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“Quando Mussolini non era il duce”

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Le mogli adultere dei combattenti non debbono più portare il nome di un soldato italiano e pertanto i soldati traditi dalla femmina sudiciona e definiti mutilati dell’onore dovevano avere immediatamente la possibilità di divorziare…

Quando Mussolini non era il duce, Emilio Gentile, Garzanti. Nel millenovecentododici Mussolini ha ventinove anni, è un maestro elementare che è già stato diverse volte in galera, crede nel socialismo (che l’anno prima ha segnato a dito il Pascoli, che proprio nel millenovecentododici passa a miglior vita, e la cui fede pure non ammetteva dubbi, per il discorso La grande proletaria s’è mossa, nel quale, in ossequio al tema del nido tanto caro alla sua poetica, per evitare che i poveri contadini, la sua gente, così amata, dovesse affrontare lo straniamento dell’emigrazione e della sofferenza, sosteneva la guerra di Libia) e vive in provincia, realtà marginale per natura. Sostenere l’interventismo pochi anni dopo gli dà l’occasione per assurgere alla ribalta delle cronache, ma in verità nei primi tempi è lontanissimo anche solo dall’idea di poter aspirare a diventare, a colpi di propaganda e retorica, il duce degli italiani: Emilio Gentile dà alle stampe un’opera monumentale, il ritratto di un uomo pronto a tutto per uscire dall’ombra e diventare protagonista della storia. Da non perdere.

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“Ascesa e declino dell’Europa nel mondo”

91HPQONUFpL._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Nell’impero austro-ungarico nel 1907 fu approvata una riforma che introduceva il suffragio universale…

Ascesa e declino dell’Europa nel mondo – 1898-1918, Emilio Gentile, Garzanti. Il cosiddetto secolo breve è stato in realtà densissimo di accadimenti e mutamenti: nel breve volgere di pochi decenni l’immagine e la visione del mondo e della società sono state realmente rivoluzionate, sotto l’effetto di spinte uguali e contrarie, centrifughe e centripete, nel segno dell’aggregazione e della riappropriazione, al tempo stesso, della propria identità. Il vecchio continente, potenza coloniale nel cui centro monumentali si ergevano gli ottocenteschi imperi centrali spazzati via d’un soffio dalla carneficina della grande guerra, è divenuto territorio spartito tra blocchi contrapposti, zona d’influenza, retaggio del passato ma anche simbolo d’un ideale illuminista di cambiamento, di abolizione di confini, di circolazione libera di genti e pensieri: con prosa mirabile e dotta l’autore indaga questo fenomeno nella sua caleidoscopica abbondanza di sfaccettature focalizzandosi sul tempo di mutamenti così ben raccontato anche dall’arte in genere nel ritratto dell’uomo moderno inetto all’esistenza.

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“I vivi e i morti”

0x300 (1).pngdi Gabriele Ottaviani

Italia: feto oscuro. Italia: che tagli senza asce e coltelli l’anima mia.

I vivi e i morti, Andrea Gentile, Minimum fax. Finalista al premio Volponi, al premio Bergamo e non solo, e non si fa alcuna fatica a capire il perché, visto che si tratta di una prosa solenne, monumentale, epica, incantata, policroma, fantasmagorica, caleidoscopica, leggendaria, dal sapore antico e insieme modernissima e futuristica, allegorica, preconizzatrice e visionaria, articolata ma mai ostica, ottima, unica, ampia, elegante, originale, sorprendente, potente, destabilizzante ma non respingente, che non vuole piacere per forza e che dunque proprio per questo conquista in senso pieno e assoluto: spiazza, confonde, persuade, ammalia, non ha falsi timori né remore, narra di un meridione viscerale con icasticità immersiva e persino erotica, ricchissima di riferimenti (in primo luogo, verrebbe da dire, il sostrato biblico della cultura occidentale che ammanta con l’ortodossia rassicurante della fede turpitudini atroci che agitano e vellicano incubi). In un luogo che non esiste e che pertanto è credibilissimo, lontano e vicinissimo, Masserie di Cristo, lungo le pendici del Monte Capraro, i vivi e i morti, incontrandosi, si mostrano l’un l’altro per quello che non sono, e una giovanissima, Assuntina, scompare. Cachinni disperati si levano al cielo dalla comunità: ma non è che l’inizio…

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“Laggiù tra il ferro”

gentile_fronte_highdi Gabriele Ottaviani

È una concezione che ha radici antiche. «Nemo prudens punit quia peccatum est, sed ne peccetur» (“Nessun uomo avveduto punisce perché si è peccato, ma perché non si pecchi”) ci ricorda Seneca parafrasando Platone. Ed è una concezione che ciclicamente ritorna. Emblematico è l’insegnamento di Beccaria che non solo riconosce gli effetti intimidatori esplicati dalla pena, ma sottolinea anche che gli stessi non dipendono tanto dalla severità, quanto dall’immediatezza e dalla certezza della reazione punitiva, così come quello di Feuerbach che, attraverso la sua teoria della coazione psicologica, sostiene che la legge penale sia in grado di influenzare la volontà del potenziale criminale, agendo in senso contrario alla spinta criminosa, attraverso la minaccia di un male superiore ai possibili vantaggi ricavabili dal delitto. Della serie, «punirne uno per educarne cento», mi verrebbe da dire parafrasando Mao Tse-tung o altri esponenti dei sistemi totalitari fautori di simili posizioni. È senz’altro suggestivo, almeno in linea teorica, ma siamo proprio sicuri che nella pratica gli altri cento saranno educati dalla punizione di quell’uno? E, soprattutto, che ne sarà di quell’uno? È una concezione idealistica della pena, che pretende di riportare ogni spinta al delitto al binomio costibenefici, dimenticando che molti dei crimini maturano per effetto di una forza irrefrenabile, l’impeto, che poco o nulla ha a che vedere con la lucida razionalità. Nella mia esperienza ne ho conosciute davvero poche di persone che hanno commesso un reato dopo aver soppesato i pro e i contro o, guardando da un’altra prospettiva, che non l’abbiano commesso sulla scorta della medesima valutazione, tanto più se si pretende che essa maturi sull’esperienza di qualcun altro. Senza considerare i rischi di una simile impostazione che, portata agli estremi, finirebbe per legittimare qualunque punizione a condizione che sia utile per la società, finanche a prescindere dalla proporzione rispetto al torto arrecato e, ancor peggio, dalla colpevolezza. Ed è forse per tali insuperabili criticità che la teoria della generalprevenzione ha subito una evoluzione in senso “positivo”, che si risolve nella convinzione – dal sapore un po’ utopistico – che la minaccia della sanzione, nel lungo periodo, contribuisca a formare le coscienze dei cittadini, unendole nel rispetto e nella condivisione di valori comuni. Anche in questo caso, però, ci si rivolge alla collettività, mai all’individuo, che rimane uno strumento per educare gli altri al bene. Non sempre l’esempio basta. Anzi, è connaturale al sistema il rischio emulativo.

Laggiù tra il ferro – Storie di vita, storie di reclusi, Nicodemo Gentile, Imprimatur. Nicodemo Gentile è un cassazionista di chiara fama. È il legale di riferimento di numerose associazioni e comunità impegnate nel sociale. Vicende di rilevanza nazionale come i processi concernenti Meredith Kercher, Alberica Filo Della Torre, Melania Rea, Sarah Scazzi, Roberta Ragusa e Guerrina Piscaglia, solo per citare qualche nome, lo vedono impegnato da anni. Sa ciò di cui parla. Conosce l’argomento. Ma la sua scrittura non è affatto un rigido esercizio di stile dovuto a un’estrema professionalità. La pena è necessaria. La colpa dev’essere pagata. Secondo giustizia. Ma si deve avere come obiettivo la rieducazione sociale del condannato. Solo in questo modo il paese potrà dirsi civile. E la sua civiltà passa anche dall’istituzione carceraria. La voce dell’autore e quella dei detenuti si alternano, costruendo un solido mosaico: non è la storia giudiziaria al centro, i processi si celebrano con regole ben precise che sono garanzia di equità in tribunale, non certo tra le righe inchiostrate delle pagine di un libro. Quello di un volume è uno spazio congruo alla riflessione, al pensiero, all’opinione, all’analisi, all’esegesi, al dibattito, allo studio, alla consapevolezza, alla conoscenza, all’approfondimento, alla testimonianza, al racconto, della vita, del tempo, della quotidianità, della dimensione altra rispetto alla vita fuori, di un altrove che deve ricondurre al luogo dove la normalità si è interrotta per ripartire in modo da non commettere più errori, che sono causa di danno per sé, per gli altri, per la collettività in cui si vive e cui si appartiene, costruito con impeccabile e autorevole rigore.

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