Libri

“Come l’acqua che spezza la polvere”

51LQZhNbjtL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Sono tre notti che non dormo.

Come l’acqua che spezza la polvere, Deborah Levy, Garzanti. Traduzione di Stefania Cherchi. Non c’è meta più difficile da raggiungere per chi scrive di una semplicità che sia però densa, mai banale, ricca di sfumature, stratificata come una roccia che conserva immortale la memoria del tempo trascorso: Deborah Levy questa meta, pare evidente, non solo l’ha conquistata, la abita. Forse l’ha addirittura edificata, come una casa che è emblema della straordinarietà del quotidiano, in cui ci si riverbera e riconosce: in questo caso specifico, sotto il sole cocente del sud della Spagna, due donne, madre e figlia, si ritrovano a fare i conti con la propria esistenza. E… Impressionante, emozionante, bellissimo.

Annunci
Standard
Libri

“Tormenti della cattività”

51LYcSoHN5L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Brutta cosa la viltà, aveva pensato.

Tormenti della cattività, Antonio Riccardi, Garzanti. Ogni uomo abita la sua personale prigione, che può essere connotata in mille e più modi diversi e avere le forme più disparate e le più complesse origini: l’esistenza è fatta di lavoro, di impegni, di occupazioni non piacevoli ma necessarie, di incombenze cui non ci si può sottrarre, di insopprimibili esigenze, di ricordi, di sensi, di molto altro ancora, finché poi, inesorabile, non giunge la morte. A partire dalle convenzioni sociali, numerosissime sono le limitazioni alla libertà che ognuno di noi sperimenta, e col suo linguaggio poetico insieme intimo e universale Riccardi ne riproduce l’intera e intensa policromia.

Standard
Libri

“La nostalgia di una rondine esiliata”

51ivZV4lYiL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Viaggiano comodi i rappresentanti di Cristo…

La nostalgia di una rondine esiliata, Rafik Schami, Garzanti, traduzione di Sara Sullam. Sarebbe sufficiente un solo aggettivo per definire questo romanzo: superiore agli altri o alle altre cose dello stesso genere, per merito, qualità, bontà et similia, ossia di gran pregio, di molto valore, ottimo, come dice il vocabolario. Dunque, eccellente. Perché non serve dilungarsi troppo, a meno di voler celebrare in maniera smodata in realtà il proprio ego o la propria – tutta da dimostrare, peraltro – capacità di saper mettere in fila adeguatamente una parola dietro all’altra nella costruzione d’un discorso, in esegesi sperticate nel momento in cui ci si trova dinnanzi alla marchiana limpidezza di un’opera che non conosce pecche, e che si deve, dunque, in piena coscienza, ammirare e consigliare. Si legge d’un fiato ma persiste, come un profumo amato, a lungo nella coscienza la vicenda narrata con stile ampio e vario di un uomo solo che incontra una donna che ne sconvolge ogni certezza creduta granitica: il passato, però, si sa, non passa mai del tutto, quand’anche remoto, e nella Damasco nel duemilasei qualcuno chiede disperatamente aiuto a Karim, che non può né vuole negarsi e negarlo. E allora viene davvero da chiedersi: quanto è forte realmente l’amore? Entusiasmante sin dal titolo.

Standard
Libri

“Siamo noi i sognatori”

41WBXLJRpZL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ci abbiamo provato…

Siamo noi i sognatori, Imbolo Mbue, Garzanti, tradzuione di Stefano Beretta. Tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice, si sa, è invece disgraziata a modo suo. Ma certo è che la ricerca della felicità è un desiderio al quale non si può rinunciare. Non si può, e forse nemmeno si deve, perché altrimenti come si può definire vita l’agglomerato di giorni che si susseguono pieni di azioni sempre uguali? E l’anelito alla felicità per eccellenza è incarnato nell’immaginario collettivo di questo nostro tempo difficile, cinico e baro, ormai da generazioni dal sogno americano, che è quello che vivono i protagonisti della storia, in cerca di un nuovo inizio che li porta lontano dalla loro terra d’origine. Si tratta di una coppia, di Jende e di sua moglie Neni: Jende ha la sua occasione, in quel di New York, quando viene assunto come autista. E lì si accorge che non è tutt’oro quel che riluce: che fare, dunque? Smettere di sognare o andare avanti?… Avvincente e credibile, si legge con trasporto e soddisfazione.

Standard
Libri

“La luce che resta”

unnamed (3).pngdi Gabriele Ottaviani

Cara, dalla finestra, non ha smesso di guardare Vita e Carlo. Ha solo fatto un passo indietro, non vuole che Vita passi quel tempo a guardarla lassù, vuole che giochi. Adesso li guarda di nascosto. Si chiede cosa penserebbero di lei le altre persone. Si chiede se penserebbero di lei che è una madre degenere, a lasciare la figlia con uno sconosciuto, e poi tenta di giustificarsi. Non le pare di fare altro che cercare giustificazioni. Giustificazioni per il fatto di non riuscire a fare mai niente in tempo, giustificazioni per quasi ogni altra cosa. Ma le pare di non essersi mai fermata, da quando è nata Vita. Deve ripeterselo, che Carlo è uno sconosciuto, perché persino a guardarlo da lì le pare che trasformi il silenzio che ha intorno in un posto buono dove stare. Poi qualcosa che non controlla le fa venire in mente che in fondo anche le baby-sitter sono sconosciute. Tutti lo sono, in un certo senso. Alcuni più di altri. Alcuni non smetteranno mai di esserlo, non è questione di tempo. Alcuni, invece, lo sono meno di altri e neanche questa è una questione di tempo. Carlo gli era parso meno sconosciuto di altri, non può negarlo. Avrebbe dovuto cercare una giustificazione persino per questo? Sente che da lui possono arrivare cose da posti che lei non conosce, intravede in lui un reduce da qualcosa. Poi, guardandolo dalla finestra, pensa che non ha ancora tirato fuori il telefono. Nessuna delle baby-sitter che ha conosciuto è mai stata distante dal cellulare per tutto quel tempo. Può bastare, questa, come giustificazione? Nessuna delle baby-sitter si è mai piegata all’altezza di Vita prima di rivolgerle parola. Basta questo per rendere Carlo meno sconosciuto? Quando Vita si è seduta sulla panchina e gli altri bambini hanno iniziato a giocare, Cara ha pensato che avrebbe dovuto essere lì con lei. Se fosse con lei, la prenderebbe per mano e l’accompagnerebbe dai bambini. Vita non è ancora abbastanza brava a giocare con gli altri. È timida, pensa Cara, e dopo averlo pensato si sente in colpa. Chi accidenti è lei, per pensare che sua figlia non sia brava a giocare con gli altri bambini? Chi le dà il diritto di metterle addosso l’etichetta di bambina timida? “Sono sua madre. Sono sua madre. Sono sua madre”, ripete dentro la sua testa.

La luce che resta, Evita Greco, Garzanti. Ci sono cose che volano e cose che restano, ma per nessuna di queste è la celebre elegia di Emily Dickinson. In questo caso però a rimanere non sono le montagne e l’eterno come nel breve volgere di sillabe di quei versi immortali, bensì la luce. Uno spiraglio, un barlume, un bagliore che resta, pertinace, ostinato, che si fa strada tra le nubi. Perché nessuna notte è per sempre, perché non esistono temporali che non cessino mai. È sempre viva una speranza, un’opportunità, una scelta, un’alternativa. Filomena, non per cattiveria, non è mai stata capace di essere madre come forse si dovrebbe, non è mai stata in grado di proteggere suo figlio. Il figlio Carlo invece ha consacrato la propria vita alla tutela della donna che l’ha messo al mondo ma da cui da decenni non riesce né probabilmente vuole né sa recidere il cordone ombelicale che li unisce. Viaggiano in treno, l’uno segue l’altra, finché un giorno non incontra Cara, che ha a sua volta una bambina, e… Che l’amore è tutto, sempre per citare la Dickinson, è tutto ciò che ne sappiamo: e non ha confini. Non ha limiti. Non ha regole. È uguale per tutti, ma ognuno lo vive a suo modo. E la famiglia, persino, non è certo solo ciò che unisce e mescola il sangue: Evita Greco, che conosce la grazia, la delicatezza e la misura, dipinge con tatto e icastica rapidità impressionista le mille baluginanti sfumature dell’intima tenerezza. Da leggere.

Standard
Libri

“The wife”

downloaddi Gabriele Ottaviani

Le grandi idee di Joe, naturalmente, ci portarono lontano.

The wife – Vivere nell’ombra, Meg Wolitzer, Garzanti, traduzione di Giuseppe Maugeri. Bellissima è la parola sacrificio, perché significa farsi sacro. Ma a nessuno si può imporre il martirio. Ogni vita merita rispetto. E lei non si sente rispettata. E ha ragione. Perché la gloria di lui non esisterebbe senza di lei. Lei non è rabbiosa, vendicativa, esacerbata. È più che altro stanca, rassegnata, addolorata, delusa. Salva più amori un grazie che un ti amo, un per favore che un ti voglio, dire scusa invece che cimentarsi in una notte intera di ginnastica da camera. È, la sua, di fatto una vita non vissuta, un’esistenza senza luce. Più che altro, è data per scontata. Gli ha dato le ali, e lui l’ha dimenticata a terra. Sono in viaggio per un prestigioso premio, e lei ripercorre il film del loro ménage meditando di lasciarlo. Lei è Joan, e al cinema è Glenn Close. Lui è Joe, e sullo schermo è Jonathan Pryce. Il film è atteso in Italia, il libro è già negli scaffali nostrani. Ed è una profondissima e assai credibile e acuta disamina dell’amore. Ottimo.

Standard
Libri

“Chiamalo sonno”

Cattura.PNGdi Gabriele Ottaviani

Benché la zia Bertha non se ne andasse, come aveva minacciato di fare, il giorno dopo e quello seguente non vi fu alcuno scambio di comunicazione tra lei e il padre di David. I pasti, la sera, venivano consumati in silenzio, e se uno dei due doveva chiedere qualcosa all’altro, David o sua madre erano forzatamente arruolati come intermediari. Tuttavia, dopo parecchie sere di questa imbarazzante costrizione, le catene che la zia Bertha si era imposta diventarono troppo, per lei. Una sera, inaspettatamente, le ruppe. «Passami il vasetto delle aringhe», mormorò – questa volta direttamente al cognato. Il volto di lui si fece scuro quando lei parlò, ma per quanto in modo arcigno egli tuttavia spinse verso di lei il vasetto delle aringhe. Così fu firmato un armistizio e si stabilirono almeno delle relazioni, se non proprio delle relazioni cordiali. E da allora in poi, per quanto era nelle sue capacità, la zia Bertha mantenne la pace. «È un cane rabbioso», diceva a sua sorella. «Bisogna lasciarlo correre. Non c’è altro da fare che tenersene alla larga». E così fece, per parecchi mesi.

Chiamalo sonno, Henry Roth, Garzanti, traduzione di Mario Materassi. Considerato un classico romanzo di immigrazione, un capolavoro dell’epoca della grande depressione, che a partire dal millenovecentoventinove ha falcidiato per lungo tempo la terra delle opportunità, rivalutato però solo a decenni dalla sua prima uscita, quando nel frattempo il suo autore, che ha fatto il pompiere, l’operaio, l’insegnante e poi si è stabilito in un campo caravan, si era dedicato principalmente ad altro rispetto alla scrittura e si era già trasferito prima nel Maine ad allevare anatre e in seguito nel New Mexico, dove è morto ottantanovenne ventitré anni fa, è la storia, meravigliosa, sublime, straziante, avvincente, convincente, commovente, entusiasmante, policroma e potentissima, dedicata dall’autore, che lo pubblica quando è solo ventottenne (quando si dice un esordio stellare…) alla sua amante e musa del periodo, Eda Lou Walton, di David, un bimbo emigrato dalla Galizia nel millenovecentosette, che vive nel ghetto ebraico di New York, teme il padre, adora la madre e ha gli occhi spalancati dinnanzi all’infinito, in tutte le sue sfaccettature. Spettacolare: da leggere e rileggere.

Standard