescenti di One Tree Hill che hanno fatto appassionare alle loro vicende il mondo del piccolo schermo. Siamo durante la Grande Depressione, tempo di patimento, dolore, miseria, frustrazione e morte. Sembrano patirne lo scotto persino le galline, che non danno a Jack nemmeno il conforto di qualche uovo. Strozzato dalle ipoteche e dalle banche, privato da un parassita del suo raccolto di cotone, non ha altro modo di ammazzare il tempo e un po’ anche il dolore sordo che gli strozza il cuore che bevendo. Ma… Capolavoro è parola abusata, però del tutto adeguata alla prosa di James Ross, che dipinge vividamente una commedia umana epica e solenne.

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“Boris Vian”

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Gli habitué di boulevard de Clichy non sono gli stessi di rue du Faubourg-Poissonnière. Queneau ormai viene di raro, mentre si vedono spesso François Billetdoux, il fedele Doddy, Jacques Lemarchand, Hélène Bokanowsky, Georges Delerue, Pierre Kast, Darius Milhaud e Arthur Honegger, sempre molto attenti alle opere di Boris. Si ascolta Yves Gibeau, il pupillo di casa, collaboratore della rivista Constellation in cui Boris riesce a infilare qualche articolo.

Valère-Marie Marchand, Boris Vian, Giulio Perrone editore. Traduzione di Carlotta Aulisio. Scrittrice e giornalista, autrice di numerosi reportage, Marchand in quest’occasione si cimenta con una figura avvincente, caleidoscopica, interessante, poliedrica, profonda, sfuggente, complessa, articolata, affascinante, magnetica, mutevole: paroliere, drammaturgo, trombettista, poeta, traduttore, scrittore, intellettuale e artista a tutto tondo, anche nell’accezione più alta e politica dei termini, Boris Vian, stroncato sessantun anni fa trentanovenne da un infarto, seguito a lustri di cardiopatie a un ultimo e fatale accesso d’ira per l’interpretazione filmica di una sua opera, è certamente un personaggio che non ha eguali. E di cui al tempo stesso generalmente si ha una visione troppo ridotta: questo puntuale volume colma la lacuna.

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“L’incendiario”

Perrone_l'incendiario_OKMCdi Gabriele Ottaviani

Se non mi porti a casa tua finirò per morire qui…

L’incendiario, Jan Carson, Giulio Perrone editore, traduzione di Leonardo Taiuti. Stati Uniti, Bible belt, profondo sud, Mississippi: un giorno, in una cittadina, giunge, preceduto da una pessima fama di piromane, il vagabondo, dal fascino irresistibile, Ben Quick. Padre-padrone del luogo è il borioso, ricco, iracondo e tirannico Will Varner, che ha una relazione con Minnie, che gli serve per riempire il vuoto lasciato dalla prematura morte dell’amatissima moglie, e due figli, Jody e Clara. Jody, sposato con Eula, è un giovane bello e benvoluto da tutti eccetto che dal padre, che lo considera un debole. Clara, invece, nubile, cerca l’amore ma non lo trova, e Will le sta col fiato sul collo: vuole un matrimonio veloce e ricco e dei nipoti. Ben, lo straniero, inizia a lavorare alle dipendenze di Warner, che lo prende in simpatia e lo stima: la carriera è rapida. Prima affitta un terreno a mezzadria, poi vende abilmente una partita di cavalli selvaggi, infine viene impiegato nell’emporio locale, alla stessa stregua di Jody, che, frustrato, ne patisce la presenza. Clara, invece, è più ambigua: ne è attratta, e sinceramente ricambiata, ma non ne sopporta la ruvidezza, né il fatto che il padre, che vede in lui l’erede che avrebbe desiderato, glielo voglia imporre per marito (tanto che inizierà a frequentare Alan, che però è gay…), regalandogli finanche un terreno con una villa in rovina e invitandolo addirittura a vivere nella casa padronale. Jody è furioso, e… Questa appena descritta è la trama di un film straordinario, La lunga estate calda, tratto da Faulkner, diretto da Martin Ritt, interpretato da Paul Newman, che a Cannes si aggiudicò con questo ruolo il Prix d’interprétation masculine, Joanne Woodward, Orson Welles, Anthony Franciosa, Lee Ramick, Richard Anderson e una meravigliosa Angela Lansbury: una pellicola, com’è evidente, dai toni solenni, epici, classici, intimamente connessi alla complessità dell’umana natura, ricchissima di riferimenti, livelli di lettura, chiavi d’interpretazione, citazioni, rimandi e reminiscenze della tragedia greca e della Bibbia. Cambiando quel che dev’essere cambiato, L’incendiario (European Union Prize for Literature l’anno scorso) di Jan Carson, giovane e formidabile scrittrice di Ballymena residente a Belfast, terra fragile, fascinosa e tormentata, che ha già dato prova di un talento versatile e solidissimo, che potrebbe, chissà, magari un giorno farla assurgere nel novero delle più grandi, il gotha in cui si stagliano autrici sopraffine del calibro di Annie Proulx (Cartoline, Avviso ai naviganti, I crimini della fisarmonica, Gente del Wyoming, Quel vecchio asso nella manica), Anne Tyler (Se mai verrà il mattino, L’albero delle lattine, Una vita allo sbando, Ragazza in un giardino, L’amore paziente, Una donna diversa, Il tuo posto è vuoto, La moglie dell’attore, Ristorante nostalgia, Turista per caso, lezioni di respiro, Quasi un santo, Per puro caso, Le storie degli altri, Quando eravamo grandi, Un matrimonio da dilettanti, La figlia perfetta, Una spola di filo blu), Penelope Lively (Una spirale di cenere, Un posto perfetto), Marilynne Robinson (Le cure domestiche, Gilead, Casa, Lila), Jane Urquhart (Niagara, Cieli tempestosi, Altrove, Klara, Sanctuary Line, Le fasi notturne), Catherine Dunne (La metà di niente, L’amore o quasi, Se stasera siamo qui, Donne alla finestra), Edna O’Brien (Ragazze di campagna, Un cuore fanatico, Lanterna magica, Le stanze dei figli, Uno splendido isolamento, Lungo il fiume, oggetto d’amore, Tante piccole sedie rosse), Joan Didion (Prendila così, Diglielo da parte mia, Democracy, Miami, L’anno del pensiero magico, Blue nights, Run river), Elizabeth Strout (Resta con me, Olive Kitteridge, I ragazzi Burgess, Mi chiamo Lucy Barton, Tutto è possibile) e Joyce Carol Oates, ricorda per certi versi quelle atmosfere, in particolar modo per la solennità dei temi, dei sentimenti, dei turbamenti, dei caratteri, dei dolori, dei valori, delle passioni, del monolite del senso di colpa, che si eredita, come fosse un retaggio prezioso. L’incendiario è la storia sublime e deflagrante di Jonathan, che vede negli occhi della sua piccola una luce che lascia presagire la favilla del male, di Sammy, che si sente la violenza nella natura e nel sangue e teme che anche suo figlio non ne possa essere immune, di sacrifici e amori feroci e ineluttabili, di una città in fiamme, in cui ogni pietra di paragone è svelta dal terreno, e in balia del turbamento… Monumentale.

 

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“A Praga con Kafka”

di Gabriele Ottaviani

Ma i fantasmi non si mandano via con un’infinita fuga, specie quando assumono la fisionomia della malattia e della morte…

A Praga con Kafka, Giuseppe Lupo, Giulio Perrone editore. Città dal fascino straordinario e variegato, la capitale della Repubblica Ceca è inestricabilmente legata alla figura di Kafka, straordinario intellettuale, formidabile interprete di istanze connaturate e intimamente connesse alla natura umana nel suo complesso, artista preconizzatore di cui conserva numerose vestigia e una grane abbondanza di monumenti, retaggi, eredità: Giuseppe Lupo, con prosa bella e ampia, prende per mano il lettore, lo conduce con sicurezza, gli racconta ogni cosa con chiarezza e dovizia di particolari, lo fa immergere in una laguna di emozioni che conquista e istruisce. Da leggere, rileggere, far leggere.

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“A Roma con Alberto Sordi”

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Il comune senso del pudore è un documento di com’erano certe sale a fine anni Settanta, col pubblico che ricorda un po’ quello del Teatro della Barafonda in Roma di Fellini, e quindi quello del varietà, ma in una declinazione più bassa, più decadente, secondo la visione di Sordi di come si era andato guastando il gusto generale. «Che è la pura verità» ci dice il tassinaro, che ha ascoltato la nostra chiacchierata. «Io ci ho ottant’anni e mo pe’ ride devi esagera’. Prima ti bastava ammiccare, no? Tu facevi ’n’allusione e la gente se spanciava de risate. Ma desso come fai a fa’ ride? È molto difficile. Per quello dico che è più facile fare i drammoni. Te guardi in giro e poi solo piagne. Io l’ho detto a mi moje quanno è morto Alberto: e mo chi ce fa’ ride?». Attraversiamo ponte Sublicio e arriviamo alla Piramide Cestia. La Piramide è inglobata in un altro posto storico di Roma, il cimitero acattolico, dove sono sepolti Keats, Shelley, Gramsci e molti altri. «Dotto’» mi dice il tassinaro, quando smontiamo, «Sordi ci voleva bene a noi tassinari. Ci ha fatto anche due film, se lo ricorda? Perché ce sta’ pure quello de New Yorke. Quindi che ne dice se mi ci mette anche a me nel suo libro?». Lo guardiamo. Ci strizza l’occhio. Somiglia vagamente a Sordi. Anzi, è talmente simile che potrebbe essere lui. «Si può fare» dico. «Ma dove la metto?». «Faccia come quando si parcheggia». «Come?». «’Ndo trova posto, no?». «Ma è un libro su Sordi». «E appunto che glielo dico. Alberto ci voleva bene. E poi era una grande idea raccontare Roma da un taxi, no? Geniale. E il finale? Sordi con Fellini? Non lo so, dotto’, serve quarcosa di questo tipo. Una trovata». Si mette una mano sul mento e riflette. «Tipo che ne dice se scrive che vi accompagno alla Piramide Cestia a farve ’sta bevuta. Proprio come è successo. Scrive che noi tassinari glie volemo un sacco di bene ad Alberto. Nun è bello?». Ci fa la ricevuta. «Grazie, dotto’. Questo è il mio biglietto da visita. In famiglia siamo tutti tassinari, sa? Veniamo da Scandriglia, che è ’na grande tera. Sia mai dovesse farci un libro anche su di noi, dico. Abbiamo un sacco de storie. Tipo…». Ci allontaniamo prima che possa riprendere. Guardo il biglietto da visita. Pietro Marchetti, Taxi Zara 87.

A Roma con Alberto Sordi, Nicola Manuppelli, Giulio Perrone editore. Il quindici di giugno avrebbe compiuto cento anni, ne sarebbero passati venti da quando è stato sindaco di Roma per un giorno, al tempo in cui il primo cittadino era l’attuale presidente dell’ANICA Francesco Rutelli, e chissà che cosa avrebbe detto della pandemia: probabilmente avrebbe guardato, giustamente, certe isterie collettive dall’alto in basso e, pur certamente addolorandosi per chi fosse sottoposto al dolore per la perdita d’una persona cara, allo smarrimento per una straniante e imprevedibile alienazione o all’oppressione dell’ansia per il lavoro e per i conti da pagare, non si sarebbe lasciato sfuggire l’occasione di prendere in giro, che so, quelli che non hanno mai fatto nemmeno un passo in vita loro, se non tra divano e frigo e viceversa, e ora tutto insieme avevano la smania di correre. Ma ‘ndo annàte?, li avrebbe apostrofati sardonico guardandoli arrancare sudaticci fra le terme di Caracalla e Porta Metronia, è sicuro. Alberto Sordi è la quintessenza di una certa romanità e di una certa italianità (per esempio quella che sognava l’America e cavalcava l’Harley Davidson: quella del film, per la cronaca, apparteneva al cugino del padre dell’autore della presente recensione…), non v’è dubbio, ma è anche molto altro: e Nicola Manuppelli, che ha talento da vendere e da appendere, dà alle stampe un affresco totale e un ritratto minuziosissimo pieno d’amore e intelligenza, da cui non si può assolutamente prescindere.

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Intervista, Libri

Paola Cereda e le notti dell’abbondanza

Perrone - Cereda trenotti - OKMCdefdi Gabriele Ottaviani

Convenzionali ha la grande gioia di intervistare Paola Cereda, che torna in libreria con Le tre notti dell’abbondanza.

Quali sono le notti dell’abbondanza?

Sono le notti che cambiano per sempre il destino del paese di Fosco, dei suoi abitanti e dei protagonisti del romanzo. Di solito nel rito contadino i giorni dell’abbondanza corrispondono a quelli invernali dell’uccisione del maiale: nel libro, invece, cadono in maniera insolita in estate, e sconvolgono le abitudini e le tradizioni.

Che paese è Fosco?

Fosco è un paese che non c’è ma che potrebbe esistere. Siamo in Calabria a metà degli anni ’80: ogni mattina, gli abitanti di Fosco sono accecati dalla luce del sole che si riflette sul mare, un mare dove non possono andare perché così ha deciso zi’ Totonnu, il boss locale.

Chi sono Irene e Rocco?

Sono due quindicenni che, negli anni della loro adolescenza, si confrontano con le regole e le gerarchie degli adulti. Irene ha un quaderno arancione tra le mani dove disegna il mondo così come se lo immagina, Rocco invece è il figlio di un infame, di uno “sparato”. Quella tra di loro è una storia che deve fare i conti con la crudeltà del sistema malavitoso di Fosco.

In che modo l’ambiente in cui viviamo ci influenza?

Irene ha due sorelle: le tre sorelle Rusto sono nate dagli stessi genitori, sono cresciute nello stesso ambiente eppure fanno scelte differenti e le loro vite prenderanno, durante il romanzo, strade diverse. Siamo esseri complessi, in parte determinati dall’ambiente che ci circonda e ci plasma: qual è, allora, il nostro ruolo nello scrivere la pagina più importante della nostra esistenza? È la domanda che guida i protagonisti de Le tre notti nelle loro scelte e, più in generale, gran parte dei personaggi dei miei romanzi.

Quand’è che si diventa adulti?

Quando si comprendono le ragioni degli altri e, allo stesso tempo, si riesce a rifiutarle. Quando si può dire: “Capisco perché lo hai fatto, non fa per me, scelgo altro”.

A cosa non dobbiamo mai rinunciare per cercare di essere felici?

Rocco dice a Irene: “Ti sei accorta che ci hanno rubato il mare? Ma nessuno può rubarci il desiderio del mare”. Fino a quando conserviamo il desiderio (di fare, essere, andare, incontrare, conoscere), abbiamo la possibilità di sentirci pienamente vivi. Alla ricerca della felicità.

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“Le tre notti dell’abbondanza”

Perrone - Cereda trenotti - OKMCdefdi Gabriele Ottaviani

L’uomo trascinò la figlia fino all’automobile e la costrinse nel sedile posteriore, in mezzo alle sorelle. Assicurò u prìncipi tra le braccia della moglie, sfregò la medaglietta della Madonna delicata e si infilò in bocca una caramella alla menta, come faceva ogni volta che partiva per un viaggio. Lorenza sfiorò la mano di Irene, senza distogliere lo sguardo dalla piazza. Lei rispose sospirando.

Le tre notti dell’abbondanza, Paola Cereda, Giulio Perrone editore. Torna in libreria con un’altra casa editrice, quella Giulio Perrone che nell’edizione dell’anno scorso del Premio Strega si è classificata al sesto posto proprio grazie a lei e a un suo come sempre ottimo, sensibile, raffinato, intenso e profondo romanzo, Quella metà di noi, e con una nuova e formidabile copertina l’opera di Paola Cereda, psicologa brianzola per nascita ma torinese d’adozione, impegnata nel sociale con progetti artistici e culturali, per due volte finalista al premio Calvino e insignita di numerosi riconoscimenti, che catapulta il lettore nelle atmosfere di Fosco. Che è immerso nella luce, ma è anche, nomen omen, un luogo cupo. Le tre notti dell’abbondanza è un romanzo potente e delicato, in cui la scrittura ha tanti colori. Come le sfumature del mare, cangiante a ogni tocco di luce, quando si infrange sugli scogli. E il paese di Fosco è così, arroccato a precipizio, una rupe, un confine, un limite, come se la bellezza lo stringesse d’assedio, quasi fosse uno spavento tutto quel fulgore. Ogni cosa appare immobile, in ossequio alle leggi di un tempo diverso: eppure come un fiume carsico gli eventi procedono nel buio. Perché non è solo la bellezza, talmente abbagliante da far quasi paura, a mordere alle caviglie il paese: lo fa anche la ‘ndrangheta, col suo carico di morte. Irene ha quindici anni, un quaderno e Rocco, il suo “amico” sui tetti: e dal loro osservatorio privilegiato, capita che ascoltino qualcosa che non dovrebbero sentire… Ammaliante.

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“A Stoccolma”

download (1)di Gabriele Ottaviani

Così posammo le borse e tornammo subito fuori, perché m’ero messo in testa che quel primo arrivo non sarebbe mai stato completo né adeguato se non avessimo immediatamente assistito di persona al miracolo, replicato in mille dépliant, di questa “città che galleggia sull’acqua”. Scoprimmo subito due cose: che dati gli orari dei ristoranti svedesi è meglio non lasciar passare le otto di sera senza essersi procacciati la cena; e che il mio senso dell’orientamento non è così infallibile come mi è sempre piaciuto e tuttora mi piace pensare. Ci perdemmo, e iniziammo a vagare in direzione del tutto opposta rispetto alle rive del Saltsjön, addentrandoci tra i casermoni d’acciaio e cemento e vetro del periodo modernista, tra vetrine di grandi magazzini e finestre spente di uffici, nelle vie pressoché deserte di una città silenziosa che sembrava quasi offesa dal mio ingenuo entusiasmo per le vedute da cartolina. Tornando in albergo, riflettendo sull’impresa fallita, e poi nei giorni seguenti, ripercorrendo le stesse strade di quella notte, scoprimmo una terza cosa: che per certi versi Stoccolma non si fa problemi a ribadire quegli stereotipi che si hanno da noi sui nordici – freddi e distaccati, taciturni e un po’ rigidi, più razionali che estrosi, mediamente depressi; in certi angoli, in effetti, e soprattutto in certi giorni, Stoccolma può diventare cupa e grigia e chiusa in sé stessa, e non c’è niente da fare per convincerla a riaprirsi: tiene il muso e basta, e bisogna aspettare che passi. Perché prima o poi passa…

A Stoccolma – Da August Strindberg a Stieg Larsson, Andrea Berardini, Giulio Perrone editore. Dalle origini sconosciute, che si perdono nella notte dei tempi e nel mito di una saga vichinga che ne attribuisce la fondazione a un leggendario re sueone, Agni, Agne o Hogne, della casata degli Ynglingar, di Uppsala, la capitale della Svezia, nonché maggiore città della Scandinavia tutta, sviluppata su quattordici isole là dove il lago Mälaren incontra il Baltico, tanto da essere chiamata la Venezia del Nord, ha un fascino sublime: Andrea Berardini ce la racconta e ci conduce per le sue vie con mano sicura attraverso la voce dei suoi più celebri cantori, che l’hanno scelta come ideale riferimento per le storie che hanno inventato e consegnato all’umanità, amata, odiata, una, nessuna, centomila. Splendido.

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“A Londra con Sherlock Holmes”

downloaddi Gabriele Ottaviani

Sherlock Holmes ha lasciato tracce anche dove non è mai stato. Forse senza rendersene pienamente conto, Arthur Conan Doyle ha incarnato nel suo personaggio lo spirito del tempo: il passaggio fra Ottocento e Novecento nella più grande, dinamica e multietnica città del mondo. L’inizio della modernità. L’investigatore dall’infallibile deduzione poteva venire alla luce soltanto a Londra, perché la capitale britannica rappresenta in quel momento l’evoluzione della specie: non solo la piccola e particolare specie del poliziotto privato ma soprattutto quella universale e poliedrica della razza umana. Inconsapevolmente, perché non è un sociologo o un filosofo, lo scrittore scozzese crea un nuovo tipo di Homo Sapiens, più sapiente, intelligente e moderno dei suoi predecessori, che abbatte gli schemi precostituiti, crede nel progresso, lotta per la giustizia…

A Londra con Sherlock Holmes – Una passeggiata insieme al grande detective, Enrico Franceschini, Giulio Perrone editore. Londra non è solo una città, con ogni evidenza, nella prosa di Conan Doyle, né un mero fondale: è una vera e propria protagonista, si riverbera negli atteggiamenti di chi la abita e al tempo stesso è uno specchio delle loro anime, spesso in preda al travaglio. Il più grande investigatore della storia, autentico paradigma nonché incarnazione del metodo deduttivo, è scelto come guida da Enrico Franceschini, che a sua volta conduce il lettore alla scoperta di un intero universo di suggestioni: da un viaggio non si torna mai uguali alla partenza, e questo percorso arricchisce lo spirito, istruisce e fa sognare.

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