Libri

“Un paese terribile”

download (1).jpgdi Gabriele Ottaviani

La nonna fece una smorfia e scosse la testa.

Un paese terribile, Keith Gessen, Einaudi, traduzione di Katia Bagnoli. Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Così Pavese, poco prima di togliersi la vita per sempre. E come dargli torto? Come si fa a non amare il posto in cui si nasce? Come si fa d’altro canto a non detestarlo, quando ci sembra che sia proprio quel luogo a farci sentire fuori posto nella nostra esistenza medesima? Un paese ci vuole, che sia un borgo o che sia, talvolta con la maiuscola, una nazione: nella fattispecie la Russia in cui, sfarinatosi il comunismo, tutto è cambiato ma tutto è rimasto gattopardescamente uguale, e nella quale torna, docente precario a New York senza grandi prospettive di nessun tipo, un nipote che deve occuparsi della nonna, perché il fratello, che di solito le bada, ha improvvisamente, e per oscuri motivi, dovuto recarsi al di là del confine, la frontiera più lunga del mondo. E così inizia una nuova vita per il nostro protagonista, ma… Siamo fragili, si sa, anzi, frangibili, proprio perché umani: e di noi, creature spasmodicamente in cerca di felicità, parla questo romanzo tagliente e insieme delicatissimo. Da leggere.

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“Il futuro è storia”

31wAPOMsGRL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

In un’autobiografia che scrisse molto tempo dopo, Nemcov spiegò le origini di questa strana abitudine di banchettare. Quando fu nominato governatore la prima volta, il suo vice, un politico più anziano ed esperto, gli disse che per farsi prendere sul serio avrebbe dovuto farsi una bevuta con ogni boss locale della regione, compresi i direttori di circa cinquecento fabbriche e i responsabili di 750 fattorie collettive. Nemcov scremò la lista, riducendola a quattrocento persone, e si prefisse l’obiettivo di condividere una bottiglia di vodka con ciascuna di loro. Nel giro di un anno, si rese conto che la sua salute era compromessa, che il suo corpo era sempre gonfio e che presentava tutti i sintomi dell’alcolismo caratteristici della gran parte dei russi. Notò inoltre che aveva assimilato un’attitudine tipica dell’establishment politico sovietico, ossia la diffidenza nei confronti di chiunque non bevesse.

Il futuro è storia, Masha Gessen, Sellerio, traduzione di Andrea Grechi. Masha Gessen, vincitrice con questo libro del National Book Award, nell’edizione dell’anno del Signore duemiladiciassette, e finalista ai National Book Critics Circle Award, è senza dubbio una delle voci più potenti, autorevoli, interessanti, capaci, abili, intense, convincenti e coinvolgenti del pur fitto e variegato panorama internazionale: con questo saggio che ha una verve romanzesca di altissimo livello realizza un apologo e un’esegesi assai accurata e senza dubbio degna di attenzione del concetto di transizione, presentando al lettore storie di personaggi che, quando l’Unione Sovietica è ormai già marcescente, si affacciano alla vita in una realtà che non lesina promesse, senza però preoccuparsi, come se fosse la matrigna natura leopardiana, indifferente alle sue creature, cui dà solo la vita, e non ritiene le si debba chiedere altro, di mantenerle, condannando una generazione al precariato e all’insoddisfazione, generando gli stessi conflitti del passato. Da non perdere.

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“Perfect rigor”

51b7SlRpaxL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Forse l’episodio più fatidico della vita di Perel’man è stata la comparsa, durante il primo anno all’Università di Leningrado, di una presenza davvero ingombrante che aveva, però, l’aspetto di un vecchietto con una barba squadrata e grigia. Si chiamava Aleksandr Danilovič Aleksandrov (di solito, viene riportato anche il patronimico per distinguerlo da altri Aleksandr Aleksandrov): era una leggenda vivente e, quasi per miracolo e per assurdo, insegnava ancora geometria agli studenti del primo anno del Mathmech. Aleksandrov aveva iniziato a studiare fisica, ma negli anni Trenta aveva lasciato la scuola di specializzazione perché, come aveva spiegato in un’occasione, “non potevo promettere che avrei sempre fatto ciò che ci si aspettava da me”. A quanto si racconta, uno dei suoi due tutor, il fisico Vitalij Fok, gli avrebbe detto: “Sei troppo onesto”. E l’altro, il matematico Boris Delone, avrebbe aggiunto: “Non sei abbastanza carrierista”. Ciò nonostante, a venticinque anni Aleksandrov aveva già discusso due tesi, ricevuto una serie di premi prestigiosi e nel 1952, all’età di quarant’anni, divenne il rettore dell’Università di Leningrado. “Aleksandrov ha avuto una grossa influenza su Griša” ha sostenuto Golovanov, testimone diretto di come era iniziato il loro rapporto, visto che quell’anno aveva seguito anche lui il corso di geometria che l’anziano professore teneva alle matricole. “Sul piano psicologico, era proprio il genere di persona in grado di esercitare una forte influenza sugli altri. Per riassumere in poche parole chi era Aleksandrov, posso dire che era il tipico ‘Giovane Pioniere’ dalle colossali capacità intellettive e incapace di far del male a chicchessia. Innegabilmente però, ha commesso una serie di errori madornali, anche se mai in maniera intenzionale”.

Perfect rigor – Storia di un genio e della più grande conquista matematica del secolo, Masha Gessen, Carbonio, traduzione di Olimpia Ellero. L’onestà è un valore, anche se nello scenario politico attuale è diventata più che altro una clava da brandire, uno slogan gridato a sproposito e in base alle convenienze contingenti, non a principi etici più alti, indiscutibili e che dovrebbero essere considerati alla stregua di riferimenti sempre validi: e proprio l’onestà, il rigore morale, la disciplina, la dignità, la serietà, il senso del dovere sono alcuni fra i fondamentali temi di questo monumentale, quale che sia l’accezione per il tramite della quale si desideri declinare l’attributo appena espresso, volume, che racconta la tragica, misteriosa, eccentrica, ossessiva storia, particolare e individuale e intessuta con quella generale e collettiva, con l’iniziale maiuscola, di un genio, senza se e senza ma, con ogni evidenza deluso dal mondo. Sedici anni fa infatti un matematico russo, Grigori Perel’man, ha clamorosamente, sorprendendo e sconvolgendo la comunità scientifica internazionale, risolto, dimostrandolo, uno dei cosiddetti sette enigmi del secolo nell’ambito della sua materia, ovvero la congettura di Poincaré, uno dei più importanti problemi della topologia, la disciplina che studia le proprietà delle figure e delle forme che non cambiano quando viene effettuata una deformazione senza cosiddetti “strappi”, “sovrapposizioni” o incollature”, enunciato agli inizi del Novecento sostenendo che ogni sfera di omologia semplicemente connessa chiusa, ossia compatta e senza bordi, sia omeomorfa a una sfera tradizionale. Ma Perel’man, ora cinquantaduenne, dopo un decennio di dedizione assoluta al suo obiettivo, ha rifiutato qualunque onore, prestigioso anche dal punto di vista meramente economico, ha lasciato il lavoro, si è negato agli amici e alla stampa e si è rinchiuso con la sola compagnia della madre in un appartamento piuttosto male in arnese alla periferia della sua città natale, San Pietroburgo, la Leningrado della sua gioventù sovietica. Masha Gessen, giornalista russa di chiara fama e di gran talento narrativo, indaga la leggenda sin nei più reconditi meandri. Da leggere.

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“I fratelli Tsarnaev”

51gnmjAZGWL._AC_US218_di Gabriele Ottaviani

Cosa ci fa un ragazzo così bello con una ragazza che non capisce niente?

I fratelli Tsarnaev, Masha Gessen, Carbonio, traduzione di Alberto Cristofori. Sembra Dostoevskij, solenne, tragico, intimo, umanissimo, assai profondo nell’indagine del male e della sua eziopatogenesi, ma viceversa è storia molto più che moderna, decisamente contemporanea, tanto che di recente ne sono stati tratti anche dei film, finanche con Jake Gyllenhaal come principale interprete, partendo dalla stretta attualità degli accadimenti, dalle testimonianze di chi è rimasto ferito, di chi ha perso qualcosa o qualcuno, di chi con i propri occhi ha visto morire, patire, piangere, dolersi, sanguinare numerose persone, mentre la tragedia, per il tramite impudico dei mezzi di comunicazione di massa, rimbalzava in tutto il mondo. Il quindici di aprile di cinque anni fa, al traguardo della Maratona di Boston, due bombe rudimentali ammazzano tre persone e ne feriscono duecentosessantaquattro: l’orrore si deve alle azioni di due fratelli, Tamerlan e Jahar Tsarnaev, sedicenti jadisti. La loro patria è la Cecenia martoriata da tempo ormai immemore. E invece è proprio nella memoria che scava la prosa chirurgica di Gessen, capace di essere descrittiva fino al massimo livello possibile e di raggiungere il livello supremo della consapevolezza. Da leggere.

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