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“L’ultima caccia”

di Gabriele Ottaviani

Lo ascoltò e capì che la notte era appena iniziata…

L’ultima caccia, Jean-Christophe Grangé, Garzanti, traduzione di Doriana Comerlati. Il sangue non è acqua, si dice, e mai come in questo caso l’adagio pare aver trovato conferma: una conferma inquietante, però, va detto, perché nei riti e nei legami si annidano sovente insidie torbide e devastanti, e in questo caso il gioco perverso tra carnefici e vittime pare aver raggiunto un vero e proprio punto di non ritorno. I meandri della Foresta Nera sono oscuri come le fitte selve dell’anima, e sono un palcoscenico solenne, un fondale e insieme un simbolico personaggio: ogni cosa pare amplificata, l’eco accresciuta dal silenzio inquietante, il perdono impossibile, le grida d’aiuto destinate a restare inascoltate. Deve aver urlato Jürgen, ma nessuno l’ha sentito: Jürgen von Geyersberg, rampollo di una nobile, stimata, rispettabilissima dinastia. Trovato cadavere e mutilato, non può che occuparsene, per illuminare la verità, Pierre Niémans, detective brillante, abilissimo, risoluto, riservato, che con l’aiuto dell’allieva Ivana Bogdanović e del comandante Kleinert, capo delle forze dell’ordine tedesche, pare aver subito trovato una pista interessante da seguire, quella della pirsch, un misterioso rituale che viene fatto risalire ai Cacciatori neri, un gruppo di criminali senza scrupoli assoldati da Himmler per lo sterminio degli ebrei. Ma le premesse iniziali sembrano essere presto disattese, e nel frattempo una nuova battuta di caccia sta per cominciare… À bout de souffle.

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“Quello che si salva”

di Gabriele Ottaviani

Ancora non ha deciso cosa le dirà…

Quello che si salva, Silvia Celani, Garzanti. Ci sono cose che volano e cose che restano, e quando pare che tutto sia perduto è proprio da quel che rimane che si deve ripartire, che si deve spiccare il volo, ricominciare: e se non è mai troppo tardi per essere ciò che si sarebbe voluto e dovuto essere, è anche vero che il tempo che abbiamo a disposizione non è eterno e infinito, la vita è una e va sfruttata. L’occasione, per Giulia, è una trottola in vetrina. La riconosce, non può sbagliare, sa che è quella, un oggetto per chiunque senza dubbio insignificante, ma lei ne è certa, è quella che le aveva affidato Leo, il suo amore di ragazza, nella Roma occupata dai nazisti, mentre combattevano per la resistenza e la libertà, e che lei, quando un giorno dopo una retata ha perso le tracce del suo fidanzato, non è più riuscita a trovare. Com’è finita in quel negozio? Come mai le capita dinnanzi agli occhi proprio ora, dopo tutta una vita? Come può dare un senso a tutto, se non aprendo finalmente il proprio cuore all’unica persona che forse potrebbe capirla e aiutarla, colei che ha cresciuto come una nipote? Intenso e magnetico, travolgente e palpitante.

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“Ho soffiato il mio desiderio fino al cielo”

di Gabriele Ottaviani

Sapeva già che non sarebbe sfuggita a quel viaggio in terra sconosciuta…

Ho soffiato il mio desiderio fino al cielo, Philippe Amar, Garzanti. Traduzione di Sara Arena. Victor è stato cresciuto da Tatie, ma ormai lei non può più occuparsi di lui: così, a dodici anni, l’intraprendente e tenerissimo fanciullo ha deciso che è ora di prendere in mano la propria vita, e di trovarsi un’altra mamma, nei cui caldi e amorosi abbracci sentirsi finalmente di nuovo al sicuro. Ha già una candidata: Lily. Bella, buona, dolce, generosa, gentile, prepara leccornie per mestiere: come potrebbe dirgli di no? Il problema è che Lily è certamente tutto questo, ma anche una giovane donna che prima di potersi occupare come si deve di qualcun altro deve mettere ordine nella propria vita: Victor, però, non è un tipo che demorde, ed è anche un piccolo genio della conquista… L’amore è come una meringa, da un’apparenza insignificante può sbocciare in un secondo e diventare bellissimo, come questo romanzo delicato, emozionante, commovente, profondo e mai retorico.

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“L’ultima testimone”

di Gabriele Ottaviani

Eppure erano così amiche, quelle due…

L’ultima testimone, Cristina Gregorin, Garzanti. Fossero tutti così gli esordi, il mondo della letteratura sarebbe senza dubbio migliore: perché questo libro è ben scritto, interessante, importante, solido, strutturato, ben costruito, potente, avvincente, appassionante, raffinato, racconta una storia che parla di storia, della storia, del suo valore, del ruolo della memoria, a livello sociale, culturale, morale, etico, politico, di quanto i segreti, pur taciti per natura, facciano rumore, delle valanghe e delle sommosse che generano, della responsabilità personale, da cui, come da sé medesimi, non si può, volenti o nolenti, fuggire, e quantomeno non in eterno. La giuria del premio Calvino ha insignito l’opera di Cristina Gregorin con una menzione speciale, pienamente, senza dubbio, meritata, dato che questo libro, che getta luce su una pagina poco nota della seconda guerra mondiale, narrando delle scelte di una donna e delle sue conseguenze, valicando lo spazio e il tempo. Da leggere.

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“Come rugiada nel buio”

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Miss Hallye sembrava cambiata davvero, proprio come il suo nome…

Come rugiada nel buio, Julie Kibler, Garzanti. Traduzione di Paola Bertante. Lirico sin dal titolo, questo riuscito romanzo al femminile, apologo salvifico sul potere inestimabile dell’amicizia, prende le mosse dall’ultimo piano di una grande biblioteca dove si trova un archivio che nessuno conosce meglio di Cate, giovane e timida, che più che altrove lì si sente a casa. Quei voluminosi faldoni sono amici di carta, e in particolare è una storia ad appassionarla, quella di Lizzie e Mattie, due donne che cento anni prima hanno incontrato un destino simile al suo, fuggite da errori imperdonabili, da colpe gravose e indimenticabili, ma mai dome, e… Da leggere.

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“La tenuta delle rose”

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Ho portato una persona che vuole conoscerti…

La tenuta delle rose, Hannah Richell, Garzanti. Traduzione di Elisabetta Valdrè. La memoria talvolta fa scherzi infidi, e il tempo fa il resto. Ciò che ci è sempre parso in un certo modo in realtà può rivelarsi assolutamente dissimile: la delusione è dietro l’angolo, ma anche la possibilità di una rinascita. È tornando a casa, da una nonna a cui ormai resta poco, e che è oppressa dall’onere di una verità che anela rivelare, che Maggie si rende conto che per lei il destino non è ancora scritto, e… Potente, elegante, magnetico.

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“Il gioco della devozione”

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Non stava molto bene l’ultima volta che l’abbiamo visto…

Il gioco della devozione, S. R. Masters, Garzanti. Traduzione di Doriana Comerlati. Adeline, Rupesh, Steve, Jen e Will sono seduti intorno al falò mentre le onde del mare sciabordano in lontananza cullando soavi i loro pensieri e fanno un gioco che si chiama Devozione e che non è altro che una promessa d’amicizia eterna, come se ne fanno tanti quando, giovanissimi, si vive di assoluti. Uno di loro d’un tratto chiede agli altri: se diventassi un serial killer, voi restereste miei amici? La domanda gela gli astanti: ma no, non è vero, non è possibile, che sciocchi, come abbiamo fatto a non capire, è il solito, scherza sempre. La perplessità dunque dura un attimo, ma poi… Semplicemente formidabile.

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“Le 60 lingue che uniscono l’Europa”

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La parola gagauzo sa un po’ di linguaggio infantile, un po’ di Lady Gaga e un po’ di chissà cos’altro

Le 60 lingue che uniscono l’Europa, Gaston Dorren, Garzanti, con il contributo di Jenny Audring, Frauke Watson e Alison Edwards, traduzione di Giuseppe Maugeri. Lituano, lingue ugro-finniche, romancio, francese, lingue slave, lingue balcaniche, osseto, tedesco, galiziano, danese, normanno dell’isola del Canale, karaim, giudesmo e yiddish, ossia le lingue dell’esilio, islandese, norvegese, bielorusso, lussemburghese, scozzese e frisone, svedese, catalano, serbo-croato, ceco, polacco, gaelico scozzese, russo, spagnolo, sloveno, shelta, anglo-romaní, greco, portoghese, sorabo, lettone, italiano, sami, bretone, olandese, romaní, bulgaro-slovacco, gallese, basco, ucraino, monegasco, irlandese, gagauzo, dalmatico, cornici, mannese, slovacco, albanese, lingue germaniche, esperanto, macedone, turco, finlandese, faroese, lingue dei segni, armeno, ungherese, maltese, inglese: eccole, le lingue del vecchio continente, ognuna emblema e quintessenza di usi, costumi, tradizioni, mentalità. Con un linguaggio semplice e chiaro, divulgativo e dottissimo, piacevole a leggersi e intrigante, più che un saggio è un viaggio di scoperta, un racconto di noi e del nostro mondo, sempre più fragile, sempre più precario, sempre più conflittuale, sempre più bisognoso di ponti e non di muri. Perché anche le parole sono importantissime, eccome. Da non perdere.

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“L’orizzonte ci regalerà le stelle”

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Julia fissa la foto. Alcune persone sembrano impacciate in abiti eleganti. Ana non è tra quelle. Indossa il vestito costoso con più naturalezza dei suoi indumenti lisi o della divisa dell’hotel. Julia guarda l’alto texano dai capelli scuri. Ana ha accennato di essere stata assegnata alla sua famiglia per l’estate. Non ha menzionato però il suo aspetto. Bello. Il suo completo è costoso, di taglio sartoriale e sapientemente adattato al suo fisico robusto. La cravatta è importata dall’Italia; Julia lo capisce dalla dimensione del nodo. La foto parla un linguaggio privato. Ana si protende verso il texano. Il texano si protende verso Ana…

L’orizzonte ci regalerà le stelle, Ruta Sepetys, Garzanti, traduzione di Roberta Scarabelli. La storia è una gran maestra, ma non si può dar torto, in tutta onestà, a Gramsci quando sostiene che le manchino gli allievi: bisogna imparare da quanto è accaduto, perché non si ripeta, e in modo ancor più grave. La morsa della dittatura franchista stritola la Spagna già da anni quando nel millenovecentocinquantasette, mentre in Italia Elsa Morante pubblica con meritato ed enorme successo L’isola di Arturo e, a proposito di empiti di libertà contro i regimi, Feltrinelli è il primo editore occidentale a dare alle stampe quel Dottor Živago che darà celebrità immensa e non pochi guai al suo sovietico autore, tanto che l’anno dopo per le pressioni dell’URSS non potrà accettare di succedere ad Albert Camus nel novero dei vincitori del Nobel per la letteratura, Daniel, giovane fotoreporter, attraversa la realtà in cerca di uno scatto incisivo e veridico. Finché un giorno non incontra lei, Ana, e capisce che… Da non perdere.

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“Un altare per la madre”

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Davanti alla chiesa si era formata una piccola folla… 

Un altare per la madre, Ferdinando Camon, Garzanti. La morte non è niente, sono solo scivolato nella stanza accanto, ricordami con il sorriso che hai sempre dedicato al pensiero di me, perché il tuo sorriso è la mia pace, non piangere se mi ami, non sono lì dove riposano le mie spoglie, sono nel vento, nelle cose più belle, sono là dove tu mi vuoi, sono sempre accanto a te: ci ripetiamo queste e molte altre frasi di simile tenore, attribuendole spesso a una bocca che non potrà più schiudersi per noi, quando dobbiamo affrontare il fatto che qualcuno che abbiamo amato, che amiamo e che con ogni probabilità non smetteremo mai di amare non ci possa più comparire dinnanzi agli occhi, non possiamo più baciarlo, abbracciarlo, toccarlo, accarezzargli le guance e i capelli, non possiamo più sentirne la voce e più abbiamo bisogno di ricordarlo più temiamo di dimenticarlo, di non riuscire a trattenerne con noi tutti i dettagli. Del resto le persone non possono far altro che andarsene, non è colpa loro, il tempo, la vita, la natura, tutto è fatto così, e sarebbe ingiusto altrimenti: questo testo solenne e tragico, ma al tempo stesso pieno di grazia e portatore di pace, rassicurante e rassicurato, assurto a quintessenza della dimensione più sublime dell’amore, definito capolavoro in tutto il mondo, finanche da Carver, che di colpi da maestro se ne intendeva eccome, essendone sovente autore, racconta la creazione di un rito di salvezza di rara tenerezza. Quando infatti in un mondo rurale muore la madre, colei che genera e dà vita, tutti gli altri, col loro lavoro, la richiamano, perché esista ancora. Perché esiste ancora. Magnifico, magnetico, monumentale, commovente sino alle lacrime, eccellente.

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