Libri

“Pokko e il suo tamburo”

di Gabriele Ottaviani

Delizioso, divertente, caratterizzato da disegni bellissimi, ricco di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione, avvincente, emozionante, interessante, intrigante, ironico, sorprendente: il racconto di una storia di crescita, conquista e sogni, fra genitori buoni ma un po’ maldestri e il desiderio irresistibile di spiccare il volo, è una boccata d’aria fresca e un tuffo nella speranza, perché chi più chi meno siamo tutti ranocchiette come Pokko, viviamo nella tranquilla selva della nostre abitudini, ci basta poco per essere felici e quelli che sembrano errori spesso in realtà sono meravigliosi doni del destino. Pokko e il suo tamburo, Matthew Forsythe, Terre di mezzo, traduzione di Giulia Genovesi: un vero incanto.

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“Cadrò, sognando di volare”

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Non potevamo perdere tempo…

Cadrò, sognando di volare, Fabio Genovesi, Mondadori. La mai abbastanza celebrata legge Martino – non a caso esponente di un’area liberale –, ossia la numero duecentoventisei del duemilaquattro, promulgata nel corso del secondo governo Berlusconi e poi confluita nelle norme dell’esecutivo successivo guidato da Prodi in materia di difesa e di organizzazione militare, ha abolito un retaggio patriarcale antiquato e ingiusto già ai tempi del risorgimento, che, specialmente fatto com’era fatto, col solito atteggiamento all’italiana per cui ciò che è pubblico non è curato da tutti perché proprietà comune bensì trascurato da ognuno perché ritenuto di nessuno, costituiva soltanto, benché potesse essere la possibilità per molti che non erano mai usciti dal paesello d’origine e non avevano mai fatto una visita andrologica di conoscere qualcosa in più del mondo e di sé, un anno di vita buttato: la leva obbligatoria. Nel millenovecentonovantotto però il nostro protagonista ha ancora questa spada di Damocle che gli penzola sul cranio, e quando arriva l’odiosa cartolina, dopo gli abituali rinvii per motivi di università, opta dunque per il servizio civile: motivo per il quale Fabio finisce, studente di giurisprudenza suo malgrado o quasi, finisce in un ospizio per preti in mezzo ai monti diretto da un ex missionario ottantenne che ce l’ha col mondo intero, che infatti tiene fuori dalla sua cella, tranne che con Gina, una ragazza che si crede una gallina, per giunta non essendolo, a differenza di tante e tanti che invece lo sono e se ne fanno persino vanto (sia detto con tutto il rispetto possibile per la fauna avicola, naturalmente, che a essere paragonata a certi bipedi ci rimette, e pure parecchio). Il rude malmostoso ha però qualcosa in comune con Fabio: la passione per il ciclismo, e quelli sono gli anni del Pirata, dell’epopea tragica di Pantani, che serve a loro per conoscersi e a uno scrittore raffinato, brillante, capace e bravissimo come Fabio Genovesi di raccontare con agilità mirabile le dinamiche dell’anima. Trascinante.

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“Tutti primi sul traguardo del mio cuore”

71n4uTgJRQL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Di bel tempo a questo Giro se n’è visto poco. Pioggia quasi sempre, anche lungo l’Adriatico, temo di aver messo il costume in valigia per niente. Anzi, non è un timore, è una dolorosa certezza. Perché da oggi cominciano le montagne, e invece del costume devo tirare fuori i guanti e il cappotto. Là fuori ci sono cinque gradi e andiamo su per una strada che sembra roba da appassionati di fantasy, in mezzo a boschi abitati da folletti e maghi, buia e ghiaccia eppure splendida mentre sale al passo del Cason di Lanza. Piccole cascate si buttano giù dai monti e si spaccano sulla roccia trasformandosi in un vapore magico, che formerebbe di sicuro mille arcobaleni se solo ci picchiasse un raggio di sole ogni tanto.

Tutti primi sul traguardo del mio cuore, Fabio Genovesi, Solferino. Il giro d’Italia, la corsa rosa per antonomasia, dal colore della maglia del primo in classifica, che a sua volta prende spunto dalla tinta della storica testata, sponsor e narratore ufficiale, è un mito epico che per migliaia di chilometri attraversa lo Stivale (e non solo, spesso e volentieri): ma le gesta degli atleti non sono che, pur trattandosi dell’elemento nevralgico, una parte della storia che uno scrittore, che da sempre ha desiderato di far parte a questa folle ed entusiasmante carovana, si ritrova finalmente a vivere e a raccontare. È una commedia umana dalle mille sfumature quella che si dipana tra prove a cronometro e arrivi in salita, e anche un ritratto della società, che Genovesi regala a tutti i lettori dando prova di estrema maestria stilistica. Da leggere.

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“Il mare dove non si tocca”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

La cosa più rotta di tutte era lui…

Il mare dove non si tocca, Fabio Genovesi, Mondadori. Fabio è piccolo. Ha sei anni. Il primo giorno di scuola per lui cambia tutto. Sì, perché non ha fratelli. Ha una mamma protettiva. Un padre affettuoso e, come si suol dire, dalle mani d’oro. Sa aggiustare tutte le cose. Una nonna dal piglio generalesco. Una decina di nonni, più o meno, anziché il paio che di norma ne hanno tutti gli altri, perché il suo nonno biologico ha un sacco di fratelli, che fanno a gara per coinvolgerlo in mille stravaganti e mirabolanti avventure. Ha una famiglia folle, sconclusionata e bellissima. Ma, appunto, non ha fratelli. E non sa nemmeno che esistono altri bambini della sua età. Non sa nemmeno che esistono dei giochi come il nascondino. Tutto è esotico, nuovo, una scoperta, una sorpresa: come quella, terribile, che sul clan grava una maledizione… Fabio Genovesi, con amore e cura, semplicità, leggerezza ed eleganza, prende per mano il lettore e lo conduce all’interno di un nucleo fatto di persone che davvero vorresti incontrare e conoscere, nei sottili meandri di una storia di crescita lirica ed emozionante. Da non perdere.

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